L'acquisto dei quadrupedi per la continuazione del nostro viaggio è cominciato, e la mattina si vanno facendo delle cavalcate nei dintorni, che sono sempre aridi: nelle vicinanze il terreno è rozzamente coltivato ed ora preparato per la seminagione.
L'aratro è una semplice punta di ferro legata a due aste che son tenute dal lavoratore per la direzione, e dal punto di legatura si parte un'altra asta che va ad essere attaccata al primitivo finimento di due buoi: non si fanno che dei solchi superficiali e non si cura nemmeno di levare le pietre che natura ha sparse al suolo. Qualche piccolo cespuglio, specie di oleandri dal fiore piccolo bianco, alcuni palmizzi, dei fichi selvatici, qualche ulivo. In un solo cortile di Adua vidi una musa ensete, alcune mele granate e una vite. A nord e a sud-est della città due grosse masse di ulivi selvatici coprono delle loro ombre due piccoli villaggi, avanti al primo dei quali sta un grosso sicomoro ai rami del quale si usa appendere i disgraziati che vi sono condannati, supplizio però che ora è quasi fuori d'uso, servendosi invece della fucilazione.
La fauna non è ricca e poco c'è a divertirsi colla caccia: solo abbondano le jene che tutte le notti danno veri concerti coi loro urli attorno alle abitazioni. Falchi e avoltoi si aggirano spesso nello spazio, e di tale ardire che scendono alle volte fino a rubare la carne che si sta preparando per noi. Dei merli dalle penne metalliche a riflessi stupendi, specie di passeri della testa nera, piccoli uccelletti dal becco rosso, alcune lepri, lungo il fiume il grosso martino pescatore bianco e nero e il piccolo dai
cento colori, qualche anitra e oca. Tutto però piuttosto raro; si direbbe che l'epidemia si è estesa anche a questi, od almeno ha consigliato loro aure più pure.
Fra gli oggetti che ci vanno portando per vendere, è curioso un bracciale d'argento dorato lavorato a filograna, alto circa quindici centimetri, e due scarpe dalla punta acuta e curva, pure in argento e dello stesso lavoro. Il primo è un distintivo che il re in benemerenza dona ai suoi generali, e se ne servono nei giorni di gran battaglia; le seconde sono usate dalle donne nei grandi ricevimenti, ma invece di calzarle, che sarebbe troppo incomodo, si fanno tenere sulle mani tese di un servo che segue sempre la sua signora.
Uno dei nostri servi accusa un giorno forte mal di capo, e il vecchio Desta ci dà una prova della scienza chirurgica del paese. Seduto il paziente coi gomiti appoggiati alle ginocchia e le mani tese sulle orecchie, lo strinsero al collo con un panno arrotolato: il Dulcamara, appoggiato un rasoio al fronte vi diede un colpo con un bastone, ed aperse così una ferita dalla quale sgorgò copioso il sangue: due altri intanto appoggiando le rispettive ginocchia al dorso dell'operato lo stringevano al collo quasi volessero strozzarlo. Defluita una certa dose di sangue si chiuse il taglio con cenere. Ripetuta, se necessario, l'operazione il giorno dopo, pretendono basti a salvare dall'incomodo male.
CAPITOLO VII.
Posizione geografica dell'Abissinia.—Sua divisione in provincie.—Distinzione dei diversi terreni.—Storia del paese e degli abitanti.