Fattosi buio, due dei nostri servi ci fanno una pantomima fingendo lo sciacal inseguito dal leone: per imitare questo ultimo un ragazzotto si avvolse in quattro cenci, si aggiustò sul capo una pelle in modo da far cadere i due orecchioni e si prese
in bocca due bastoncini che accesi all'altro estremo fingevano gli occhi, ed imitando il passo e il grave respirare del re degli animali, percorreva il campo inseguendo il povero cane selvatico che per paura abbajava.
Sono scherzi semplici per chi li legge, ma che hanno del grandioso e dell'originale per chi li ha visti nel loro ambiente.
Due piccole carovane di mercanti abissinesi, fidenti forse nel detto l'unione fa la forza, si sono unite a noi, per cui il campo è estesissimo questa sera e rischiarato da dodici grandi fuochi, e nelle mie ore di guardia mi godo un imponente spettacolo. Le nostre tende, il bagaglio sparso in diversi punti, le capanne improvvisatevi d'attorno dai servi con pochi rami e pelli, tutti i buoi, muli e boricchi concentrati in diversi gruppi, i gruppi di beduini accovacciati attorno ai grandi falò che illuminano la scena persa nella solitudine di una valle, fra monti coperti da foreste abitate da fiere: in qualche brigatella si canta, in altra si dorme, in alcune si balla e qualche volta si alternano le danze ad esercizii di scherma, fingendo alcuni di attaccare un nemico che si difende colla propria lancia e collo scudo, facendo finte, assalti, retrocedendo, avanzando, inginocchiandosi per essere coperto dallo scudo, fingendo cadere ferito per poi alzandosi d'un tratto riattaccare di sorpresa il nemico, e di quando in quando interrompendo questa fantastica scena con grida acute e con battimani.
Sabato 15. Appena giorno comincia la carica del bagaglio e alle otto ci mettiamo noi pure in marcia. Cresce sempre, man mano ci innalziamo, il fitto e il gigantesco della vegetazione ed aumentano pure le varietà: vedo grandissime ortiche in fioritura, vaniglie, pelargonii, glicine, il fico selvatico, molti aloe di diverse specie, l'agave filifera che dà il filo vegetale, la fuxia comune ed una fuxia parassita che orna di mille fiorellini rossi i tronchi dei grossi alberi dai quali succhia la vita, crataegus,
lauri, moltissime varietà di rubinie, opunzie, salvie, cereus. Queste parvemi almeno di aver riconosciute, senza garanzia però di non aver preso un granchio nel classificarle.
Ad un certo punto la valle ci appare quasi chiusa e ci arrampichiamo sull'altura che pare contrastarci il passaggio. La salita è ertissima, tale che bisogna spesso scendere dalle nostre cavalcature: il sentiero sale a zig-zag fra foreste, e stupendo è l'effetto della lunga carovana che lo percorre animando la scena selvaggia e del burrone che ad ogni nostro passo aumenta dietro noi: guardando la strada che veniamo di percorrere l'occhio si perde in un vero pozzo di verdura. Alle undici e mezzo arriviamo al passo del colle, che si fa entro una piccola trincea, il solo punto forse dove in tutta questa strada si veda traccia di lavoro d'uomo, e ci si presenta un nuovo panorama: non l'imponenza dei ghiacciai della Svizzera, non il grandioso delle nostre montagne scoscese e rocciose e intarsiate da laghi o da corsi d'acqua, ma una sequela infinita di monti conici che si vanno man mano innalzando, e coperti tutti da dense foreste.
L'altezza del passo è circa 2500 metri. Discendiamo sul versante di un'altura ed a circa mezzogiorno ritroviamo il resto della carovana ferma in un punto detto Machensie, dove abbiamo la buona notizia che per mancanza di acqua e erba, i buoi avrebbero ancora proseguito. Dopo un po' di riposo ci rimettiamo quindi in marcia verso le tre. Altra salita assai lunga e forte: la vegetazione meno rigogliosa, mancanza quasi assoluta di vita animale. Dopo un'ora e mezzo siamo alla vetta di un secondo passaggio di catena di monti ed entriamo nella provincia dell'Amassen della quale ci profetizzavano mirabilia, ma troviamo invece che tutto è bruciato e sterile in questo versante: rocce rosse per ferro aggiungono ancora maggior forza all'aspetto deserto: ci si presenta un villaggio e lo avviciniamo;
è Asmara, in gran parte distrutto dal fuoco durante un'ultima rivolta di questa provincia. A poca distanza stabiliamo il nostro campo, dove subito accorre tutta la popolazione, avanzo delle stragi infami, e chi per curiosità, chi per offrirci a comperare qualche montone. Siamo qui a 2300 metri: lungo la via percorsa devo notare il predominio delle euforbie che raggiungono proporzioni alle volte colossali: portano fiore giallognolo, qualche volta rosso: fu tentata la speculazione di raccogliere l'umore bianco che geme facendo un'incisione al tronco, e che servirebbe per non so quale industria, ma non se ne potè mai trarre bastante profitto.
Alla sera sorge un vento freddo che fa scendere il termometro a 10°, e la notte è pure fredda e umidissima.