Pertanto in ogni società c’è sempre stata e ci sarà sempre una coscienza religiosa. Ed è in conformità di questa coscienza religiosa che si sono sempre valutati i sentimenti espressi dall’arte. È solo sul fondamento di questa coscienza religiosa del tempo loro che gli uomini hanno potuto distinguere, nella varietà infinita del dominio dell’arte, i soggetti capaci di produrre dei sentimenti conformi all’ideale religioso del loro tempo. E l’arte che esprimesse tali sentimenti fu sempre grandemente stimata; mentre quella che traduceva dei sentimenti sgorganti dalla coscienza religiosa di epoche anteriori, dei sentimenti logori e vieti, fu sempre sdegnata e abbandonata. E quanto a tutta quell’arte che esprimeva la varietà infinita degli altri sentimenti d’ogni specie, quella non era ammessa e incoraggiata se non in quanto i sentimenti che essa esprimeva non fossero contrari alla coscienza religiosa. Così per esempio presso i Greci si distingueva, s’approvava e s’incoraggiava l’arte che esprimeva i sentimenti della bellezza, della forza, della virilità (Esiodo, Omero, Fidia), mentre si condannava e si sprezzava l’arte che traduceva dei sentimenti di sensualità grossolana, d’abbiezione, e di tristezza. Presso gli Ebrei si ammetteva e s’incoraggiava l’arte che esprimeva dei sentimenti di sommissione verso il Dio degli Ebrei, mentre si condannava e si disprezzava l’arte che esprimeva dei sentimenti d’idolatria; e tutto il resto dell’arte, racconti, canti, ornamenti delle case, vasellame, vesti, purchè non cozzasse colla coscienza religiosa, non era nè condannato nè incoraggiato. Così l’arte, sempre e dappertutto, era stimata secondo il suo contenuto; e così dovrebbe sempre essere stimata, poichè questo modo di considerar l’arte defluisce dall’essenza stessa della natura umana, e questa essenza è sempre invariabile.

Non ignoro che secondo un’opinione ai nostri tempi diffusa, la religione è un pregiudizio di cui l’umanità s’è finalmente liberata; e da ciò risulterebbe che nel tempo nostro non c’è coscienza religiosa comune a tutti gli uomini, la quale quindi possa servir di base a una valutazione dell’arte. E so pure che questa opinione è ritenuta quella delle classi più colte della nostra società. Degli uomini, che non volendo riconoscere il vero senso del Cristianesimo, inventano ogni sorta di dottrine filosofiche ed estetiche per nascondere ai propri occhi l’irragionevolezza e la bassezza della loro vita, tali uomini non possono avere altra opinione. Sinceramente o no essi confondono l’idea d’un culto religioso con quella d’una coscienza religiosa; e respingendo il culto, s’imaginano di respingere colla medesima mossa la coscienza religiosa. Ma tutti questi assalti contro la religione, e questi tentativi di stabilire una filosofia contraria alla coscienza religiosa del nostro tempo, tuttociò prova abbastanza chiaramente che questa coscienza esiste, e che essa accusa la vita degli uomini che l’attaccano, e la contraddice.

Se nell’umanità c’è un progresso, cioè un cammino per cui s’avanza, dev’esserci necessariamente qualche cosa che designi agli uomini la direzione da seguire in questo cammino. Ora questo è sempre stato il cómpito delle religioni. Tutta la storia ci mostra che il progresso dell’umanità è sempre avvenuto sotto la guida d’una religione. E poichè il progresso non s’arresta, poichè in conseguenza deve aver luogo anche nel nostro tempo, se ne conchiude che anche il nostro tempo ha una religione propria. E se la nostra età, come tutte le altre, ha la sua religione, egli è sul fondamento di questa religione che deve essere stimata l’arte nostra, e debbono essere stimate e incoraggiate quelle sole opere d’arte che sgorgano dalla religione del nostro tempo mentre tutte le opere contrarie a questa religione devono essere condannate, e tutto il resto dell’arte dev’essere trattato con indifferenza.


Ora, la coscienza religiosa del nostro tempo in termini generali, consiste nel riconoscere che la nostra felicità materiale e spirituale, individuale e collettiva, momentanea e permanente, risiede nella fraternità di tutti gli uomini, nella nostra unione per una vita comune. Questa coscienza non solo si trova affermata sotto le forme più diverse, dagli uomini del nostro tempo, ma è dessa che serve di filo conduttore a tutto il lavoro dell’umanità, lavoro che ha per oggetto da una parte la soppressione di tutte le barriere fisiche e morali, che s’oppongono all’unione degli uomini, e dall’altra l’assodamento di principii comuni a tutti gli uomini che possano unirli tutti in una stessa fraternità universale. Egli è pertanto sul fondamento di questa coscienza religiosa che dobbiamo valutare tutte le manifestazioni della nostra vita, e tra queste, l’arte nostra; distinguendo tra tutto il resto nei prodotti di quest’arte quelli che esprimono dei sentimenti in accordo con questa coscienza religiosa, e respingendo e condannando tutti quelli che sono contrarii a questa coscienza.

