«Quanto bella e utile città e abbondevole si confonde! Piangano i suoi cittadini, formati di bella statura oltre a' Toscani; posseditori di così ricco luogo, attorniato di belle fiumane, e d'utili alpi, e di fini terreni; forti nell'armi, discordevoli e salvatichi; il perchè tal città fu quasi morta.» Così Dino Compagni, l'intemerato storico fiorentino, deplora la trista sorte di Pistoia. Ma nè qui si doveva arrestare il compianto.

Gelosa la parte Nera de' conquistati diritti, non appena fu dentro le mura, volle subito cacciar fuori la Bianca. I nuovi rettori ordinaron che questa fosse scortata fino al primo castello assegnatole, quel di Piteccio, a circa quattro miglia a settentrione della città. Erano i banditi, messer Lippo de' Vergiolesi e tutta la sua casata e consorti; e più altri di Pistoia, popolari e grandi, principali di parte Bianca. Non si trattava già di soldati di ventura, nè di gente d'altro paese italiano, cui agevolmente potessero far ritorno; ma erano i più cittadini d'una medesima terra, della quale per [pg!167] cruda legge eran chiuse le porte, e che lasciavan dietro sè in desolazione tante famiglie. E in qual momento terribile! Dopo un assedio sì ostinato, quando chi per ferite, per fame e per angoscie d'ogni maniera avrebbe avuto maggior bisogno de' loro aiuti!

Se n'uscivano però gli esuli, parte a piedi e parte a cavallo, solo alcuni traendosi seco poche masserizie poste in casse sopra de' muli; tutti, mesti sì, ma invitti dell'animo. Poche le famiglie che esulavano per altre parti d'Italia. Fra queste vogliam ricordare quella del pistoiese Dolcetto de' Salerni, che ebbe l'onore d'imparentarsi con quella dell'Alighieri. Perchè Dolcetto presa dimora in Verona, dove il suo ricco censo gli consentì di comprarvi un palazzo, disposò colà la sua figlia Jacopa a Piero figlio di Dante: al quale, e al fratello Jacopo, dobbiamo la prima revisione e l'ordinamento della Divina Commedia. Del rimanente nobili e popolani se n'andavano insieme a quello stesso confine, assimilati e confusi in una stessa sventura.

Si vedeva infatti uno stuolo di gente del popolo, de' più aderenti de' Vergiolesi, e d'altri capitani, offertisi a' lor servigi, uscir de' primi e accompagnarsi a mo' di scorta a Margherita, la vecchia castalda di Vergiole, che a cavallo si portava come reliquia un forzieretto della sua padrona: e dietro ad essa, reduci alle proprie capanne tanti poveri campagnoli, carichi di quel po' che potevan portare; con le mogli e i figli loro, chi per mano, chi in collo; tutti quanti laceri e rifiniti. In altro gruppo molti bravi operai e militi cittadini, cavalcando a bisdosso que' pochi smunti destrieri che vi eran rimasti, gente forte e risoluta che non avrebber lasciato di seguir le sorti del suo capitan Vergiolesi per tutto l'oro del mondo. Messer Lippo veniva a cavallo con appresso la sua Selvaggia.

A pensar quante volte la nobil donzella se n'era uscita da quella porta sul suo brioso destriero tutta gaia e felice, e riguardevole per l'eleganza delle vesti, in mezzo al suo Fredi e al suo Orlandetto, percorrendo la nota via per al paterno castello! e adesso!... Oh! ella ora trista e dimessa passava indistinta fra molti, sospinti per ugual violenza sopra [pg!168] un ignoto e periglioso sentiero! Se n'andava la misera con a lato poche compagne nella sua via dell'esilio; Lauretta e le cugine; chiusa in bruno cappuccio, e nel più grave cordoglio. La seguivano in lunga schiera capitani co' lor subalterni, e nobili cavalieri con le proprie famiglie; frementi tutti, perchè per ordine quasi improvviso, astretti non solo a partir disarmati dalla città, ma a vedersi scortati da gente armata e minacciosa, come si usa coi malfattori!

Ciò commoveva anche più i cittadini che rimanevano. E nondimeno moltissimi (i parenti poi v'eran tutti) li vollero accompagnare anco più oltre del limite stato permesso, quello cioè della porta di Ripalta. Al che gli stessi nemici non seppero opporre. E guai a loro se in quella generale esacerbazione l'avesser fatto! Troppo era il dolor disperato che que' cittadini provavano nel lasciarli, quando essi oltracciò dovevan rimanere in balìa degli avversari! Per quel tratto poi, e sul momento dell'addio, tanti furon gli amplessi e i caldi baci, e i singulti, che non sapevan distaccarsi da loro! Ed oh! pe' poveri esuli quale addio! Un saluto di caldo affetto lo davano non solo ai parenti e agli amici, ma anche a quelle mura paterne che con tanti stenti e sacrifizi lungamente avevan difese, e dove lasciavano ogni cosa più caramente diletta; e chi sa! forse per sempre! Novello e doloroso spettacolo fu a vedere tanti prodi, chiusa in petto l'amara doglia del vinto e dell'esule, privi quasi di tutto, andarsene confinati in un luogo alpestre, e nella quasi certezza d'essere anco là fatti segno alle offese di nemici implacati!

Ma pur troppo l'Italia per oltre cinque secoli, da Dante a Manin, diede spettacolo d'una continua vicenda d'esiliati e d'esiliatori: e questi in prima Normanni e Svevi; Francesi e Guelfi; Alemanni e Ghibellini; quindi Spagnuoli e Austriaci! Gli esilii nazionali vanno del pari con gli oppressori della nazione! Troppo lungo sarebbe a narrare la iliade de' mali che si aggravarono sopra di essa; il rinnovarsi di guerre senza utile evento, e di paci non durature! A noi però, che qui è avvenuto di ricordarne i principii, conforta almeno il pensiero di veder chiusa alla fine la trista epoca di siffatte nazionali sciagure.

[pg!169] La montagna pistoiese fu destinata ad essere il campo d'italiani avvenimenti famosi, e di cotal grave importanza, che la storia non potrà mai cancellare! Chi è omai che non sappia che essa racchiude le tombe delle due più grandi repubbliche? Catilina e Ferruccio periron pugnando sopra questo Appennino!!

All'epoca che descriviamo la montagna accoglieva nei suoi castelli, qua Panciatichi Ghibellini, là Cancellieri Guelfi; poi Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, fieramente avversi fra loro. E ora il Castel di Piteccio doveva ricovrarvi a confine tutti gli esuli Bianchi, quelli stessi che pochi anni innanzi avevan forse incitato a cacciare i Neri in esilio!

Ma indarno di questo antico castello cercheresti più le sue torri e le sue valide mura. Eppure fu esso come, due secoli dopo, quello di Montalcino a' Senesi, l'ultimo baluardo della parte più popolare, che vi sostenne gli estremi assalti! Ma ora l'ala del tempo che tutto distrugge, e la forza motrice del vapore, che sulla via ferrata, rapida come il pensiero vi scorre d'appresso, concede appena a color che trasporta di scorger più dov'egli si fosse. Se per le fazioni cui fu collegato, i nostri cronisti non ne cercassero ricordanza, appena il suo nome avrebbe un eco in quest'età sì lontana e diversa: nome, che adesso solo in un orario della via ferrata del toscano Appennino, a causa d'una stazione, tornava ad avere un'umile pubblicità.