—Dite pure i sacrifizi di tutti! Ma anche quel che ciascuno si sforza di fare, basta forse al bisogno? Questo, questo, crediatelo, m'affligge sopra ogni modo, e mi continua il dolore!

Allora Cino le narrò del nuovo spedale, che il zio prelato volle aperto nel suo palazzo. Al che ella con animo soddisfatto rispose:

—Vi vedo l'opera dei Sinibuldi, che sanno accoppiare al sapere l'affetto.

Poi seguitò:

—E gli sforzi, e le vite di tanti nostri difensori dovranno essere inutili? A che partito appigliarci? che potremo più fare?

—Io pensava, o Selvaggia,—riprese Cino—per quel potere che giustamente esercita l'affezione e la virtù vostra sull'animo di messer Lippo, non vorreste voi consigliarlo a riflettere seriamente quanto questa ostinazione a resistere aggravi di più i nostri mali?

—Io, messer Cino! ma sapete voi che mio padre, che, non v'ha dubbio, mi ama quanto mai possa dirsi, pure al solo affacciargli una simile proposta, s'indignerebbe con me, fino a credere che io avessi osato di consigliargli una viltà? E anche questo credete voi che non mi affligga? E se a ciò ho pensato, ve lo dica la vostra cugina Lauretta, con la quale ne tenemmo proposito trepidanti insieme, il sapete, anche pel nostro Fredi.

E Cino:

—Me ne duole per voi e per noi! La vidi appunto ieri la mia buona Lauretta, e presto verrà da voi. So che molto l'amate, e vi sarà di conforto. La pregherò a ricordarvi [pg!158] che la speranza è l'ultima stella che pur rimane in un ciel tempestoso: che in quella sola è d'uopo affissarci, ed aspettarne il sereno.

A queste parole che nel lasciarla le dirigeva, ella con dolce atto di compiacenza rispose: