Le parole d'un vescovo che veneravano, infiammato di sì gran carità, tanto poterono sull'animo loro, che subito ebber l'assenso di tutti: e fu in pari tempo un gareggiare, chi nel palazzo a ceder camere e ritirarsi in una buia stanzuccia ad esempio dello stesso prelato; chi a spedirvi letti e biancherie e quant'altro occorresse al bisogno. Il buon vescovo ordinò pure che certe stanze terrene dov'era l'uffizio del suo cancelliere, esse pure si convertissero in ospedale, e ad ufficio di cancelleria si riducesse la stessa pubblica cappella di San Nicolò ivi contigua. Quell'episcopio era troppo inferiore alla bella architettura ed all'ampiezza dell'attuale, erettovi dal celebre vescovo Scipione de' Ricci sul finire del secol decorso. Ma per quei tempi di gran parsimonia e di sì modeste abitazioni, egli era per certo assai decente e spazioso. Un secolo dopo dall'illustre vescovo Andrea Franchi [pg!153] ebbe anche maggior ampliamento. Adesso questo palazzo caratteristico che serba ancora all'esterno li stemmi di alcuni suoi prelati; situato veramente al suo luogo, presso la cattedrale e il bel tempio di S. Giovanni; che ospitò papa Urbano II, il gran banditore delle crociate; il beato Atto vescovo della città; e questi v'accolse il pontefice Innocenzo III reduce dal Concilio di Pisa: senza dire di quanti altri celebri personaggi dopo il Sinibuldi fu stanza, questo edificio monumentale, come tanti altri, sia civili che ecclesiastici che stavano a ricordare un'epoca storica, si lasciò in abbandono: finchè da vari anni potè dirsi anche ad esso: «A che ti valgon li stemmi?» perchè caduto in proprietà di un privato, più non servì che ad uso de' suoi inquilini.
Or come appena fu tutto disposto per ricevervi gli ammalati, il vescovo chiamò a sè il nipote messer Cino, e gli disse:
—Oggi mi pare d'aver fatto un po' di bene anche pe' giorni avvenire. Va tosto da' rettori della città, e di' loro che la mia casa da questo giorno è aperta a prò degl'infermi.
Messer Cino conosceva a prova di quanto ardore di carità fosse stato sempre acceso quell'animo, e non ne stupì. Lo sorprese piuttosto il sentire che in un tempo siccome quello in cui già sospettavasi di pestilenza e di morìa, vi avesse indotto a' servigi non pochi del clero. Ma è ben vero che l'esempio vivente della virtù, di quella in ispecie che richiede un eroico sacrifizio, esercita sugli animi tale arcana potenza da non sapervi resistere. Quel clero poi è da riflettere che usciva dagli stessi cittadini, con loro aveva diviso li stenti, e nutriva i medesimi sensi di patria carità. E di questa, bisogna dirlo, Bartolomeo Sinibuldi aveva dato al suo clero e a' suoi concittadini belle testimonianze, fin da quando nel 10 novembre 1303, per voto del Capitolo, approvante papa Benedetto XI, fu eletto vescovo di Pistoia. Da quel tempo al compirsi del 1307 in cui fu traslocato a vescovo di Fuligno, il suo cuore fu tutto pe' suoi tribolati figliuoli. La sua casa dava ricovero sì a Guelfi che a Ghibellini; a Bianchi che a Neri; più poi se perseguitati. La carità e il dovere tutti eguali glie li rendevano, e voleva però che ciascuno sapesse che in ogni tempo era disposto a [pg!154] soccorrerli. E molto per vero potè su di essi in quelli anni della massima esacerbazione degli odi di parte. Il ministero episcopale gli dava a quei tempi diritti e privilegi grandissimi.
