—Vil rinnegato, t'ho giunto alfine!—gridògli.
E spronatogli contro il cavallo, gli volse la spada verso del petto. Ma quei, destramente voltato il proprio, schivò la ferita, e andò alquanto di lunge fra altri cavalieri per meglio porsi in parata. Guidotto allora, il fido scudiero del capitano, con grand'ardimento si diede a inseguirlo: e, incalzandolo di fianco, tanto fece, che lo respinse sul primo terreno. E già il Fortebracci era stretto fra due combattenti, e da uno dei due doveva esser ferito; allorchè allo scudiero scivolava il cavallo, e gli fu forza di far triste caduta. Di nuovo il capitano era solo a combattere. Ma in quel pericolo lo scorse appunto il fratello Orlandetto: che, nonostante le lacrime della madre, montato a cavallo, volle recarsi sulle orme di messer Fredi. Questi però non pensava mai che egli, non ancora addestrato alle pugne, sarebbe uscito in campo fuori delle mura! Quand'ecco il bel giovinetto dalle bionde chiome, che dall'elmo gli svolazzavan sugli omeri, trepidante di su gli spaldi, non appena potè scorgere impegnato nella zuffa il fratel suo, abbandona le mura, e a gran fretta disceso, inforca il cavallo, e via fuor della porta lo slancia presso di lui: e trovatolo appunto al cader dello scudiero, per amor del suo Fredi con audacia incredibile si sforza di tenerne le veci.
—Ahi! traditori! ambedue sopra me?—gridò allora il Fortebracci. E rivoltosi all'amico Tedici lì poco discosto:—Maledizione e morte a questa perfida razza!
A tai parole, come a un invito, accorse allora il Tedici: [pg!127] sicchè il Vergiolesi era stretto ora da un nuovo nemico. Mentre Orlandetto lo difendeva dal Fortebracci, questi fu sopra al giovinetto con un furor disperato, il qual nondimeno riusciva a schermirsi. Non però il Tedici; perchè la sua spada scivolò al primo scontro sullo scudo del Vergiolesi; il quale opponendo la destrezza alla forza, sapea ben volteggiarsi per ischivare quel colpo. E difatti mentre il Tedici, per ferirlo, di nuovo gli s'era avvicinato di troppo, il Vergiolesi, alto della persona e sovra un più alto destriero, mirando dritto al suo braccio, con mazza ferrata gli menò sopra un tal colpo, che gli fece cader di mano la spada, e dare un crollo giù da quel fianco. Poteva subito il Vergiolesi prender su di lui piena vittoria; quando con gran stupore nel cavaliere che gli stava presso, dalla ciarpa de' suoi colori s'accorge pur troppo d'aver a lato il fratello! Obliato allora se stesso e il nemico, volge il cavallo per disporsi a difender lui solo. Ma il Fortebracci vedutosi privo del soccorso del Tedici, non aveva più pensato che a coglier la più facil vittoria. Mirando a colpire l'inesperto Orlandetto, giuntogli il destro, gl'infisse la spada sotto il mento, cui la gorgiera che allacciavagli l'elmo, fece strada sicura a trapassargli la gola. Lo scudiero, benchè offeso dalla caduta, era tornato in sella e presso di loro. Ma ahimè! In quell'istante dovè mirare cadersi rovescio il figlio del suo signore, e un rio di sangue sgorgargli dalla mortale ferita! Fu solo in tempo per sorreggerne il corpo e afferrargli il cavallo. Poi più d'appresso con gran cura abbracciatolo potè con altri portarlo semivivo in città! Il povero fratello che per lo scampo di lui avrebbe dato la vita, non gli fu appena al fianco dalla parte opposta del feritor che fuggiva, che a quella vista mandò un urlo disperato, e si diè a soccorrerlo, ma pur troppo senza speranza!
Al fiero caso del giovinetto tutti i militi di sua parte se ne commossero. Li avversari stessi inorriditi cessarono spontanei la pugna.
