Dare da questa parte la scalata alle mura sarebbe stato quasi impossibile. Rispondevano, è vero, dal campo e vicini alle fosse, con scariche di giavellotti; e a un tempo le trombe di guerra squillavano, e a ogni trar di saetta si udivano forti gridi:

—Vivano i Guelfi!—E allor dalle mura:

—Vivano i Ghibellini!

Ma i capitani Guelfi cotesto giorno tanto avevan fidato nelle promesse del Fortebracci, che non s'erano curati neppure di portar seco le macchine per tentare un assalto. Le [pg!124] fosse lungo le mura eran larghe e piene d'acqua; ma per queste avevan provvisto con ponti da gittarvi su prontamente. Or come s'accorsero esser vano l'attendere che, abbassato il ponte levatoio, la saracinesca di quella porta si sollevasse: vedutisi d'altronde troppo esposti sotto muraglie sì formidabili: mentre, ancora esitando, inclinavan però alla ritirata; ecco che ad un tratto si vede aprire la fatal porta! Fu quello un momento di lusinga per loro, ma quasi a un tempo di terribile disinganno! Perchè invece come, alzata la cateratta d'un gran bacino, si riversa fuori un fragoroso torrente, si videro uscir da essa a carriera in gran numero feritori a cavallo de' più arrischiati: che, fattasi protegger la sortita da quei delle mura per una gran pioggia di pietre, e di giavellotti, alla testa dell'audace capitano Lippo de' Vergiolesi, piombarono loro addosso; prostrarono le prime schiere già in disordine con molti feriti; e sbaragliate e atterrite le altre, le ricacciarono fino ai lor battifolli.

Ma che potevasi dai Pistoiesi in campo aperto? Come pur solo difendersi se non avesser avuto il riparo di quelle mura tanto forti e munite, dentro le quali subitamente si ritiravano? Come far fronte sì pochi ad un esercito che fu detto ammontare oltre a ventottomila combattenti?

Or mentre i Pistoiesi opponendo i lor petti respingevano l'aggressione, e con pochi feriti avevan riparato in città, da un'altra porta eran sorpresi per un assalto quasi che simultaneo. Il Fortebracci vedutosi ingannato a Ripalta, e sicuro che del danno al quale fu esposto il campo per suo consiglio, i capitani e il duca stesso glie n'avrebber chiesto strettissimo conto; s'abbassò la visiera, non è a dire se più per timore che per vergogna; e invasato dall'ira spronò di subito il suo cavallo verso il campo de' fuorusciti dal lato di mezzodì a Bonelle. Colà con parole di fuoco narratone l'accaduto, fece appello ai rancori personali dei concittadini, e gl'incitò a venire all'assalto della porta Gaialdatica. Nella probabile assenza de' suoi difensori chiamati per certo in aita dell'altra, non v'era momento più propizio di questo per aggredirla e penetrare in città. I Guelfi-neri di questo campo eran pochi, e i meno concordi e valenti. Ma che perciò? V'erano a [pg!125] capo i Tedici, i Tebertelli, i Lazzari, un Alberto Panciatichi, e più altre delle prime famiglie della città e del distretto, esuli a Prato e altrove, che l'un per l'altro avevan da vendicare gelosi odii e rappresaglie domestiche. Accolsero infatti tutti costoro la proposta del Fortebracci con un grido feroce che l'accertò dell'assenso. Sicchè raccolte le armi, veloci e frementi si spinser con lui anche troppo sotto il tiro nemico.

Ma il capitan Fredi de' Vergiolesi, degno figlio di messer Lippo, non aveva abbandonato il suo posto. In un attimo anzi, accortosi del pericolo, spedì per rinforzi; e su quelle mura presso al torrione di detta porta fece crescer fuoco alle caldaie e caricar le petriere. Ebbe pur l'accortezza di far ritirar dalli spaldi ogni guardia, perchè il nemico più fidente s'avvicinasse. Alcuni infatti varcate le fosse, lì più ristrette, tentavano già la scalata. Quando quei delle mura cominciarono a scagliar sassi, lanciar quadrella, e versar olio, bitume bollente, e il terribile fuoco greco sugli assedianti: tanto che questi audaci, dalle scale dov'eran montati, l'un sopra l'altro rotolando per terra malconci di ferite e di scottature, con alcuni semivivi sulle spalle prestamente si ritirarono.

Allora i Pistoiesi vedendosi superiori di forze e d'averla a fare coi soli fuorusciti, non dubitarono di venir con loro all'aperto; e poco sotto alle mura s'era impegnata un'orribile mischia. Non mai forse più cruda e più accanita siccome questa, che era qui più che altrove parricida e fraterna! Colà sul proprio terreno, cittadini d'una stessa città, vicini e parenti, solo a sbramar l'empia sete di sangue si cercavano l'un l'altro e duellavano a morte! Due volte i cavalieri serrati slanciarono i loro cavalli più lontani dalle mura e si azzuffaron di fronte con quei del campo, e due volte respinti, ma non sgominati retrocedettero. Al terzo attacco però, rotte le schiere e intrigatesi fra di loro, cominciò un battagliare tremendo. Ogni punta di lancia e di spada era volta a ferire a vendetta. Cavalieri i più valorosi si vedevan d'un tratto rovesciati sul suolo. Quand'anco non feriti a morte, eran ridotti agli estremi, rotolando sotto il calpestio de' cavalli che tentavano di sventrare. E questi inferociti dai colpi sofferti, [pg!126] con le ferrate zampe percuotevan senza posa que' miseri, che alla perfine rimanevano schiacciati sotto di loro.

Quand'ecco il Fortebracci, tutto chiuso nell'elmo con sopra tre neri pennoni, si trova dinanzi al capitano Fredi de' Vergiolesi, che perciò subito lo ravvisa; com'egli stesso era agevole a riconoscersi alla ciarpa di famiglia, bianca e celeste. Il Fortebracci voleva pure evitare questo scontro, ma, in mezzo ad altri cavalieri, non gli fu più possibile.

Fu allora che messer Fredi al solo vederlo, consapevole degli affanni e delle minacce fatte soffrire a sua sorella Selvaggia, e del suo congiurare: