Finalmente alle dodici e mezza partiamo noi pure in coda alla maggior parte del bagaglio, lasciando due dei nostri a cura di quello che restava. Si prosegue su terreno ondulato, avvicinandosi in direzione ovest ai monti, fra folta vegetazione. Dopo un'ora siamo in un allargo di vallata detto Sabarguma, dove il naib e i condottieri dei buoi vorrebbero fermarsi, ma i nostri servi trovano pericoloso il farlo per le febbri, a causa dell'umidità della posizione; d'altronde ci pare ridicolo far sosta dopo sì breve tappa, e facciamo quindi proseguire tutta la carovana. Ci ingolfiamo nelle vallate, e cominciamo un'ertissima salita: dai due lati foltissime foreste.
Il vecchio Desta, un abissinese nostro servo fin dai primi giorni che giungemmo a Massaua, un bel tipo originale, sempre disposto allo scherzo e pazzo per portare un fucile, cammina alla testa della carovana e ci racconta le sue prodezze nell'ultima guerra, pretendendo aver fatto saltare la testa a quattro soldati egiziani, portando, nel dirlo, l'indice alla bocca poi al traverso della gola, quasi aggiungendo di fare che l'eco non si ripercuota, per non averne tagliata la testa; ma giunti al preteso confine abissinese, fece quattro capriole di gioia, gridò forte le sue prodezze e fece un'invocazione alla sua patria, al suo re, alla libertà. La pioggia comincia dirotta più che mai, e ne è forza godercela in santa pace. Il nostro Desta pretende che un leone gli ha attraversata la strada a pochi passi, ma lui solo riesce a vederlo, e alla nostra buona fede a crederlo. La salita è ertissima, il sentiero malagevole, pietre, tronchi, radici lo attraversano in ogni senso, e i nostri pensieri corrono alle nostre casse che dovranno dar prova di gran robustezza per rimanere incolumi.
Alle quattro arriviamo su di un vasto altipiano nel mezzo del quale piantiamo la tenda di Naretti, la prima arrivata. Qualche bue comincia a vedersi, e per fortuna una cassa di provvigioni, chè eravamo dalla mattina con un po' di latte. C'è la cassa, ma la chiave la tiene l'amico Bianchi che restò alla sorveglianza del bagaglio; ma la buona stella ci fa però trovare una chiave che si adatta, e possiamo così pensare un pochino anche a ristorare le nostre forze.
Altri buoi colla nostra tenda arrivano, ma Bianchi fedele alla consegna restò presso alcuni buoi, che esausti, non poterono superare l'erta salita. La notte si fa buja, piove, le foreste abbondano di leoni, leopardi e jene, per cui siamo assai inquieti per la sorte del nostro compagno. Vorremmo andargli incontro, ma il fanale è nella cassa, e con questo buio fitto non vogliamo arrischiare di perderci tutti quanti: si suonano le trombe, si sparano diverse fucilate, ma nessuna risposta. Finalmente da un servo sappiamo che Bianchi sta fermo con quattro o cinque altri uomini, e questo ci tranquillizza alquanto. Nello stesso altipiano sono accampate due altre piccole carovane di mercanti che vanno alla costa, per cui la notte abbiamo un bello spettacolo di tutti i fuochi che nelle varie direzioni illuminano gli accampamenti e il paesaggio circostante.
Giovedì 13. La pioggia ci lascia un po' di tregua, ma il sole è coperto da nubi. Arriva qualche bue ancora, poi il nostro Bianchi che passò la notte sulla strada, sdraiato su qualche cassa e completamente esposto alla pioggia senza una briciola di pane. Lo rifocilliamo, e subito scompare la tinta giallognola che le sofferenze avevano impressa sul suo volto. Alle 10 arriva pure il naib, cogli accompagnatori dei buoi che non vogliono proseguire, accampando nuove pretese che noi incarichiamo il naib stesso di appianare. Si portano sotto un grande albero, presso il tronco stendono un tappeto pel naib, e tutti gli si dispongono
d'attorno accovacciati in circolo. Grandi discussioni poi vengono a riferirci, tornano al parlamento, e finalmente si riesce ad una combinazione accettabile; ma i buoi sono stanchi, e per oggi non si può proseguire. Ce la passiamo dunque facendo un po' di caccia: l'erba è folta e altissima e vi piove da parecchie settimane, per cui si può pensare che magazzino di umidità abbiamo per letto. Ad onta di questo però la salute nostra è buona, e solo qualche servo accusa un pochino di febbre. Questa posizione è detta Ghinda, a circa 950 metri sul mare.
