di uno sprone che scende fino al fondo della valle; il terreno di sedimento poco compatto rende ancora più faticosa la marcia, il caldo si fa sempre più soffocante. Eccoci finalmente a circa 1000 metri di elevazione, alle acque che il nostro buon prete ci assicura che passeremo.
Risaliamo per breve tratto lungo le sponde per trovare una posizione propizia al nostro passaggio; parmi il fiume abbia un centinajo o poco più di metri di larghezza, ma la traversata dovendosi operare trasversalmente, perchè la corrente trasporta, diventa assai più lunga; alcuni indigeni entrano nell'acqua e felicemente li vediamo raggiungere l'opposta riva. Quel che fa un abissinese lo sapremo fare anche noi, gridiamo: i nostri spiriti si sono rianimati, in due minuti siamo pronti, e ajutati da due indigeni che gridano e battono l'acqua con un bastone per allontanare i coccodrilli, coll'acqua fino alla gola e facendo ogni sforzo per vincere la corrente, raggiungiamo l'opposta sponda.
Gli stessi uomini si incaricano a diverse riprese di far passare i nostri effetti, le mule nuotano per conto loro, e persino il prete, visto che v'era a guadagnare qualche tallero, smesso quel poco abito e con esso la altrettanto poca dignità sacerdotale, ci apparve in costume perfettamente adamitico per aiutare al passaggio nostro e della nostra roba. Il cielo ci assiste in questo momento, il gran passaggio è fatto, un sole splendido ci riscalda e ci serve ad asciugare la nostra roba, che dal più al meno aveva tutta assaporata l'acqua del Taccazè.
Ci rimettiamo in via. I pasti poco succolenti di parecchi giorni, il digiuno quasi completo e il bagno, fanno i loro effetti, e la debolezza ci permette a stento di reggerci sulle gambe; camminiamo come ubbriachi, e ci sta davanti una salita a fare colle ginocchia in bocca, con un caldo soffocante, obbligati per di più a spingere le mule che per forza brillano come noi. Ci guardiamo in faccia l'un l'altro, per un pane non so
cosa daressimo, ma tanto non ce n'è, dunque allegri, che anche questa sarà da ricordare, e avanti. Il morale agisce sul fisico, dunque se la forza manca, perchè la macchina non è alimentata, cerchiamo almeno di non deprimerla ancor più col perderci d'animo.
Si ride dell'avventura, si siede ad ogni passo, si spera per la sera, e intanto s'arriva a 1700 metri, dove si trova un piccolo villaggio. L'accoglienza non è delle più festose, chè ci vuole il poco fiato che ci resta a far capire che pagheremo, ma vogliamo un montone. A notte fatta finalmente ce lo portano, e senza tanti rispetti all'arte culinaria ce lo divoriamo.
Ci è forza la mattina dopo salire ancora fino a 2200 metri per seguitare poi su un altipiano che conduce ad alcune cime, sulla costa delle quali prosegue il sentiero. Dietro noi la distesa dei monti che veniamo di attraversare, alla nostra destra altra distesa che si protende in direzione sud-est, e avanti a noi riconosciamo dei vecchi amici nei caratteristici profili dei monti di Adua. Un'ora prima del tramonto lasciamo il sentiero per discendere in un vallone circondato da pareti rocciose, quasi a picco, al fondo del quale vediamo buon pascolo e un villaggio. Ci vien negata ospitalità, se non vogliamo dividerci ed essere ricoverati ognuno in diversa abitazione, ciò che rifiutiamo e passiamo piuttosto la notte coperti dalle fronde di una acacia.
Si continua da qui per vasti altipiani spesso fessi da larghi valloni che, come già dissi, ricordano i crepacci da ghiacciai, e che obbligano alle volte a lunghe deviazioni per evitarli. Un torrente, guadabile pochi minuti prima, come ce lo provano dei boricchi carichi che incontrammo e che venivano d'attraversarlo, scende tanto gonfio e impetuoso per piogge improvvisamente cadute alla montagna, che ci è forza aspettare più d'un'ora prima che le acque si calmino e vi si possa azzardare.
Il soldato che ci fu dato come guida è dei più sucidi che si
possano vedere. Ad un lembo del suo scemma tiene un grosso nodo che rappresenta nientemeno che la valigia di un corriere reale, avendovi avvolte le lettere che il re, approfittando dell'occasione, invia a ras Alula. Questi è suo amico intimo, ed ora muove col suo esercito per far guerra agli Egiziani, per cui quelle lettere possono, anzi devono, essere ben importanti, e vedere a quali mani sono affidate e in quali condizioni hanno fatto tutto quanto il viaggio, è cosa che basta per dare idea di questi cervelli e della loro organizzazione.