L’errore principale che commisero le classi superiori della società al tempo del così detto Rinascimento e che noi continuiamo a commettere dopo d’allora, non risiede tanto nell’aver l’uomo cessato di pregiare il senso dell’arte religiosa, quanto piuttosto nell’avere stabilito al posto dell’arte religiosa scomparsa un’arte indifferente che non ha per fine che il semplice divertimento e non merita punto d’essere tanto stimata e incoraggiata.

Uno dei Padri della Chiesa diceva che la peggior disgrazia per gli uomini non è quella di non conoscere Dio ma di aver messo al posto di Dio ciò che non è Dio. Per l’arte siamo nello stesso caso. La peggior disgrazia delle classi superiori del nostro tempo non è il mancare d’un’arte religiosa, ma che al posto elevato dove non meritava d’essere collocata che questa sola arte, sola importante e degna d’essere incoraggiata, hanno innalzato un’arte indifferente, o anche più di sovente funesta, che obbedisce al fine di divertire alcuni uomini, ed è per ciò stesso contraria al principio cristiano dell’unione universale, che forma il fondo della coscienza religiosa del nostro tempo.

Senza dubbio, l’arte che soddisferebbe alle aspirazioni religiose del nostro tempo non potrebbe aver nulla di comune colle qualità d’arte delle età passate; ma questa differenza non toglie che l’ideale dell’arte religiosa del nostro tempo sia perfettamente chiaro e definito per chiunque riflette e non s’allontana di proposito dalla verità. Nelle età anteriori, quando la coscienza religiosa non univa ancora che un gruppo solo d’uomini — i cittadini ebrei, ateniesi, o romani — i sentimenti espressi dall’arte di quei tempi scaturivano dal desiderio di potenza, di grandezza, di gloria propria di ciascuno di quei gruppi, e l’arte poteva anche assumere come eroi degli uomini che adoperavano per il bene del loro gruppo la violenza o l’astuzia (Ulisse, Ercole, e in generale gli eroi antichi). Al contrario la coscienza religiosa del nostro tempo non ammette dei gruppi separati tra gli uomini, ma esige l’unione di tutti gli uomini senza eccezione, e sopra tutte le altre virtù colloca l’amor fraterno dell’umanità intiera; perciò i sentimenti che deve esprimere l’arte del nostro tempo non solo non possono coincidere con quelli delle arti anteriori, ma si trovano per forza in opposizione con quelli.

E se finora un’arte cristiana, ma veramente cristiana, non s’è mai potuta stabilire, ciò dipende per l’appunto da questo: che il concetto religioso cristiano non è stato uno di quei piccoli passi avanti, quali ne fa di continuo il genere umano, ma bensì una rivoluzione enorme, destinata a modificare da cima a fondo, presto o tardi, il modo di vivere degli uomini e i loro sentimenti. Il concetto cristiano ha dato una direzione differente e nuova a tutti i sentimenti dell’umanità; quindi doveva pure di necessità modificare totalmente la materia e il significato dell’arte. Ai Greci fu possibile trar partito dall’arte dei Persiani, e ai Romani da quella dei Greci, come pure agli Ebrei da quella degli Egiziani, essendo identica la base dei loro ideali. Infatti l’ideale dei Persiani era la grandezza e la prosperità dei Persiani; quello dei Greci la grandezza e la prosperità dei Greci. Così una stessa arte si poteva trasportare in un nuovo ambiente e adattarsi ad altre nazioni. Ma l’ideale cristiano al contrario ha modificato, anzi rovesciato tutti gli altri di modo che come si dice nel Vangelo: “Ciò che era grande nel cospetto degli uomini, è diventato piccolo nel cospetto di Dio.„ Quest’ideale non fu più riposto nella potenza, come era quello degli Egiziani, e nemmeno nella ricchezza, come quello dei Fenici, o nella bellezza, come quello dei Greci, ma nell’umiltà, nella rassegnazione, nell’amore. L’eroe, oramai, non fu più il ricco, ma Lazzaro il mendicante. Maria l’Egiziaca parve degna d’essere ammirata non all’epoca della sua bellezza, ma in quella del suo pentimento. Non si celebrò come virtù l’ammassare ricchezze, ma il rinunciare ad esse. E l’oggetto supremo dell’arte non fu più la glorificazione della riuscita, ma la rappresentazione d’un’anima umana, così riboccante d’amore che rendeva possibile al martire di compiangere e d’amare i suoi persecutori.

E così si spiega perchè il mondo cristiano duri tanta fatica a svincolarsi dall’arte pagana a cui s’è avvezzo. Il contenuto dell’arte religiosa cristiana è per gli uomini cosa tanto nuova, tanto differente dal contenuto dell’arte anteriore, che essi provano di leggeri l’impressione che codest’arte cristiana sia la negazione dell’arte, e s’aggrappano disperatamente al loro antico ideale artistico. Ma d’altro lato codesto concetto critico, oramai non derivando più dalla nostra coscienza religiosa, ha perduto per noi ogni significato, talchè, per amore o per forza, siamo costretti a staccarcene.