L’autore della storia di Giuseppe non ha creduto necessario descriverci minutamente, come si farebbe ora, la veste insanguinata di Giuseppe, o il vestire di Giacobbe e la casa che egli abitava, o l’acconciatura della moglie di Putiphar. I sentimenti espressi in questo racconto sono così forti, che tutti i particolari di quel genere sembrerebbero superflui e nocerebbero alla loro espressione. L’autore non ha conservato che i tratti indispensabili, come per esempio quando ci dice che Giuseppe, trovando i suoi fratelli, andò in una camera vicina per piangere. Ed è in virtù di quest’assenza di particolari inutili che il racconto è accessibile a tutti gli uomini, che commuove gli uomini di tutte le nazioni, di tutte le età, di tutte le condizioni, che è giunto sino a noi attraverso ai secoli e sopravviverà a noi delle migliaia d’anni. Provatevi al contrario a spogliare dei particolari accessorii i migliori romanzi del nostro tempo e vedrete quello che ne resterà!
Insomma nella letteratura moderna non è quasi possibile trovare qualche opera che soddisfi pienamente alle condizioni dell’universalità. E le poche opere che, per il loro contenuto, potrebbero soddisfare a questa condizione, per lo più sono guaste da quello che si chiama il realismo, e che si potrebbe piuttosto chiamare il provincialismo dell’arte.
Lo stesso avviene nella musica e per le stesse ragioni. In seguito all’impoverimento del fondo, cioè dei sentimenti, le melodie dei musicisti moderni presentano un vuoto desolante. Per rinforzare l’impressione di siffatte melodie così vuote, i musicisti s’ingegnano di sopraccaricarle con un mondo d’armonie e di modulazioni complicate, che sono intelligibili solo a una piccola cerchia d’iniziati, a una certa scuola musicale. La melodia, ogni melodia, è libera e può essere intesa da tutti; ma quando si trova vincolata con una certa armonia, non è più accessibile che agli uomini famigliarizzati con questa armonia; essa diventa estranea non solo agli uomini delle altre nazioni, ma anche a tutti quelli fra i compaesani dell’autore che non sono avvezzi come lui a certe forme dello svolgimento musicale.
All’infuori delle marcie e delle danze, che esprimono dei sentimenti inferiori, ma veramente comuni alla massa degli uomini, il numero delle opere rispondenti alla nostra definizione dell’arte universale è grandemente ristretto. Citerò, per esempio, la celebre Aria di Bach, il Notturno in mi bemolle maggiore di Chopin, e una decina di passi scelti nelle opere di Haydn, di Mozart, di Weber, di Beethoven, e di Chopin.[16]
Anche nella pittura si offre il medesimo fenomeno, e al pari dei letterati e dei musicisti, i pittori suppliscono alla povertà del sentimento colla profusione degli accessorii, restringendo così il significato delle loro opere. Tuttavia è molto maggiore nella pittura che nelle altre arti il numero delle opere che soddisfanno alle condizioni dell’universalità, cioè che esprimono dei sentimenti comuni a tutti gli uomini. Ritratti, paesaggi, pittura di genere, potrei addurre una quantità d’opere di pittori moderni, e anche contemporanei, che esprimono dei sentimenti tali che tutti gli uomini sono in grado di capirli.
Riassumendo, non ci sono che due sorta d’arte cristiana, cioè d’arte che oggi si debba considerare come buona; e tutto il resto, tutte le opere che non entrano in queste due categorie, devono essere considerate come arte cattiva che non solo non merita d’essere incoraggiata, ma merita al contrario d’essere condannata e disprezzata, avendo per effetto non già di unire, ma di separare gli uomini. Nelle lettere questo è il caso dei drammi, dei romanzi, delle poesie che esprimono dei sentimenti esclusivi, proprii alla sola classe dei ricchi e degli oziosi, dei sentimenti d’onore aristocratico, di pessimismo, di corruzione e di pervertimento dell’anima risultante dall’amore sessuale. In pittura si dovrebbero tener per cattive tutte le opere che rappresentano i piaceri e i divertimenti della vita ricca e oziosa, e anche tutte le opere simboliste, nelle quali il significato del simbolo non è accessibile che a un piccolo numero di persone, e sovrattutto le opere rappresentanti dei soggetti voluttuosi, tutte quelle nudità scandalose che oggidì riempiono i musei e le esposizioni. E alla stessa categoria d’opere cattive e condannabili appartiene tutta la musica del nostro tempo, musica che non esprime se non dei sentimenti esclusivi, e non è accessibile che ad uomini di gusto depravato. Tutta la nostra musica d’opera e di camera, cominciando da Beethoven, la musica di Schumann, di Berlioz, di Liszt, di Wagner, tutta intesa a esprimere dei sentimenti che non possono capire se non quelli che coltivarono in sè stessi una sensibilità nervosa di genere morboso, tutta questa musica, salvo rare eccezioni, partecipa dell’arte che si deve considerare come cattiva.
— Come!, si griderà, la nona sinfonia entra nella categoria dell’arte cattiva?
— Certamente! risponderò io. Tutto ciò che ho scritto e che s’è finito di leggere, l’ho scritto solo per giungere a stabilire un criterio chiaro e ragionevole, che ci concedesse di giudicare il valore delle opere d’arte. E ora questo criterio mi prova nel modo più lampante che la nona sinfonia del Beethoven non è una buona opera d’arte. D’altro lato intendo che ciò paia strano e sorprendente ad uomini allevati nell’adorazione di certe opere e dei loro autori. Ma non dovrei io perciò inchinarmi alla verità, quale me l’indica la mia ragione?
La nona sinfonia del Beethoven è riputata una delle più grandi opere d’arte. Per rendermi conto del come stia la cosa, mi propongo prima di tutto il seguente quesito: quest’opera esprime essa un sentimento religioso d’ordine superiore? E rispondo subito con una denegazione, perchè in nessun caso la musica saprebbe esprimere dei sentimenti simili. Mi domando di nuovo: quest’opera se non può appartenere alla categoria superiore dell’arte religiosa, possiede almeno la seconda qualità dell’arte vera del nostro tempo, cioè quella d’unire tutti gli uomini in un medesimo sentimento? E anche questa volta non posso rispondere che negativamente; perchè in primo luogo non vedo che i sentimenti espressi da questa sinfonia possano in alcuna guisa unire gli uomini che non siano stati specialmente educati e preparati a subire quell’ipnotizzazione artificiale; e poi non giungo a rappresentarmi una folla d’uomini normalmente costituiti che possa capire qualche cosa in quest’opera enorme e complicata, salvo dei brevi passi annegati in un oceano d’incomprensibilità. E così, per amore o per forza, debbo conchiudere che questo lavoro appartiene a ciò che è per me l’arte cattiva. Per un caso singolare, la poesia dello Schiller introdotta nell’ultima parte della sinfonia, enuncia, se non chiaramente, almeno espressamente questo pensiero: che il sentimento (Schiller veramente non parla che del sentimento della gioia) unisce tutti gli uomini e genera in essi l’amore. Ma oltrechè questi versi non sono cantati che alla fine della sinfonia, la musica della sinfonia intiera non corrisponde affatto al pensiero espresso dallo Schiller, poichè è una musica affatto particolarista, che non contenta tutti gli uomini, ma solo alcuni uomini cui essa contribuisce così a isolare dal resto dell’umanità.