Lo scopo cui più di tutto mira re Giovanni è quello di riconquistare le provincie di Galabat e dei Bogos che gli Egiziani presero all'Abissinia, poi di estendersi fin verso la costa, occupando lo spazio fra questa e l'altipiano, spazio di cui le due nazioni

si contendono la proprietà, e che intanto se ne resta indipendente. Vorrebbe avere un porto sul Mar Rosso per rendere libero il suo commercio di esportazione e di importazione dalle tasse e dagli abusi delle dogane egiziane che proibiscono l'introduzione di quello che agli Abissinesi maggiormente accomoderebbe, le armi e le munizioni, ma non credo vanti, almeno per ora, pretese su Massaua, e si accontenterebbe forse di una baia qualunque che l'Egitto gli cedesse. Ottenuto questo, credo che re Giovanni cercherebbe di favorire la civiltà nel suo paese, facendo però sempre in modo che questa si infiltri poco a poco per non urtare d'un tratto le idee del suo popolo che in complesso non vi è troppo favorevole, perchè non crede averne bisogno, e perchè istigato dai preti a non lasciarla penetrare.

Una colonia agricola, per esempio, potrebbe avere, io credo, ogni concessione dal re, progredire a passi da gigante ed essere di buon esempio al popolo. Ma chi vorrà fidarsi d'esserne iniziatore? Chi mi garantisce che da un giorno all'altro sorga un matto di rivoltato che tenga in armi la provincia, rubi, saccheggi e commetta ogni eccesso contro i poveri agricoltori? E quando ciò fosse avvenuto, da chi ripetere soddisfazione, se pure per chi ha coscienza v'ha soddisfazione da contrabbilanciare la vita perduta da miserabili emigranti, ed a chi attribuirne la responsabilità?

Ma senza assumersi la responsabilità noi di introdurre in Abissinia l'elemento europeo, nè re Giovanni di chiamarvelo, io credo che re Giovanni potrebbe erigersi un monumento di gloria collo sviluppare in paese due rami di industria. Migliori le vie di comunicazione e faciliti i diritti doganali alle carovane commerciali: allora queste si faranno frequenti, dal Goggiam e dai paesi Gallas, attraverseranno in gran numero tutti i suoi Stati per portare le loro mercanzie a Massaua, e da qui tornando alle loro case porteranno all'interno i prodotti europei che verranno

così conosciuti, se ne riconoscerà l'utilità, si imparerà ad apprezzare chi li produce. Il consumo crescente vi chiamerà allora gli stessi Europei ad importarvi la merce, e questi saranno non solo tollerati in paese, ma già desiderati, e poco a poco si introdurrà così una civiltà, della quale senza accorgersi il popolo sentirà quasi il bisogno, mentre oggi vedendola avanzare tutta d'un blocco se ne spaventa e cerca respingerla. In pari tempo lasci che le migliaia di braccia che ora non fanno che tenere una lancia od una spada, se ne tornino alle loro case, e le obblighi all'agricoltura: il paese potrà in breve tempo diventare un gran produttore di grano: questo non mancherà negli anni di carestia, e come oggi succede, non si spopoleranno provincie per la fame, e in breve tempo si esporterà il grano alla costa: questo porterà ricchezza in paese, quindi maggior spinta al lavoro e maggiore probabilità che le merci importate dalle carovane trovino sfogo. Dalla produzione del grano poi, l'agricoltura potrebbe estendersi ad altri rami che porterebbero benessere nel paese ed utilità coll'esportazione.

Altra fonte di ricchezza per l'Abissinia sarebbe il bestiame, sia pei latticinii, sia per le carni che si potrebbero conservare, sia fors'anche per l'esportazione diretta del bestiame stesso, ma questo porta già una certa complicazione, e sarebbe quindi da attuarsi in seguito. Io sono convinto che collo sviluppare commercio e agricoltura tutt'affatto semplicemente come accennai, in pochi anni l'Abissinia può farsi ricca e fiorente e prepararsi il terreno a degnamente ricevere i primi pionieri della civiltà. Ma questo deve fare da sè e senza che nessuno cerchi di imporvisi. Se metterete l'Abissinese in condizioni da gustare qualche frutto della civilizzazione e da trovarla quasi necessaria alla sua esistenza, e finanziariamente lo porrete in condizione da potersela procurare, forse vi asseconderà; ma se volete imporviglisi o costringerlo al più piccolo sacrificio, resterà sempre qual'è,

cioè presuntuoso e indifferente alla civilizzazione, e quindi oppositore costante di chi cerca di portarvela.