Venerdì 14. Il tempo è chiaro ed appena giorno si comincia a far caricare i buoi che alle otto sono tutti partiti, e noi, salutato il naib che se ne ritorna, essendo qui già fuori dei confini della sua giurisdizione, ci mettiamo in strada in coda alla carovana. Il sentiero che seguiamo non potrebbe essere più pittoresco, il paesaggio che attraversiamo grandioso e selvaggio: imponente poi ed originale la lunga fila delle mule, buoi e somari con tutti i loro guardiani che li guidano a forza di urli e di fischi, e la sequela dei nostri servi dei quali ognuno porta un fucile, una lancia, uno scudo, una spada abissinese od un altro strumento qualunque di difesa; non due vestiti ugualmente, per quanto a metà perfettamente identici, perchè nudi. Chi una camiciola, chi una pezzuola alla cintura, chi dei pantaloncini, chi un fazzoletto rosso in testa, chi un gilet, alcuni con folte chiome, altri colla testa rasa, saltavano, correvano, gridavano, di quando in quando risuonava qualche colpo di fucile. Era uno spettacolo unico, impossibile a dirsi.
Saliamo sempre: la vegetazione va continuamente crescendo, siamo letteralmente fra due mura di verdura, e spessissimo entro una vera galleria: foglie d'ogni forma, dimensione e colore, tinte svariatissime, liane, fiori, alberi giganteschi, uccelli, scimmie che si arrampicano. A diverse riprese attraversiamo un piccolo corso d'acqua ed alcune volte facciamo strada del suo
letto. In alcuni punti il suolo è di un verde chiarissimo e lucente, e vi sono sparse piante dalle foglie di verde cupo; ciò che colla luce del sole produce bellissimi effetti. Enormi tronchi sporgono spesso sulla via e minacciano di rompere il naso a chi non ha gli occhi bene aperti. La strada è un vero sentiero e nulla più, dove nessun uomo ha rimossa mai la più piccola pietra. La causa di questa folta vegetazione è l'essere questa una zona che partecipa alle piogge della costa ed a parte di quelle dell'interno: le piante principali mi parvero le acace, l'ulivo selvatico, le euforbie, crataegus, lauri, papiri ed una miriade di fiori e foglie svariate. Alle dodici e mezzo siamo a Madiet, un semplice allargo della valle che percorriamo, e dove accampiamo, chè proseguendo, per lunga tratta non si troverebbe erba nè acqua. Siamo a circa 1330 metri di elevazione. Verso le due giunge la solita pioggia che dura pochissimo, essendo già vicini al limite dove regna la buona stagione.
Dopo pranzo i condottieri dei buoi vengono avanti le nostre tende e ci danno uno spettacolo di danza selvaggia: si dispongono su due file in modo da formare un rettangolo aperto dal lato ove siamo noi, e mentre tutti cantano una cantilena interrotta da battimani e gridi, due o tre eseguiscono la danza inseguendosi nel rettangolo, camminando con strane movenze, saltellando e facendo capriole: dopo qualche minuto, uno si ferma e girando la testa si contorce con movenze muscolari principalmente dei fianchi e delle spalle: parecchi allora gli si fanno d'attorno, e saltellando e strillando gli stendono le braccia sul capo, coprendolo di battimani. Così finisce una scena e ne principia subito un'altra con altri protagonisti.