L'elevazione di Gondar mi risulta di 2300 metri.
Il giovedì 26 facciamo i saluti al compagno Bianchi che da qui torna al campo reale per passarvi col Naretti il cherif, e rappresentarvi in certo modo il Comitato milanese di esplorazione, nella speranza di potervi seriamente trattare col re qualche affare ed ottenere in seguito di visitare e studiare commercialmente il Goggiam o lo Scioa, e noi proseguiamo a nord-est attraverso montagne verdeggianti, e seguendo una strada tracciata da Teodoro, quando voleva fare del suo paese una nazione civile e del Gondar la gran capitale. Si direbbe che avuta da natura una mente elevata, un carattere ardito ed un cuore che non conosceva ostacoli a soddisfare la propria ambizione, tutta la parte che era a lui destinata di bontà e malvagità si concentrarono, per segregarsi l'una dall'altra e svilupparsi coll'impeto che doveva esser proprio d'ogni sua azione. Così dapprima concepì idee civilizzatrici di gran lunga superiori al possibile e volle tentarne l'effettuazione, ma fu subito assalito dallo svilupparsi del secondo elemento, l'istinto perverso, cui non potè esser freno ragione nè educazione, vestì il carattere di pazzia e gli fece commettere quegli eccessi che rovinarono il paese e furono causa della sua miseranda fine.
Verso le tre ci fermiamo ad un piccolo villaggio presso la chiesa Georgis a 2950 metri.
Continuando il venerdì 27 in un vero parco inglese dove la grandiosità è sconfinata e la natura non studiata nè inventata, ma quale solo il tempo ha creata, incrociamo dopo circa quattro ore di cammino la via tenuta nell'andare a Debra-Tabor, e volgendo più ad est attraverso estesi bacini a pascoli e coltivo, saliamo verso le tre un colle che spicca fra gli altri e alla vetta del quale è la residenza di degiatch-Semma figlio di ras Garamaden,
giovane simpatico che ci usa mille riguardi e mille cortesie, trattandoci come si usa trattare fra amici in Europa, mostrandosi beato di vederci e di poterci ospitare. Tutto il resto della giornata volle che stessimo con lui, ci destinò una capanna vicina alla sua, volle prendessimo parte alla sua refezione. Entusiasta delle nostre armi chiese poter fare qualche tiro, e più di una volta colpì perfettamente a palla uno dei nostri cappelli messo come bersaglio a discreta distanza. La contentezza di questo giovane e l'ammirazione dei suoi non aveva più limiti e ci dichiarò che sarebbe il più felice dei mortali se dall'Italia gli mandassimo un fucile simile. Il buon Ferrari, intenerito dal trovare un'accoglienza veramente schietta e cordiale, prese a due mani il suo cuore sempre grande e sempre aperto, e volle far dono della sua fida arma. Vera eccezione fra gli Abissinesi, si dovette insistere per farla accettare.
Dirò ora che la parola ras tante volte usata significa capo, è araba e fu introdotta e si usa sempre oggi in Abissinia. Degiatch corrisponde a governatore con pieni poteri conferiti dal re.
Siamo pregati di restare ospiti per qualche giorno, ma ci è impossibile, quindi il giorno appresso proseguiamo per la nostra via, ritroviamo quella percorsa nell'andata, nelle vicinanze di Ciambilghé, che lasciamo alla sinistra, per raggiungere il villaggio di Dewark, a circa 3000 metri di elevazione. Il villaggio è costituito da due aggruppamenti di capanne poste a qualche distanza, ma distinte collo stesso nome. A poca distanza dalla frazione più a nord, già accampammo nell'andata, ora abbiamo preso stanza all'estremità opposta.
Per essere più lesti viaggiamo senza provvigioni nè tende, e solo abbiamo presa una piccola tenda nera, come si fanno allo Scioa, pei casi estremi. Siamo quindi costretti di ricoverarci tutte le sere ai villaggi, e chiedere una capanna, e farci dare col mezzo della guida del re o più spesso col mezzo dei nostri talleri, quel
che si può trovare non per mangiare, ma per vivere. Come si stia la notte in questi tuguri con ogni sorta di compagnia, e cosa si debba ingojare, risparmio descrivere per evitare un disgusto. La stanchezza e l'appetito rendono però soffice qualunque giaciglio e gustoso qualunque cosa sia materialmente mangiabile; la necessità fa trovare superflua la maggior parte delle cose che si ritengono necessarie, e si capisce allora quanto di inutile abbiamo nelle nostre abitudini, e quante pene e quante noje ci procuriamo per soddisfarle.
La domenica 29 siamo svegliati dal grido di el matera, el matera, cavaga, la pioggia, signori, che i nostri servi ci fanno intendere, sapendo quanto ci stesse a cuore questa brutta compagna, perchè nojosa nel viaggio e più che per questo, perchè gonfiando il Taccazè potrebbe tagliarci la via al ritorno. Una fitta pioggia aveva infatti durato tutta la notte e ancora continuava, ma bisogna prendersela con disinvoltura, sellare le mule e come splendesse il più limpido sole, mettersi in cammino. Ci avviciniamo alla gran catena del Semien, e diamo scalata ad un'altura ertissima dove il terreno bagnato rende il salirvi doppiamente faticoso e per noi e per le mule. Il cammino continua poi molto accidentato in continue discese e salite; per lungo tratto corre anzi su di una via dove la mano dell'uomo rese possibile il percorrere il versante di un enorme vallone, da dove durante qualche lucido intervallo in cui il vento ci libera per pochi istanti dalle moleste compagne, la pioggia e le nebbie, si intravedono valli scoscese e pareti rocciose di monti a profili orizzontali, interrotti da guglie. Siamo in una regione veramente alpestre, dove un vero sistema costituito, per così dire, di catene montuose surroga quel caos di natura sconvolta che percorremmo nell'andata, più al basso parallelamente a questa altezza. Frequenti corsi d'acqua gonfi in questa stagione abbiamo a guadare, e dopo una giornata veramente campale ci fermiamo