Mercoledì 19. Alle sette e mezzo in cammino: sempre lo stesso carattere, acace in pieno fiore ed un altro arbusto dal fiore odoroso che tiene della dafne e del gelsomino. Per un breve riposo ci fermiamo presso dell'acqua, all'ombra di un enorme sicomoro il cui tronco misura dieci metri di circonferenza, ed i cui rami, scendendo fin quasi a terra, formano un ombrello di centocinquanta metri alla periferia. L'acqua è

l'elemento che più manca in questo paese: mai se ne incontra di limpida e corrente, e solo nei punti dove facciamo stazione ve ne è qualche deposito in fondo a crepacci del suolo o ad avvallamenti: sempre però acqua torbida, fangosa e puzzolente. Il terreno e le rocce sono quasi sempre rossastre, ciò che prova la presenza del ferro: sparsi infatti, sono dei rognoni ferruginosi, roccie quarzose e di quando in quando bellissimi prismi basaltici. Strano è il carattere generale delle alture, tutte a profili e strati orizzontali, interrotti solo nella loro monotonia da qualche cono perfettamente regolare che si innalza qualche volta immediatamente dal livello dell'altipiano, qualche volta invece dal profilo orizzontale stesso delle alture che ci rinserrano.

Dopo la breve fermata abbiamo un'erta salita che ci porta ad un villaggio abbandonato: l'ultima guerra civile, le stragi, le malattie che ebbe per conseguenze, spopolarono quasi questa provincia altre volte floridissima.

Lentamente discendiamo fra alture, ed attraversato ancora un altipiano, accampiamo in località detta Toraemmi, a 1960 metri. Sulle alture prevalgono sempre le euforbie, al basso l'erba essicata è ancora poco meno di due metri d'altezza, ciò che lascia immaginare quanto di splendido dev'essere questo paese subito dopo l'epoca delle piogge.

Ci si dice non esservi pericolo di fiere, per cui la sera tralasciamo la guardia, ma dopo qualche ora di sonno un gran baccano ci sveglia, e troviamo tutti in armi e in agitazione. Una banda di ladri venne per far bottino, ma spaventata dal numero delle tende forse, e da qualche fucilata, se la diede a gambe. Nessun altro incidente, nella notte, fuorchè una jena che attaccò una mula, e il continuo gridare delle sue compagne e dei sciacalli.

Giovedì 20. Per essere pronti a qualche agguato che ci possono aver teso i galantuomini della notte scorsa, facciamo procedere

la carovana riunita e noi ci dividiamo alla testa, al centro e alla coda.

Sempre la stessa natura che offre poco di interessante e di piacevole: quasi insensibilmente si va discendendo su terreno leggermente ondulato. Raggiunto un vasto altipiano in gran parte coltivato a dura, alle dodici e mezzo mettiamo il campo presso il villaggio di Godofelassi. La popolazione viene in massa a circondarci, a spiare e mettere ad ogni prova la nostra pazienza. Dapprincipio ci negano l'acqua per abbeverare le nostre mule, ma colla fermezza otteniamo questa concessione. Villaggio e abitanti sono il vero emblema della miseria. Le case sono costituite da una siepe od un muro circolare alto poco più di mezzo metro, e coperto da un tetto conico di paglia: mobilia nè attrezzi niente; un disordine e un sudiciume superiori ad ogni credere: nel centro del villaggio la chiesa, di costruzione eguale alle abitazioni, ma più grande con una croce cofta al vertice del tetto, e circondata da euforbie popolate da centinaia di piccioni che si ritengono sacri e che nessuno oserebbe toccare. Molti di questi però, ignari d'un asilo tanto sicuro, abitano le campagne circostanti, e ci forniscono un eccellente pranzo.

I nostri boari di Asmara finiscono qui il loro servizio e ci domandano un prezzo enorme per proseguire, quindi sarà forza procurarcene altri e perdere ancora almeno domani per le trattative.