verso il tramonto chiedendo ospitalità a poche misere capanne a 3450 metri d'elevazione.
Lunedì 30. Saliamo sempre attraverso terreni coltivati e pascoli, fino a raggiungere lo spigolo di una catena che davanti a noi, dal versante nord, si presenta scendere a picco, determinata da una di quelle pareti verticali basaltiche, tanto caratteristiche di queste formazioni e di questo paese. Per un sentiero da camosci discendiamo o meglio precipitiamo fino a raggiungere un terreno meno ingrato; costretti di marciare a piedi, anzi di ajutare qualche volta le mule che affievolite dagli stenti e intimidite dal pericolo si rifiutano di continuare, nell'acqua fin quasi alle ginocchia, chè il poco sentiero raccoglie lo scolo del versante, e sotto una continua pioggia dirotta, avanziamo taciti e pensierosi, preoccupati dal caso di non poter passare il Taccazè e di dover quindi forse rifare questa strada fra pochi giorni, e in condizioni ancora peggiori, ma animati dalle speranze del caso contrario, e di poter quindi essere fra qualche giorno rassicurati che ci sarà libera la via del ritorno. La fitta nebbia continua ci toglie oggi quasi ogni vista sulle regioni più elevate, e solo di quando in quando si scorge al basso il passo di Wogara e parte della via che percorremmo per arrivarvi. Verso le quattro ci fermiamo ad un piccolo villaggio a 3350 metri. Gli abitanti sono tutti pastori che coltivano quel poco di grano che basta pel loro pane, ma il benessere, se benessere conoscono in questo paese, lo ricavano dal bestiame. Sono piuttosto poveri, ma cordiali ed abbiamo certo a lodarci di loro meglio che di tutti gli altri abitanti d'Abissinia. L'elevazione non permette vegetazione alcuna e solo vi allignano pascoli, per cui nemmeno pel fuoco si può aver legna, e per l'uso degli abitanti essicano nell'estate lo sterco vaccino, e lo conservano come combustibile. Questo non dà fiamma, poca bragia e lascio pensare quale fumo puzzolente, e per noi che si arriva la sera inzuppati d'acqua fino alle
ossa, non è certo di gran risorsa. Pure, così come siamo ci si sdraja per terra, e con una pelle da bue per tutto letto, e poco meno che nel fango, si aspetta la mattina: si riposa benissimo e la nostra stella ci preserva da qualunque male.
1.º Luglio. Si sale sempre percorrendo i pascoli stesi su una striscia di piano inclinato che forma quasi gradino fra due pareti verticali di roccia. Sono sparse masse di piante simili ad yuka, dalla foglia più larga e grigiastra. Il tempo è un po' migliore, chè il vento ritiene di quando in quando la pioggia e siamo invece accompagnati da un freddo intenso. Giunti a 3950 metri ci si presenta una precipitosa discesa che è forza percorrere a piedi: bisogna alle volte lasciarsi sdrucciolare su nuda roccia bagnata, dove è miracolo che le mule possano reggersi. Raggiunto il fondo della valle seguiamo il torrente impetuoso che replicatamente attraversiamo. La vegetazione è foltissima e rivediamo, man mano si va scendendo, tutte le varietà di piante che allignano alle diverse altezze e che già ci furono compagne; fra queste abbondano gli esemplari del cusso e stupendi lauri. È tale l'intreccio dei rami, che si cammina in una vera galleria di verde ed è impossibile stare a cavallo, che anzi spesso siamo obbligati di sollevare tronchi che sporgono orizzontalmente per lasciarvi passare i nostri quadrupedi. Questi sono sfiniti dalla fatica e dal digiuno; non hanno tempo a pascolare il giorno e non lo possono la notte, chè piove e l'erba è troppo inzuppata d'acqua, per cui appena possono reggere con biade e orzo che cerchiamo procurar loro quando se ne trova. Due già li lasciammo sfiniti per la strada ed un terzo comincia ora a mostrarsi impotente a proseguire; ad ogni passo cade. La notte arriva, un acquazzone indiavolato ci sorprende; siamo in un fitto bosco e senza sapere a quale distanza sia il primo villaggio. Nessun mezzo serve più a ravvivare almeno momentaneamente ed apparentemente le forze della mula, quindi la lasciamo a farsi finire
dalle jene nella notte, diamo a portare ai servi parte del carico e parte lo lasciamo pel primo che avrà la fortuna di trovarselo, e a notte fatta raggiungiamo alcune capanne a 2600 metri. Di mangiare già non se ne parla, e basta qualche po' di farina, del pane acido del paese e del berberia per far tacere le esigenze dello stomaco. È fortuna rara quando si arriva a trovare una capra, e si ha il tempo di ammazzarla ed abbruciarne un po' le carni per divorarle, come fossimo diventati anche noi abissinesi.
