Antica chiesa del Salvatore in Adua
Abbiamo frequenti visite dei delegati dello Scioa che sono gente per bene, molto affabile e cortese, e hanno un principio di educazione e di sentimenti di delicatezza, come, mi è forza dirlo, non abbiamo ancora incontrato in questo paese. Tengono nota di tutto quanto vedono e di ogni particolare delle strade e del paese, ciò che unito a quanto alle volte trapela dai loro discorsi, mi fa supporre che meglio che gli acquisti, lo scopo del loro viaggio è di impratichirsi di queste regioni che in un giorno forse non lontano, il loro sovrano pensa di occupare. Sono fini e intelligenti e fanno le cose per bene, ma non hanno ancora imparato che per esser diplomatici bisogna saper fingere di non esserlo, parlar poco e spesso mentire.
Noi siamo sempre in attesa del ritorno del corriere spedito al re, ed oltre alla noia di questo soggiorno si aggiunge ora l'inquietudine, perchè l'epoca delle piogge si avvicina, e se questa ci sorprende all'interno resta chiusa la via al ritorno, e non deve esser certo divertente passar qualche mese in una capanna senza occupazioni e senza potersi divagare con escursioni e caccie. Il piccolo cherif è già cominciato e spesso verso sera ci troviamo chiusi fra tuoni, lampi e dense nubi che si risolvono in acquazzoni torrenziali, passando da un sole cocente e piccante ad un vento freddo più che fresco. Finestre, porta e tetto della nostra abitazione non sono certo tali da difenderci dalle furie degli elementi, e spesso abbiamo l'incomoda visita della pioggia che ci viene a trovare nei nostri appartamenti.
I pretesi grandi signori in Abissinia sono generalmente possidenti di vaste estensioni di terreni e di bestiame, che non essendovi
in paese industria, nè gran commercio, non v'ha capitale circolante ed è ignoto l'interesse che da questo si può cavare, per cui quando realizzando i prodotti insaccano dei talleri, li impiegano aumentando le loro proprietà, oppure li sotterrano. Vengono generalmente nominati capi, non governatori però, della provincia in cui vivono, e dal re sono autorizzati alla riscossione delle imposte dei minori tenenti nella provincia stessa. Le imposte sono poca cosa, ma non mi riuscì sapere a quanto ammontino: riscosse, le depongono nelle mani del re e ne percepiscono un tanto che parmi circa il dieci per cento: se qualcuno ricusa di fare la dovuta consegna, gli si mandano dei soldati che pensano a farsi mantenere, finchè il danno arrecato sia pari alla somma dovuta, più la multa inflitta. Dai proprii coloni si usa ritirare tutti quanti i prodotti e distribuire poi il necessario al sostentamento di ogni famiglia, restando quanto avanza totalmente al proprietario. Le abitazioni di questi signori sono un po' meglio costrutte delle comuni, e nel recinto in cui stanno ne sorgono altre minori per ricoverare i servi, macinarvi il grano, prepararvi il pane, tenervi le provviste. Del resto ben poco più distinto dalla massa in fatto di comodità: il loro gran lusso è di avere molti servi armati, delle mule, qualche cavallo, degli angareb, tappeti, bottiglie in cristallo per bevervi il tecc, del quale tengono in pronto grandi vasi. La cucina non annovera molta varietà di intingoli, neppure per le tavole principesche. Ai figli nessuna educazione, e tutt'al più imparano a leggere e raramente a scrivere da un prete. Morendo non si usa di far testamento, ma solo agli ultimi istanti il padre dice: lascio i miei poderi a dividersi fra miei figli; e questi in seguito si dividono l'eredità in parti uguali, maschi e femmine.
Un uso strano hanno nel mangiare la carne cruda. Staccano solo a metà il pezzo che vogliono mettere in bocca, poi preso questo fra denti e tenendo il grosso pezzo in mano, finiscono di
staccarlo con un taglio dal basso all'alto rasente le labbra. Se si pensa che spesso il coltello è la sciabola, si potrà immaginare quanto sia poco rassicurante trovarsi fra due che mangiano con questo sistema.
L'Abissinese mangia la vera carne muscolosa del bue e ne getta quasi con ribrezzo il cuore e il fegato, mentre, per esempio, il Patagone e il gaucho della pampa preferiscono queste parti a tutto il resto, e spesso ammazzano un bue semplicemente per soddisfare questa ghiottoneria.
Passiamo la Pasqua in Adua, e quattro cose sono a rimarcarsi a quest'epoca: il baccano infernale che si fa la notte in tutte le chiese: l'uso che i preti vanno a deporre in tutte le case dei mazzetti di fusti di un'erba palustre, che poi ognuno si mette attorno al fronte come lo spago di un ciabattino: gli anelli molto ingegnosamente fatti con foglie di palma intrecciate, e tutti ne vanno fabbricando, tutti ne regalano reciprocamente e tutti ne hanno coperte le dita: la fine del digiuno quaresimale, fa che ogni casa quasi diventa macelleria, e per la sera tutti indistintamente sono pieni di brondò e di tecc, e se ne vedono e sentono dovunque le conseguenze.