L’essenza della coscienza cristiana sta in ciò che ogni uomo riconosce la sua discendenza divina, e come corollario di questa discendenza l’unione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro, secondochè è scritto nel Vangelo (S. Giov., XVII, 21), e ne risulta che la sola vera materia dell’arte cristiana debbono essere tutti i sentimenti atti a effettuare l’unione degli uomini con Dio e tra di loro.
Queste parole l’unione degli uomini con Dio e tra di loro, per quanto possano sembrare oscure a menti offuscate da preconcetti, hanno un senso perfettamente chiaro. Significano che l’unione cristiana, contrariamente alla unione parziale e esclusiva di alcuni uomini, unisce tra di loro tutti gli uomini senza eccezione. Ora è proprietà essenziale dell’arte, di ogni arte, quella d’unire gli uomini tra loro. Ogni arte ha per effetto che gli uomini che ricevono il sentimento trasmesso dall’artista si trovano per questo fatto uniti, prima coll’artista stesso, e poi con tutti gli altri uomini che ricevono la medesima impressione. Ma l’arte non cristiana unendo tra di loro alcuni uomini, per ciò appunto isola codesti uomini dal resto dell’umanità, di modo che questa unione parziale è spesso causa d’allontanamento rispetto ad altri uomini. L’arte cristiana al contrario è quella che unisce tutti gli uomini senza eccezione. E può ottenere questo fine in due modi: o evocando in tutti gli uomini la coscienza della loro parentela con Dio e tra di loro; oppure anche evocando in tutti gli uomini uno stesso sentimento, per semplice che sia, purchè non sia contrario al Cristianesimo e possa estendersi a tutti gli uomini senza eccezioni. Solo questi due ordini di sentimenti possono formare al nostro tempo la materia dell’arte buona, quanto al contenuto.
Pertanto oggigiorno ci possono essere due specie d’arte cristiana: 1.º l’arte che esprime dei sentimenti derivati dal nostro concetto religioso, cioè dal concetto della nostra parentela con Dio e cogli altri uomini; 2.º l’arte che esprime dei sentimenti accessibili a tutti gli uomini del mondo intero. La prima di queste due forme è quella dell’arte religiosa nel senso stretto del vocabolo: la seconda quella dell’arte universale.
L’arte religiosa poi si può dividere in due specie: un’arte superiore e un’arte inferiore. L’arte religiosa superiore è quella che esprime direttamente e immediatamente dei sentimenti derivati dall’amor di Dio e dall’amor del prossimo; l’arte religiosa inferiore è quella che esprime dei sentimenti di malcontento, di delusione, di disprezzo per tutto ciò che è contrario all’amor di Dio e del prossimo.
E l’arte universale alla sua volta si può dividere in arte superiore accessibile a tutti gli uomini sempre e dappertutto, e in arte inferiore accessibile solamente a tutti gli uomini d’una certa nazione e d’una certa epoca.
La prima delle due grandi forme dell’arte, quella dell’arte religiosa, superiore o inferiore, si manifesta sopratutto nelle lettere, e talvolta pure nella pittura e nella scultura; la seconda forma, quella dell’arte universale, esprimente sentimenti accessibili a tutti, può concretarsi nelle lettere, nella pittura, nella scultura, nella danza, nell’architettura, ma particolarmente nella musica.
Chè se ora mi chiedeste di designare nell’arte moderna dei modelli di ciascuna di queste forme dell’arte, e in primo luogo dei modelli dell’arte religiosa, sia superiore sia inferiore, indicherò di preferenza tra i contemporanei Vittore Hugo coi suoi Miserables e Pauvres gens; indicherò ancora tutti i romanzi e tutte le novelle di Carlo Dickens, le Due Città, le Campane del Natale, ecc.; indicherò la Capanna dello zio Tom, e le opere del Dostojevsky, sovratutto la sua Casa dei morti, e Adam Bede di Giorgio Eliot.
Nella pittura contemporanea, strano a dirsi, esistono appena opere d’arte di questa fatta, che rendano il sentimento cristiano dell’amor di Dio e del prossimo; o quelle che se ne trovano, appartengono in genere a pittori mediocri. Ci sono bensì in gran quantità dei quadri di scene del Vangelo; ma non sono che rappresentazioni storiche, ricostituite con più o meno di particolari; nessuna esprime, nè potrebbe esprimere, il sentimento religioso che manca ai loro autori. C’è pure un buon dato di quadri che rendono i sentimenti personali di certi pittori. Ma dei quadri che esaltino la rinunzia a sè stessi e la carità cristiana non ne conosco. È molto che di quando in quando si trovi nell’opera di qualche pittore secondario, un quadro che esprima sentimenti di bontà e di compassione. Altri quadri, d’un genere prossimo, ci rappresentano con simpatia e rispetto la vita dei lavoratori. Così per esempio l’Angelus del Millet, o il suo Homme à la houe; tali ancora certi dipinti di Jules Breton, del Lhermitte, del Defregger, ecc. Potrei pure citare qualche quadro appartenente fino a un certo segno all’arte religiosa inferiore, vale a dire eccitante in noi l’odio per ciò che è contrario all’amor di Dio e del prossimo; per esempio il Tribunale del pittore Gay. Ma anche questi quadri sono rarissimi. La cura della tecnica e della bellezza il più delle volte offusca nei pittori il sentimento. Per esempio il celebre quadro del Gérôme, Pollice verso, non esprime punto l’orrore del soggetto che rappresenta, ma piuttosto il piacere provato dall’artista nel dipingere un bello spettacolo.
Ma stenterei ancora di più a designare nell’arte contemporanea dei modelli della seconda forma dell’arte, quella che esprime dei sentimenti accessibili a tutti gli uomini, o anche solo a un popolo intiero. Si trovano bene delle opere che, per la natura degli argomenti, potrebbero essere classificate in questa categoria: per esempio il Don Chisciotte, le commedie di Molière, il Pickwick Club del Dickens, i racconti di Gogol, di Puschkin, alcuni del Maupassant, ed anche i romanzi di Dumas padre; ma tutte queste opere esprimono dei sentimenti così individuali, e lasciano tanto posto alle particolarità dei tempi e dei luoghi, e sopratutto hanno un fondo così povero, che non sono accessibili se non agli uomini d’un’epoca molto ristretta, e non possono sostenere il confronto coi capolavori dell’arte universale d’una volta. Prendete, per esempio, la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe. Dei fratelli di Giuseppe che lo vendono a mercatanti per gelosia del favore che egli gode presso il padre; la moglie di Putiphar che vuol sedurre Giuseppe; questi che perdona i fratelli e il resto: eccovi dei sentimenti accessibili al contadino russo, al chinese, all’africano, al bambino e al vegliardo, al letterato e all’illetterato; e tutto ciò è scritto con tanta sobrietà, senza particolari inutili, che potete trasportare il racconto in qualunque altro ambiente senza che perda nulla della sua chiarezza e del suo patetico. Come sono diversi i sentimenti di Don Chisciotte, o degli eroi di Molière, benchè Molière sia l’artista più universale, e perciò il più grande dell’arte moderna! E quanto sono ancora più diversi i sentimenti di Pickwic o degli eroi di Gogol! Essi sono d’uno stampo così speciale, che per dar loro tutto il risalto, gli autori dovettero sopraccaricarli di particolari di tempo e di luogo. E questa sovrabbondanza di particolari li rende inaccessibili a tutti coloro che vivono in un ambiente diverso da quello descritto dall’autore.