Intanto molti di quegli uomini, gente del popolo minuto, operai e guerrieri, ammutinatisi qua e là minacciosi e a capannelli e con le armi alla mano, s'eran raccolti sulla via presso al palazzo del Potestà. Questi nel sospetto che la città si levasse a rumore, subito per sedarli era disceso fra loro, e cominciava a far sentire qualche parola conciliativa: e intanto lì sul getto con altri capi del governo discutevano sul grave caso. Costoro da un lato ponevano innanzi a que' valorosi la suprema necessità di salvar la patria ad ogni costo. I parenti dall'altra ripetevano che per la patria avevan fatto e sarebber disposti a far tutto, ma che appunto per questo si doveva aver riguardo alle loro compagne. Delicata, difficile e terribile questione! Quand'ecco le donne che s'eran nascoste comparir lì tutte insieme co' capelli sciolti, con in braccio ed a mano i piccoli figli mezzi nudi e piangenti, e gettarsi loro in ginocchio, e a calde lacrime supplicarli di non esporle di nuovo a quell'atroce martirio. Tanto bastò perchè tutti i parenti, presi da sensi d'umanità e di tenerezza, se le stringessero al seno e piangessero con loro!
—No, no, non dubitate!—essi alle donne andavan [pg!150] dicendo—siam qua per difendervi! Altro! Forse Dio, povere disgraziate! non avete diviso con noi gli stenti.... i pericoli? E che? V'avranno ora a cacciare peggio che bestie, e in preda di quelle belve? Chi ve l'ha detto? non son uomini anche loro questi rettori? Non hanno mogli e figliuoli, affè di Dio? Oh! prima che vi stacchino da queste braccia la s'ha a vedere!
E con piglio austero rivolti ai rettori soggiunsero:
—La nostra vita gli è molti mesi che degli stenti ne soffre; e perchè e per come vo' lo sapete! Ma guardateci in faccia! Smunti sì, ma tranquilli, perchè insieme con queste nostre povere donne, che degli strazi anche più di noi n'han patiti! E adesso chi è che ha core di separarci da loro? Rettori della città, noi vi diciamo che per camparle.... noi... sì, noi soli provvederemo! Un pezzo di pane o che altro ce lo leverem dalla bocca: ma che però intendiamo di restare uniti con le nostre donne e co' nostri figliuoli! Sì, con queste nostre creaturine, che dopo Dio ci han sostenuto a non disperare!—esclamarono i padri, e con trasporto d'affetto se li presero in braccio:—e giuriamo sul capo di questi innocenti che, o la patria per noi sarà salva, o tutti insieme morremo per lei!—
Il pianto dirotto di quelle misere, il fermento del popolo, e una protesta sì energica bastò a togliere affatto dall'animo dei rettori quel sì barbaro divisamento.
Ma l'ora d'un'ultima prova era già stabilita. Un ultimo tentativo (si disse da tutti) bisogna farlo. E per vero di que' popolani, ottenuto quanto bramavano, neppur uno mancò! Si era prescelto un tal giorno e sull'alba. A quell'ora e con un'aria gelata, i nemici immersi nel sonno, e de' capitani pochi alle tende, perchè molti riparati nelle case vicine, l'aggressione si credè più sicura. Fu preso il partito di attaccare ad un tempo i due campi opposti, quello di presso alla porta di Ripalta e l'altro di porta Guidi. E già le saracinesche s'eran levate e i ponti abbassati. Quelli posticci attraverso le fosse ve li avevan fatti la notte. Pochi, perchè ghiacciatavi l'acqua, su quelle lastre di gelo ben resistenti bastò gittarvi qualche tavola e poca terra. I feditori [pg!151] erano usciti i primi fuor delle porte. Una scarica di giavelloti piomba già sul nemico. I cavalieri, comandati da messer Fredi, a lance tese si succedono a corsa fuor della porta di Ripalta, e già pongono in iscompiglio la cinta più prossima de' fantaccini che d'improvviso assaltati, non hanno appena tempo d'uscir dalle tende, e molti senza pure aver potuto prender le armi, periscono. Ma un'altra cinta, e la più formidabile, quella della cavallata nemica che era dietro de' fanti, li attendeva a pie' fermo. Come infatti i cavalieri pistoiesi se li appressarono, i nemici si mossero in falange serrata, e a picche tese sopra i venienti, e fecero testa con tal numero e tanto impeto, quanto era meno da aspettare; sicchè dopo una zuffa accanita, non senza perdite gravi, bisognò retrocedere. Inseguiti i Pistoiesi fin su' ponti levatoi non cessaron fin là di combattere da valorosi. Tale presso a poco fu l'esito dall'altra porta. In questo scontro vari capitani dei Bianchi vi lasciaron la vita. L'Uberti, il de' Reali, e messer Fredi, sebben leggermente, vi rimaser feriti. L'appostata resistenza de' cavalieri nemici, cui più difficile sarebbe stato di disporsi sì tosto in ordine di battaglia, diede a supporre d'un tradimento: che cioè nel trambusto avvenuto per cagion delle donne, avutosi sentore di questa sortita, su dalle torri ne fosse dato segno a' nemici. Per dubitarne bastava sapere che v'eran sempre dentro le mura que' due furfanti di Musone e di Fuccio, prezzolati dal Fortebracci.
Fu questa l'estrema prova di valore de' Pistoiesi: ma che dolorosamente li confermò, non potersi con le forze loro smagliare ed infrangere la ferrea catena che li stringeva!
Intanto nella città lo spedale detto di Santa Maria del Ceppo, e gli altri ospizi e spedaletti, del Tempio, di S. Luca e di S. Mazzeo, riboccavano di feriti. Il primo, sebbene il più vasto, non si creda che fosse ampio e bene aereato, e fornito di quant'occorre ad ogni evento straordinario qual è adesso. Sicchè nelle sue piccole stanze con un ristretto numero di servigiali, non era possibile che desse ricetto a nuovi ammalati, quando que' suoi poveri lettucci eran già pieni d'infermi per vecchie ferite, o di quelli che perivan di sfinimento. Lo avevan fondato circa vent'anni innanzi, lì sul [pg!152] torrente Brana, due privati cittadini, un certo Antimo di Teodoro, e donna Mandella consorte sua, coi propri averi che non eran poi molti. E se già alcuni altri gli avevan testato qualche casamento vicino, le rendite certo erano assai limitate. Ma la cristiana carità negli estremi bisogni non vien meno giammai: cresce anzi di zelo, e si fa più studiosa d'aita quanto più gravi appariscono i sacrifizi.
Non era ancora avvenuto l'ultimo scontro già detto, quando un giorno il vescovo Sinibuldi chiamò a sè i suoi segretari, che abitavano nell'espicopio, e alcuni principali del clero, e così disse loro:
—Mentre i nostri concittadini si faticano, combattono e muoiono per la difesa della patria; mentre le vie sono ingombre di mendici e d'infermi, e ogni giorno, per le strettezze a che siamo, crescerà pur troppo il numero degl'infelici, la patria e Dio chiedono anche a noi qualche sacrifizio. Ho deliberato che questa mia casa sia ridotta a pubblico spedale. Voi, e qualcun del mio clero cui piacerà, vi potrete unire con me a esserne gl'infermieri. Non è un comando questo, ma una preghiera ch'io vi fo a nome de' nostri fratelli che soffrono, e per le viscere di Gesù Cristo. Ponderate, miei cari, in cor vostro le mie proposte, e se vi sentite da tanto, seguitemi.