Il 7 luglio continuano larghe vallate, spesso coronate da pareti rocciose granitiche: poco a poco vanno allargandosi e noi teniamo a girare a nord di quel picco isolato che raffrontai al Cervino e che come questo si eleva a dirupo. Raggiungiamo un altipiano sparso di villaggi e coltivato: a nord-ovest in lontananza scorgiamo Axum, e noi proseguiamo direttamente verso il gruppo dei monti di Adua che da qui si presenta disteso e maestoso. Scorgiamo anche Adua stessa, che trovandoci noi a 2200 metri si presenta come infossata: discendiamo una delle pareti rocciose quasi a picco, e proseguiamo nel fondo della vallata che rinserra. Un acquazzone tanto forte ci sorprende, che venendoci di fronte, accompagnato da vento, è impossibile avanzare e per istinto le mule si rivolgono, abbassano la testa e se ne stanno così finchè non sia cessato, od almeno di molto diminuito. Costeggiamo il versante di un'altura che è convertito letteralmente in un letto da torrente, tanta è l'acqua che vi scorre.
In uno stato veramente compassionevole raggiungiamo Adua verso le due e ci andiamo a stabilire in casa di Naretti. I nostri servi che spedimmo da Debra-Tabor col bagaglio per la via più comoda del Sirié non sono ancora arrivati, e questa notizia ci sconforta assai, potendosi dare il caso che qualche giorno di ritardo non permetta più loro di passare il Taccazè, e quindi ne
restiamo divisi Dio sa fin quando, e la nostra roba vada perduta. La casa che occupavamo noi è abitata dal console di Grecia in Suez che aspetta di poter partire pel campo del re. È persona gentile e cordiale quanto mai, che appena saputo del nostro arrivo ci manda in regalo vino, cognac e qualche scatola di conserve. È inutile e impossibile dire con quanta festa le accogliemmo e con quanto gusto le divorammo.
Passiamo qualche giorno in Adua in attesa del nostro bagaglio sulla sorte del quale siamo molto inquieti, non avendosi notizia alcuna. Finalmente il fido Baramascal, il capo dei servi, arriva e ci porta la grata nuova che le casse sono in Axum e ci raggiungeranno l'indomani. A due giornate da Debra-Tabor le mule sentirono ancora degli strapazzi del viaggio di andata e non furono più in grado di portare il loro carico che si dovette fare in gran parte trasportare a spalla d'uomini: stettero quattro giorni accampati al Taccazé in attesa della possibilità di passarlo. Legata ogni cassa ad un lungo bastone, due nativi che tenevano questo alle estremità, nuotando le trascinarono nell'acqua, per modo che tutte se ne riempirono e la roba nostra ci arriva tanto bagnata e sudicia da far pietà: in parte anzi completamente rovinata, tanto da doversi abbandonare. Due mule morirono per strada e le altre ci arrivano in uno stato miserando per piaghe e magrezza, talchè siamo costretti a subito procurarcene altre per proseguire il viaggio. Accompagnati come siamo da una guida del re, avremmo diritto a pretendere che di villaggio in villaggio ci si trasporti il nostro bagaglio a spalle d'uomini, ma questo sistema offre molti inconvenienti, primo dei quali una massa di perditempo.
Ad ogni paese c'è a questionare e ad aspettare delle ore e dei giorni prima che si trovino portatori sufficienti; poi bisogna continuamente andare a zig-zag, chè i contadini, se fuori strada v'è un villaggio più vicino che non il primo sulla via, non risparmiano di allungare il cammino vostro se possono accorciare il loro. È sempre meglio quindi di emanciparsi da questa schiavitù.
In Adua non troviamo alcun che di nuovo, tranne i dintorni resi più verdeggianti dalle continue piogge. Per non rifare la strada fatta decidiamo prendere la via di Gura, così potremo visitarvi il campo di battaglia ed incontrarvi ras Alula che col suo esercito marcia a quella volta per tentare, a quanto si dice, un colpo di mano sulla costa, mentre ras Woldi Michael andrebbe ad occupare i Bogos.
Un corriere arriva dal campo reale e ci porta notizie della triste impressione avuta da Naretti per l'avventura toccataci da ras Area. Tutta la Corte era sossopra per celarlo al re, temendo avesse ad usare troppi rigori verso lo zio, e ci si dice che tutti i grandi si presentarono a Naretti con una pietra al collo, supplicandolo di non farne rapporto al Sovrano.
CAPITOLO XII.
Si riparte per la costa.—Arrivo di un corriere con una lettera di re Giovanni.—Considerazioni sul paese.—Il campo di ras Alula.—Due nostri servi imprigionati.—Campo e forte di Gura.—I Sciohos.—Incontro di Tagliabue.—Arrivo a Massaua.—Hodeida.—Aden.—A bordo del Manilla.—Un morto in mare.—Arrivo in Italia.