Così il commercio di esportazione, a mio credere, sarebbe almeno prematuro il tentare di esercitarvelo ora gli Europei. Per volerlo sperimentare bisognerebbe fare le cose piuttosto in grande, e questo raddoppierebbe ancora le difficoltà. Innanzi tutto sui mercati si pretende sempre un prezzo assai più elevato dal compratore bianco, perchè si suppone che questi abbia sempre grosse somme disponibili, e che colle merci che acquista faccia poi favolosi guadagni. D'altronde fu sperimentato che quando il negoziante bianco si trova all'interno, prevale il pregiudizio che per mettere a profitto il suo tempo e il suo viaggio, si trovi costretto di comperare a qualunque prezzo, mentre quando il negoziante indigeno è arrivato ai mercati delle coste, vi è obbligato di vendere a prezzi ragionevoli per non rimanervi sulle spese e per prepararsi al ritorno. Grave ostacolo al commercio in grande sarebbero poi le continue rivoluzioni che in questo paese pullulano, e tengono agitate intere provincie per mesi ed anni: una grossa carovana derubata, o la via interrotta ad ogni comunicazione, sarebbe una vera rovina per la speculazione che vi si tenta. E per questo non vi sono garanzie, nè promesse, nè trattati col re che possano influire. Altra considerazione che milita in favore della mia idea è pur questa: le merci atte ad un commercio possibile provengono tutte dal Goggiam e dai paesi Gallas, dai quali per portarsi alla costa con carovane di muli carichi occorrono da due a tre mesi. L'Europeo in questo tragitto ha bisogno certamente di vivere molto meglio dei pochi indigeni che esercitano questo traffico, che vivono con farina, peperoni e cipolle, dormono continuamente per terra, e sono i primi a dar l'esempio ai servi coll'aiutare a caricare e scaricare. Sono poi gente paziente per la quale è ignoto il detto che tempo è danaro, e un mese di più di viaggio per loro è nulla, purchè si risparmino

le mule o si facciano lunghe soste per lasciarle risanare dalle piaghe. Il bianco che si adatta a questa vita di fatiche, di pericoli, di privazioni, vuole certo in pochi anni farsi una fortuna, e la società che lo incarica ne vuol pure ricavare il suo utile, mentre gli indigeni non tentano tanto di arricchire, chè hanno idee ben limitate sulla ricchezza, ma si accontentano di vivere e di aumentare tutt'al più il loro capitale di tanto da accrescere forse di una mula in ogni viaggio la loro proprietà ambulante. Somma tutto, io ritengo, e sentii ripetere anche da persone esperte, che per ora almeno convenga aspettare alla costa le piccole carovane del paese, e farvi trovar pronte le nostre merci che possono scambiare colle loro. Oltre tutto questo, i piccoli negozianti del paese, ritornando riportano qualche poco di merci che sanno di poter vendere, e soddisfanno le piccole commissioni che ricevono dall'uno e dall'altro, e con questo quasi ritraggono le spese del ritorno. Ma son cose queste che possono andare per piccole carovane, e non basterebbero a compensare le carovane grandi, per le quali quindi tutto il viaggio di ritorno sarebbe perduto.

Abbiamo inoltre incontrate sulla via piccole carovane che fanno trasportare parte del loro carico da schiavi comperati sui mercati del Goggiam e che poi rivendono verso la costa, traendone così profitto e risparmiandosi le spese del loro viaggio di ritorno. Altri hanno invece per servi degli schiavi loro, che comperati si mantengono con ben poco e si retribuiscono delle loro fatiche con pochi talleri e qualche metro di tela all'anno. Sono mezzi questi che portano una grande economia, ma ai quali non potrebbe certo ricorrere l'europeo, che anche da questo lato incontrerebbe quindi assai maggiori spese, e i prodotti da lui trasportati alla costa avrebbero ben maggior valore che non gli stessi trasportativi coi mezzi abituali.