Or come descrivere le miserie infinite di questo luogo? Per ogni parte era pieno d'infermi. Ma tra per la fame, che quando ha tanto allenito le facoltà digestive, non val più cibo a saziarla; tra per la cancrena che si formava ne' [pg!162] mutilati e feriti, era doloroso a vedere che ogni giorno il numero de' morti vi si faceva maggiore. Immaginiamo poi l'affanno e il compianto de' poveri parenti che li assistevano, e che per mancanza di servi dovevan vestirne il cadavere, ed essi medesimi portarlo alla fossa! Eppure vi voleva la gran virtù del degno prelato per recarsi ogni giorno in quelle stanzucce; là a sollevar con vivande e con una santa parola i meno aggravati; qua a porgere a' moribondi gli estremi conforti e il perdono di Dio! E quanti mai uomini e donne si sarebbero sgomentati, e sollevati anche contro chi andava e veniva per i soccorsi, se non avesser veduto comparir fra loro quella sacra e venerata persona! Eppure in quelle piccole sale, scarse di servi per la necessaria nettezza, vi si sentiva di già un non so che di pestilenziale, un'aria sì fetida che ammorbava! Ma il vivo esempio per fare il bene era là e veniva d'in alto! e il popolo che lo vede, quasi istintivamente gli è attratto a seguirlo!
Nel rimanente della città gli ospizi dei monaci invasi tutti da infermi; rade poi quelle case ove non ne fossero anche fra cittadini i più agiati, o che non vi s'avesse a trovar gente afflitta e in veste di lutto. E i militi difensori? Oh! non mancavano per questo; ma sprovveduti del necessario alimento, non avendo più pane nè di saggina nè di crusca, s'eran ridotti ad uccidere i cavalli e cibarsene. Altri poi a sbramarsi la fame co' più immondi animali, e financo col brodo di cuoio bollito! Non si saprebbe ridire se fosse migliore oggimai la sorte di quelli che già eran morti, o de' loro superstiti! «Molto miglior condizione (scriveva Dino Compagni) ebbe Sodoma e Gomorra e le altre terre che profondarono in un punto, e moriron gli uomini, che non ebbero i Pistoiesi morendo in così aspre pene!»
Nel marzo alla perfine i poveri Pistoiesi, saputo che il cardinal Napoleone Orsini era stato spedito dal papa come paciero in Toscana, e a soccorrer Pistoia; benchè omai Ghibellini com'erano dovesser sentirsi dire che la città loro era soccorsa come terra di Chiesa, tutti quanti ripresero animo, e la sua venuta l'affrettaron col desiderio e con pubbliche preci. Ma ciò che fu di gioia ai Pistoiesi, recò dolore ai [pg!163] Fiorentini, perchè non volevan per niente che il cardinale venisse a immischiarsi nelle lor guerre: prevedendo che infine avrebber dovuto porsi in urto con la Chiesa. Per lo che s'avvisarono di dover prevenire la sua mediazione, e fecer sapere ai Pistoiesi che volentieri sarebber venuti agli accordi.
Eravi in Firenze un savio e buon frate pistoiese, il padre Bonaventura, che fino dall'ultime fazioni della terra natale, abborrendo da tanti eccidi, si era reso monaco eremitano nel convento di S. Spirito. I rettori di Firenze come seppero che costui era amico intimo di ser Lippo de' Vergiolesi, molto si rallegrarono, non vedendo ambasciatore più adatto allo scopo. Lo ebbero a sè, e convenuti sulla missione, subito lo inviarono a lui perchè profferisse al Comune per parte della Signoria assai utili condizioni alla resa. E fra le altre, che la terra rimarrebbe libera e intatta, salve le sue bellezze, che è quanto dire i suoi monumenti, le persone e le robe, e loro castella.
Quando il capitano dall'amico Bonaventura ebbe udite queste novelle, non esitò un istante a referirle agli anziani e ai rettori della città. I quali abboccatisi anche col monaco che aveva ricevuto cotal facoltà, parendo loro che ciò fosse proprio come un dono del cielo, accettarono le proposte e conchiusero l'accordo. E invero la misericordia di Dio li soccorse! Perchè oltre a non potere sdigiunarsi che con certi cibi, che li stessi animali immondi avrebbero avuto a schifo, non avevan da vivere che per un giorno; dopo del quale bisognava svelare il segreto, e uscir disperati a morire, o darsi in balìa del vincitore!
I capitoli dell'accordo furon tosto giurati (ai 18 marzo) da ambe le parti, toccando il libro degli Evangeli sull'altare della cappella di S. Jacopo in cattedrale. Arbitri, pe' Fiorentini il capitan Malaspina; pe' Lucchesi il d'Agubbio; e altri per le terre della Lega Guelfa. Da lato de' Pistoiesi il potestà, il sindaco e vari testimoni, coi rogiti di ser Maffeo Lapi. E i capitoli furon questi:
1º Che sia pace perpetua tra queste terre che sono in lega e loro contadini da una; e i Pistoiesi con la gente del contado dall'altra;
[pg!164] 2º Che i fuorusciti che sono in Pistoia possano uscir liberi e tornarsi a' loro paesi;
3º Che liberi si lascin pure i prigionieri da ambe le parti;
4º Che tutti i Fiorentini e i Bianchi del Pistoiese, cancellandosi i loro bandi, possan tornar sicuri;