Il due luglio continuiamo a discendere la lunghissima vallata; grandiosissimo il panorama che si svolge alle nostre spalle, delle montagne che veniamo d'attraversare e che hanno tutta l'apparenza d'inacessibili. Al tramonto arriviamo laddove la gran catena che fiancheggiamo muore, per dar luogo ad un vastissimo orizzonte. I profili dei monti sono belli ed originali avendo sempre l'apparenza d'essere coronati da torri e da castelli in rovina; la vegetazione scarsa, tranne in qualche punto, e credo a causa delle sostanze minerali, specialmente rame, che si vedono sparse nelle rocce. Il tempo ci favorisce, chè per quanto circondati da continui temporali, pochi arrivano a regalarci le ultime loro grazie.
Ci fermiamo a 1800 metri, dove il suolo è perfettamente arido e sabbioso e solo vi allignano tristi acacie; le abitazioni differiscono dalle solite d'Abissinia essendo basse, in pietra, circolari, col tetto quasi piatto e coperto da terra sostenuta da travi. Lungo la strada bellissimi marmi rossastri, giallognoli e verdastri. Gran battibecco per avere un ricovero, e ci vien poi data una mezza stalla, dove ce la passiamo con delle capre e tutto quello che si può trovare nel loro asilo notturno.
La mattina dopo però il capo del villaggio ci invita a bere del tecc, ci usa mille riguardi e ci domanda mille scuse pel modo con cui fummo alloggiati, essendo lui assente e arrivato solo
durante la notte. Dietro il villaggio è un erto colle che saliamo fino a 2200 metri da dove scorgiamo da lontano il sospirato Taccazè che appare in una svoltata, in fondo a profonde valli, e dopo una lunga distesa di alture che dovremo pur troppo digerirci una ad una. Proseguiamo su e giù per creste d'alture e dentro e fuori da vallate seminate sempre da stupendi marmi e belle cristalizzazioni, e sparse di acacie e qualche baobab, dove il suolo ha però apparenza arida, per fermarci verso sera a 1800 metri ad un villaggio dove risiede il preteso capo del Taccazè, quello cioè che dirige il passaggio del fiume per le carovane, e che troviamo briaco fradicio, talchè ci rifiuta qualunque asilo per la notte e assistenza per l'indomani. Un galantuomo di prete però prende le nostre parti e non curandosi dell'ostinato e poco cordiale seguace di Bacco, ci assiste in tutto quanto ne occorre.
Il giorno quattro ci avviamo pieni di emozione chè la giornata può essere decisiva per noi; per quanto ci si assicuri che il fiume è guadabile, potrebbero esser cadute forti piogge la notte nell'alto Semien o nel Lasta, il Taccazè esserne gonfio e quindi trovarci tagliata la via al ritorno, costretti a passare qualche giorno in attesa di decrescenza delle acque in questo poco simpatico soggiorno, poi forse rifare la via fatta per andarcene un'altra volta a Debra-Tabor a svernare. Il nostro bravo Legnani, preoccupato da questi pensieri e rimasto a qualche distanza da noi, invece di seguire le orme nostre scende per una vallata trasversale, ed anzi accelera il passo per raggiungerci, mentre noi proseguendo in direzione quasi opposta ci accorgiamo della sua mancanza, e ci volle buona forza di nostre voci e di sue gambe per poterci ritrovare. Sali e scendi per alcune alture, ci si presenta nel fondo il Taccazè che colle acque sue fangose va tortuosamente seguendo il suo corso; mille commenti, nuove emozioni, i cuori si allargano a nuove speranze per riserrarsi a tristi presentimenti. Discesa vertiginosa e lunga, sempre sul ciglio