Campane abissinesi
Abbiamo un guaio curioso fra i nostri servi, due dei quali sono mussulmani e gli altri cristiani, e i primi non mangiano bestie ammazzate dai secondi, e viceversa, e in un paese dove bisogna farsi la propria macelleria in casa, c'è così sempre qualcuno che resta digiuno. Anche le nostre provviste di pane sono esaurite, ed alcune donne ci fabbricano il pane col sistema del paese, come vedemmo a Keren. Le prime volte lo stomaco
quasi vi si rifiuta, ma il condimento dell'appetito finisce per far gustare molte cose che e da noi farebbero ribrezzo.
Lunedì 17. Grandi noie ancora per i buoi che ci vengono rifiutati, ma finalmente dichiariamo che le casse contengono regali pel re, e che se si persiste a non volerle trasportare a prezzi onesti, partiremo soli colle nostre mule, lasciando il bagaglio in consegna al capo della dogana; faremo i nostri rapporti e il re obbligherà poi al trasporto gratuito. Così potemmo decidere questi mascalzoni a caricare e alle quattro la carovana era tutta in moto. Il terreno è leggermente ondulato, poca vegetazione, solo moltissime agave cariche di fiori giallognoli e rossastri.
Attorno a noi si stende una grande pianura interrotta da qualche lieve altura, e allo sfondo bassi contorni di montagne. Dopo due ore, al tramonto, ci fermiamo davanti al villaggio di Aduguadat. Un altro villaggio avevamo passato a circa mezza strada: sono aggruppamenti di capanne piantati sempre, per maggior difesa, sulle vette delle alture: le costruzioni basse, a tetto piatto in terra, per cui difficilmente si distinguono dal suolo sparso di rocce vulcaniche. La popolazione è generalmente brutta, coperta da logori cenci, e solo raramente dal pittoresco manto bianco e rosso: la loro tinta è il marrone: la testa alle volte rasa completamente, alle volte solo in parte, oppure molto originalmente pettinata, formando una sottilissima treccia che gira tutta la periferia, e dividendo il resto in un'infinità di altre piccole trecce che dal fronte scendono alla nuca, le donne; e in cinque grosse trecce, egualmente disposte, gli uomini.
Dalla posizione di ieri siamo discesi una cinquantina di metri.
Martedì 18. Prima di partire, i condottieri dei nostri buoi vogliono farsi il loro pane: divisa la pasta in bolle, nel mezzo di ognuna introducono una pietra riscaldata al fuoco ottenuto con sterco vaccino essicato, non essendovi legna, poi pongono
sulla brage la bolla che così cuoce esternamente ed internamente. Partito il bagaglio, alle otto e mezzo ci incamminiamo noi pure. Per più di due ore si prosegue di altura in altura, salendo e discendendo in modo da mantenersi in media presso a poco allo stesso livello.
La vegetazione va leggermente aumentando: prevalgono acace ed ulivi, torna qualche euforbia, qualche cactus, dei peschi selvatici. Verso le undici siamo all'estremità di questo altipiano, e ai piedi della discesa che ci sta davanti ci si presenta ancora una vasta pianura che ben da lontano si vede chiusa da altri monti ancora: ai nostri lati profonde vallate sempre collo stesso carattere. Ci è forza fare a piedi la ripida discesa, e alle dodici e mezzo ci accampiamo al principio di questo nuovo altipiano, ai piedi dell'altura su cui sta il villaggio di Sciket, sotto un secolare ulivo. In complesso però fa molto difetto la vita sì vegetale che animale, e da questo lato confesso che da quando ponemmo piede nell'Amassen, ebbi una gran disillusione su questo paese: speriamo che avanzando cambii, e torni conforme alle lusinghe. Il capo del villaggio ci ingiunge di ripartire perchè tutte le nostre bestie gli distruggono il poco di erba che ancora avanza; ma noi non ci muoviamo ed è la sola risposta che gli facciamo avere. Siamo a circa 2050 metri.
La sera grandi fuochi, chè si pretende abbondino i leoni, che hanno però il buon senso di non farci neppur sentire il loro ruggito.