Pochi prigioni e poco sangue da ambe le parti, considerati i varii e forti attacchi fra i duellanti. Fu questo il più grave della giornata. Il Fortebracci potea dire d'avere sbramato d'assai quell'empia sua sete, e si era riparato nel campo de' fuorusciti. Colà nella tenda, fra le tenebre della notte, chi avesse però conosciuto i tormenti di quell'anima! Gli pareva (così spaventato narrò a Nuto sul far del giorno) che da quel campo mille voci gli rintronassero nelle orecchie, e minacciose gli dimandassero:—Quand'è, sciaurato, che t'abbiam chiesto la morte d'un fanciullo? Volevamo la resa della città, e tu per sicuro, tu cittadino ce l'hai profferita, e per due volte ci hai esposti ad una sconfitta!—Poi cento spettri gli parea che sbucassero da quella porta di città come da una tomba, e a uno a uno passandogli innanzi gli gridassero minacciosi:—Ecco là il traditor che ci spense!—E v'era pur quel d'Orlandetto; che somiglievole in volto a sua sorella Selvaggia, aberrando lo confondeva con essa; e gli pareva che da ambedue gli venissero le più crude rampogne. Per più volte tentò di fuggire, ma altrettante ricadde immobile e come impietrito sul suo giaciglio. I vicini poi narravano d'averlo udito cotesta notte mandare urli come di belva, e ripeter sovente:—Miserabile! miserabile!—Questo capaneo della vendetta forse allora l'avrebber vinto i rimorsi da rimanerne sì fattamente avvilito?
Chi può adesso ridire il dolore del padre: e quello poi della povera madre al vedersi reso esanime fra le braccia quel diletto figliuolo! In una insolita trepidazione ell'era stata tutto quel giorno per non averlo più visto; bench'ei nel lasciarla le promettesse di non recarsi che a guardia di quella porta, e nell'interno della città. Per quanto aggravata dal male, sorta dal letto andò per la stanza, e in tutte quell'ore non fece che chiederne affannata a Selvaggia, e con lei pregare, e sospirare pel marito e pe' figli. Ma del suo caro Orlandetto non si poteva dar pace! Quando per breve rimasta sola, i singulti di Selvaggia e de' domestici le ne fecer presagire il funesto ritorno. In cotal turbamento niuno potè impedire alla madre di farsegli incontro, quando portato a braccia dal fratello e dallo scudiero, e adagiato sul letto in una prossima stanza, quel suo povero figlio mandava appunto l'estremo sospiro!
—Dio! Dio mio!... egli!... così?... Orlandetto!—esclamò [pg!129] spaventata: e lo abbracciò, lo baciò, e più volte ne profferì il caro nome. Poi si rimase come esterrefatta a fissarlo, e non fece una lacrima. Il consorte ed i figli che le erano attorno, a tanto strazio gemevano profondamente. Ma per rispetto a quel gran duolo materno parea che rattenessero il pianto sugli occhi, e sulle labbra i singulti. Il dolor della madre innanzi al cadavere del figlio oh! come è santo e sublime!
Poco stette però che condotta nelle sue stanze, cadde la misera in tale angoscioso delirio, che fu temuto ne dovesse perire.
—O dolce figliuol mio!—con flebil voce cominciò a esclamare.—Così dunque ritorni a tua madre? Come mai mi potesti lasciare e per sempre? Io che ti nutrii nel mio seno, che tanto ben t'ho voluto! e sperava!... Oh! che mai, sull'orlo del mio sepolcro? Ma sì... almeno che tu non mi dovessi precedere! Perchè non fu dato all'infelice tua madre di raccogliere almeno le ultime tue parole? Ahi crudel morte! Non più dunque i tuoi occhi s'apriranno per me a un tuo dolce sorriso? Sulle tue labbra non udrò più, come solevi, articolar con affetto il mio nome? No, dunque, più mai? Oh! torna, torna, amoroso che sei, a consolare il mio pianto!