A poca distanza da Adua sta Axum, l'antica città santa dell'Abissinia, che naturalmente molto ci premeva di visitare, per cui combinammo l'escursione pel mercoledì 19.
Prima di incamminarci a vedere le rovine dell'antica civiltà, mi pare però giunto il momento opportuno di dire due parole sul paese nel quale stiamo viaggiando.
È cosa assai difficile delineare con una certa precisione i confini geografici dell'Abissinia, ma si può ritenere sotto questo nome la zona che si estende dal 9º al 16º di latitudine nord e dal 36º al 40º longitudine orientale. Confina a nord coi territorii dei pastori Bigias, all'est coi Danakil, a sud coi Gallas e ad ovest col Sennar, ed entro questi limiti la sua superficie può calcolarsi di circa 240,000 chilometri quadrati. Le provincie in cui è diviso questo grande stato sono: il Tigré, che dai confini dell'altipiano etiope, si stende fino al Taccazé: l'Amara, che costituisce un altipiano, che da quest'ultimo fiume declina ad ovest fino al lago Tzana e verso il Sennar: Lasta, che è la parte sud-ovest e la più montuosa: il Goggiam racchiuso dalla curva, vero ferro da cavallo, che fa il Nilo Azzurro, sortendo dal lago Tzana, dirigendosi a sud per piegare ad ovest e terminare il suo corso quasi a nord verso
Sennar: lo Scioa, vasto e ricco paese che confina colle tribù Gallas che occupano territorii estesissimi ed in parte inesplorati. La tradizione vuole che i Gallas provengano dal di là del mare, com'essi ancora raccontano, mare che però si ridurrebbe ad uno dei grandi laghi interni, da dove nella loro peregrinazione avrebbero proseguito a nord, allettati dalla fertilità del suolo.
Quasi ognuna di queste provincie usa una lingua speciale, e cioè: il Tigré, il tigrigna, l'Amara l'amarico od amarigna, e le altre il galligna o lingua dei Gallas: lingue tutte che credo però si possano considerare come altrettanti dialetti, ritenuta lingua madre il gheez, od antico idioma del paese, che ora resta solo scritto nei libri sacri e raramente usato nelle divine funzioni.
L'Abissinia è un immenso altipiano che declina a nord-ovest, sostenuto verso il mar Rosso dalla catena detta Taranta. La sua elevazione sul mare è nella media di circa 2000 metri: vi sono poi catene di montagne speciali elevantisi su questo livello, e tali sono quelle del Goggiam dove a 3000 metri d'elevazione ha origine il fiume Abai, che immischiate le sue acque a quelle del lago Tzana, ne esce poi col nome di Nilo Azzurro: quelle del Lasta dove scaturisce il Taccazé, e il gruppo del Semien. Fra questi vi sono monti degni dell'attenzione di qualsiasi alpinista, e Salt narra di aver visto in aprile della neve su due delle vette del Semien: Pearce in ottobre vi fu sorpreso da una nevicata, e Rüppel osservò delle nevi sul Buahat che stima essere 4,800 metri d'altezza.
In paese si danno poi nomi distinti ai terreni, a seconda della loro elevazione, e questo appoggiandosi al genere di produzione di cui sono suscettibili. Così sono detti colla i terreni al disotto dei 2000 metri e deuga quelli al disopra dei 2400: quelli compresi fra queste due altitudini woina-deuga o terreni deuga capaci della coltivazione della vite. Come queste distinzioni sono
proprie del paese e ricordate per tradizione, se ne può dedurre come altre volte vi prosperasse la vite, che fu distrutta ovunque per ordine di re Teodoro.
Secondo autori che non hanno solo visitato, ma anche studiato il paese, l'etimologia della parola Etiopia starebbe nelle due greche aito-bruciare e ops-occhio o viso; ed infatti anche oggidì vi è conservato l'uso di abbruciare gli occhi per certe pene. Abissinia, deriverebbe invece da Habesc, che così infatti si pronuncia in paese, e il passo dall'una all'altra non è lungo, ed è vocabolo arabo che significa riunione di diverse famiglie, e sarebbe stato usato in origine dai Mussulmani in segno di sprezzo verso gli abitatori di questa regione, che come credesi vi sono accorsi da diverse parti.
Quanto alla storia del paese, come non si può inventarla nè immaginarla, dirò qualcosa che raggranellai nelle interessanti opere di Bruce, Salt, Rochet d'Héricourt, Ferret et Gallinier, Raffray, per la parte antica, e per la moderna ripetendo alla meglio quanto mi feci raccontare dai pochi che in paese me ne potevano parlare.