Aveva una curia e una Corte: tribunale di inquisizione e carceri pe' chierici; autorità infine al tutto feudale. Ma quando alcuno de' suoi curiali voleva, adulando al potere, rimproverarlo di non usarne, e di apparir troppo mite e indulgente: So—rispondeva, quali leggi ha la curia, ma io forse non ne sono l'interprete? Perchè non potrò io invece di giustizia usar misericordia coi traviati? Cristo Signore, pontefice massimo, a qual tribunale appellava egli mai chi voleva redarguire, se non a quello della coscienza? Lasciate dunque ch'io mi avvicini più che è possibile a quel gran maestro.
Le pestilenze e le carestie in Italia nel medio evo dominavano di continuo. Calamità che a dir vero sono ora più difficili ad avvenire; o nel caso lo Stato con ogni mezzo provvede. È ciò sia per la libertà del commercio e l'apertura de' porti di tutta l'Europa, sia per le quarantene, e le comodità stabilitevi; sia infine per la nettezza delle abitazioni, e per quant'altro gli è un portato del progresso e della civiltà. Ora, quando accadeva che una città fosse colpita da queste sciagure, a' più umili uffici caritativi si vedevano spesso uomini venerandi come il nostro prelato, educati alla scuola delle grandi annegazioni e delle più eroiche virtù; necessarie davvero in que' tempi di feroci costumi. E solamente tali uomini col loro esempio riuscivano a vincere la durezza de' cuori, e quell'egoismo, che andava del pari col principio feudale; e che allora tanto più, col timor della morte, non esitava a mostrarsi in tutta la sua nudità. Riuscivano poi a trarre a sè altra gente; che in mancanza d'una carità ufficiale, s'ispirava a un principio tutto cristiano, a quel del dovere, per sentirsi tanto animo, da rimaner presso al letto d'un povero infermo (fosse pure con proprio pericolo) e recargli soccorso. La pietà infatti del Sinibuldi fa bel riscontro con quella d'un altro vescovo pistoiese, l'eroico Andrea Franchi.
[pg!155] Il quale, un secolo dopo, in una terribile pestilenza tanto si adoperò nel pubblico spedale di Pistoia a soccorrere gli appestati, che i cittadini a eternar la memoria del benefizio e di lor gratitudine, commisero al grande artista Luca della Robbia quel celebre fregio in basso rilievo di terra invetriata, dove il detto prelato è protagonista, e vi ha per così dire, la sua apoteosi, e che si ammira nella città sopra le logge di quello stesso spedale del Ceppo cui servì il Sinibuldi, ampliato ed ornato, come or lo vediamo, nel 1525. Del qual fregio, come capolavoro dei della Robbia, fu tratta una copia modellata sullo stesso rilievo: e questa di presente ti si offre a vedere nella scuola delle belle arti a Parigi, e nel palazzo di cristallo a Londra. Tanto la carità e la religione diedero sempre co' lor subietti impulso ed incremento alle arti belle!
Tornando ora al nostro racconto, messer Cino, dopo la commissione ricevuta dall'illustre prelato, recatosi a' rettori con tale annunzio, si può immaginar facilmente con che segni di gradimento accettarono la generosa offerta! Subito anzi furon d'avviso che quell'episcopio opportunamente potesse servire ad ospedal militare. Questo appunto mancava. Avrebber mandato pei medici e per quant'altro occorresse: ma che frattanto messer Cino si degnasse informarne il capitan Vergiolesi, come colui che era stato deputato alla cura igienica delle milizie.
E messer Cino non esitò a condursi dal capitano. Il quale udita appena cotal profferta—Bene sta!—gli rispose stringendogli la mano alquanto commosso.—Conosceva il vostro zio, il nostro degno prelato: ella è cosa veramente da lui! Ringraziatelo! Accettando come facciamo, vedrà che gli siamo obbligati d'un benefizio, che ora non poteva esser maggiore!
Fu un dar ordine nel momento, che in avvenire tutti i militi infermi fosser trasportati colà. E pur troppo non andò molto che, avvenuto quello scontro sì disgraziato, tutti que' letti furon pieni de' combattenti feriti.