—Dunque egli!... egli ha osato!... Oh il maledetto! E a te, angelo mio, si volse ancora questo rettile per avvelenare la tua esistenza? Dov'è, dov'è questo infame?...
E già furibondo brandiva la spada, ed era per uscire e per farne vendetta.
Ma Selvaggia a un tal atto diè un grido:—No, no, questo mai!—E a mani giunte s'infrappose fra lui e la porta, e pregò le risparmiasse un nuovo dolore. Messer Cino egli pure lo scongiurò e gli disse:—Vorreste voi in questo modo avvilire il vostro brando onorato macchiandolo del sangue d'un vile, venuto già in dispregio d'ogni partito? Tanto più poi sarebbero esse da valutare le stolte parole di quell'uomo da lui prezzolato?
Messer Lippo arrestatosi, allora con fierezza esclamò:—Ei può vantare d'avermi ucciso Orlandetto: ma, viva Dio! mio figlio morì della morte dei valorosi: egli... Oh! egli, l'iniquo, dovessi sfidarlo io stesso, morrà di quella dei traditori!
Infatti il Fortebracci dopo quella orribil giornata, di cui egli da tutti fu accagionato, non trovò più favore dagli stessi suoi partigiani: e anco dopo l'assedio non ebbe già diviso co' Neri alcun ufficio nella città; e questo perchè conosciutolo, non se ne voller fidare. Isolato, malvisto, se n'era accorto e se n'accuorava: e, giustizia di Dio! così di già era incominciato per lui il più aspro gastigo! Sicchè simulando necessità d'assentarsi per affari domestici; con qualche sorpresa del proprio zio, che appunto allora co' suoi consorti da Prato si era rimesso in Pistoia, andò invece a ripararsi con Nuto e con un suo fido servo, in una sua romita casa di campagna montana, assai distante dalla città.
[pg!175] Di già le milizie fiorentine e lucchesi subito dopo l'ingresso si erano affrettate a far ritorno a' loro Comuni. Le spagnole invece condotte a Firenze dal Maliscalco del duca, don Diego della Ratta, stavano là in quel bel paese molto volentieri, mangiando e bevendo, e oziando tutto dì, e poco disposte a andare altrove. Frattanto in Pistoia assicuratisi i nuovi rettori che tutti i militi di parte Bianca assoldati al di fuori, incominciando dal capitan degli Uberti, fosser partiti; rimisero dentro i Guelfi Neri usciti, che erano in molto numero, e riformarono la città d'anziani e d'altri ufficiali, tutti di lor fazione. Avvenuta questa riforma, credendo i Pistoiesi aver pace, e d'esser trattati da' Fiorentini e Lucchesi con equi modi, accadde invece tutto il contrario. Se potè dirsi che Pistoia fu tribolata, farà stupore a narrare che non mai come allora! Il tormento morale superava di troppo il danno materiale che ricevettero, che pur fu gravissimo!
La prima cosa che fecero que' rettori fu di partirsi fra loro, Fiorentini e Lucchesi, tutto il contado, e non lasciare alla città più d'un miglio d'intorno. Vedemmo già ne' capitoli della resa essere stati eletti, potestà messer Pazzino de' Pazzi, e capitano Ser Lippo Carratella. Ma come grandissimi per que' tempi erano i loro salari, oltre quelli di molt'altre autorità, fu però stragrande la imposta, cui ciascun cittadino dovè soggiacere. Poi per insulto contro ai patti profferti e posti in iscritto, i Fiorentini da un lato, i Lucchesi dall'altro, fecer disfare le mura della città, che eran bellissime, e riempire i fossi d'intorno. E spianaron fra gli altri un popolato sobborgo, dal lato di ponente, parallelo alle mura, il qual luogo serbò fino a oggi il nome di Corso allo spianato. Oltre che per più irrisione e più strazio obbligarono li stessi cittadini all'opera scellerata, e li fecer pagare dal Comune! Ove si fossero rifiutati, v'era minaccia di morte! Cominciaron poi a far disfare tutte le fortezze, le case, i palagi, e le torri de' Bianchi e de' Ghibellini, e durarono più di due mesi continui. Alcune anche di dette case donarono a chi tornò loro più in grado. E Moroello Malaspina, fra gli altri, ebbe il palazzo di Dino Ammannati, rimpetto alla Chiesa degli Umiliati; e i figli di Moroello ricevettero in dono molte case nel [pg!176] Comune di Agliana. Infine vi fu stanziato un Governo dispotico, e sì crudo e tiranno, da far piangere amaramente sulla loro vittoria quelli stessi fuorusciti che invocarono le armi straniere per far ritorno alla patria. I magistrati intendevano più a guadagnare che a far giustizia, e colui che doveva esser condannato, era assoluto per moneta; e così per lo contrario, se la parte era avversa.
Messer Cino, come uno dei giudici delle cause civili, era l'unico nella cui provata integrità e bontà que' miseri confidassero. Fu detto però che egli pure con gli esuli volesse partire. Ma se per allora nol fece, gli accompagnò per lungo tratto nel più doloroso cordoglio. Il pensiero di quella sua donna che tanto amava, e dalla quale chi sa quanto tempo doveva star lunge, lo avrebbe indotto a seguirli. Ma un riflesso più tormentoso gli occupava la mente. Non appena corse voce per la città che ei volesse lasciar l'ufficio e partirsene, tante furono le preghiere dei suoi clienti, che eran pure i suoi cari concittadini, e tante erano le difese di già affidategli, che non ebbe animo d'abbandonare una causa, fatta ora più sacrosanta perchè quella degli oppressi che doveva tutelare da' nuovi oppressori. E nella idea generosa si confermò anche più, sapendo che quelli della parte Nera debitori dei Bianchi, tornati appena in città, fecer sancire questo ingiusto decreto: «che non potessero esser molestati ed astretti a pagare se non dopo tre anni dal giorno in che eran rientrati in Pistoia.» Tale articolo promosse molte liti e questioni, delle quali messer Cino nel suo Comento dichiara che dovette spesso esser giudice.
Se l'età nostra in Italia non ha veduto dagli eserciti invasori (che per colmo di scherno si disser talora alleati), smantellate le mura delle città; molte inique e crudeli opere, e molte ingiustizie simili a queste vi furon fatte, nonostante patti e promesse. Il guai ai vinti gridato da Brenno conquistatore di Roma, pur troppo di secolo in secolo si andò ripetendo! E noi frattanto abbiam visto come i miseri Pistoiesi dopo un tale assedio dovettero sentir tutto il peso della barbara imprecazione!
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