— Ma colla nostra civiltà, ci riesce impossibile ritornare alle forme primitive! — diranno gli artisti. Ci è impossibile di scrivere oggi dei racconti come la storia di Giuseppe, o come l’Odissea, di comporre della musica come quella delle canzoni popolari!

Ciò è realmente impossibile agli artisti del nostro tempo; ma non lo sarà all’artista dell’avvenire, che non avrà più la testa ingombra d’un arsenale di formule tecniche, e che non essendo più un professionista dell’arte, non essendo più pagato per i suoi prodotti, non produrrà dell’arte se non quando ci si sentirà trascinato da un irresistibile bisogno interiore.

Pertanto la differenza sarà completa, sotto il rispetto sì della forma che della sostanza, tra l’arte dell’avvenire, e ciò che oggigiorno riteniamo per arte. Il fondo dell’arte dell’avvenire sarà costituito da sentimenti incoraggianti gli uomini a unirsi, o tali da unirli effettivamente; la forma di siffatta arte sarà tale da poter essere accessibile alla massa degli uomini. Perciò l’ideale della perfezione, nel futuro, non sarà più il grado di particolarità dei sentimenti, ma al contrario il loro grado di generalità. L’artista non cercherà più come ora, d’essere oscuro, complicato ed enfatico, ma al contrario di essere breve, chiaro, e semplice. E solo quando l’arte avrà assunto questo carattere, essa non servirà più unicamente a distrarre è a divertire una classe d’oziosi, come fa ora, ma comincierà a compiere il suo vero ufficio, vale a dire a trasportare un concetto religioso dal dominio della ragione nel dominio del sentimento, a guidare così gli uomini verso la felicità, verso la vita, verso quell’unione e quella perfezione che loro raccomanda la loro coscienza religiosa.

CONCLUSIONE.

Ho fatto del mio meglio per riassumere in questo libro i miei pensieri sopra un soggetto che da quindici anni non ha cessato d’occuparmi. Con questo non voglio dire, s’intende, che io abbia cominciato quindici anni fa a scrivere questo studio: ma sono di certo almeno quindici anni che ho cominciato a scrivere uno studio sull’arte, dicendo a me stesso, che una volta avviato in questo soggetto, sarei andato sino alla fine senza fermarmi. Cionondimeno le mie idee intorno a tale soggetto si trovarono essere così poco chiare, che non potei esprimerle in forma soddisfacente. E dopo d’allora non ho mai cessato di riflettere intorno a questo argomento, e sei o sette volte mi sono rimesso a scrivere uno studio in proposito; ma ogni volta, dopo d’avere scritto un certo numero di pagine, non mi sono più sentito in grado di condurre il mio lavoro sino alla fine. Ora finalmente sono riuscito a terminarlo; e per cattivo che esso sia, spero almeno di non essermi ingannato nel pensiero che ne forma la base e che consiste a considerare l’arte del nostro tempo come incamminata per una falsa strada. Possa dunque il mio lavoro non rimanere senza frutto! Ma affinchè l’arte riesca a uscire dalla falsa strada e a ritornare al suo uffizio naturale, occorre che un altro ramo non meno importante dell’attività intellettuale degli uomini, cioè la scienza, colla quale l’arte si trova sempre in rapporto di stretta dipendenza, occorre che anch’essa abbandoni la strada falsa nella quale si trova.

L’arte e la scienza stanno tra di loro in un rapporto tanto stretto quanto è quello dei polmoni e del cuore; e se uno dei due organi è alterato, l’altro non può più funzionare normalmente. La vera scienza insegna agli uomini le cognizioni che debbono avere per essi la maggiore importanza e dirigere la loro vita. L’arte trasporta codeste cognizioni dal dominio della ragione in quello del sentimento. Perciò se il cammino seguito dalla scienza è cattivo, il cammino seguito dall’arte sarà pure cattivo. L’arte e la scienza s’assomigliano a quei battelli che vanno a due a due sui fiumi, l’uno fornito di macchina, e fatto per rimorchiar l’altro. Se il primo prende una direzione falsa, anche il secondo è costretto a seguirlo in essa.

E come l’arte, in termini generali, è la trasmissione di tutti i sentimenti possibili, ma tuttavia, nel senso più ristretto del vocabolo, non è arte seria se non quella che trasmette agli uomini dei sentimenti importanti per essi, così la scienza, in termini generali, è l’espressione di tutte le cognizioni possibili, ma non è per noi scienza seria se non quella che esprime delle cognizioni importanti per noi.

Ora, ciò che determina il grado d’importanza sia dei sentimenti che delle cognizioni è la coscienza religiosa d’una società e d’una epoca data, cioè il concetto comune che si formano del senso della vita gli uomini di quell’epoca e di quella società. Ciò che più contribuisce a tradurre in realtà quest’ideale della vita, è ciò che si deve insegnare maggiormente: ciò che vi contribuisce meno, dev’essere insegnato meno; e ciò che non contribuisce in nessun modo a realizzare il destino della vita umana non deve essere insegnato affatto, o, se lo s’insegna, non deve essere almeno considerato come cosa che abbia alcuna importanza. Così fu sempre in passato per la scienza, e così dovrebbe essere ancora, perchè così esige la natura stessa del pensiero e della vita dell’uomo. Eppure la scienza delle nostre classi superiori non solo non riconosce come base alcuna religione, ma anzi reputa superstizioni tutte le religioni.

In conseguenza gli uomini del nostro tempo affermano che imparano indistintamente tutto. Ma poichè tutto è un po’ troppo, essendo infiniti gli oggetti della conoscenza, e poichè è impossibile imparare tutto indistintamente, quella non è che un’affermazione puramente teorica. Nella realtà, gli uomini non imparano tutto, e non avviene indifferentemente che imparino quello che imparano. Nella realtà, gli uomini non imparano che ciò che è molto utile, o molto gradevole a coloro che s’occupano della scienza. E appartenendo costoro alle classi superiori della società, ciò che torna loro più utile è di mantenere l’ordine sociale che permette alle loro classi di godere dei loro privilegi; e ciò che torna loro più gradevole è di soddisfare vane curiosità che non esigono da essi uno sforzo di mente troppo considerevole.

Da ciò proviene che una delle sezioni della scienza più in onore è quella delle scienze che, come la storia e l’economia politica, s’occupano sopratutto di stabilire che l’ordine presente della vita sociale è appunto quello che è sempre esistito e che deve esister sempre, di modo che ogni tentativo di modificarlo ci si mostri illegittimo e vano. Un’altra sezione è quella delle scienze sperimentali, che abbracciano la fisica, la chimica, la botanica; queste scienze non s’occupano che di ciò che non ha alcun rapporto diretto colla vita, di ciò che è materia di pura curiosità, o anche di ciò che può contribuire a rendere più comoda l’esistenza delle classi superiori della società. Ed è per giustificare questa scelta arbitraria e mostruosa, fatta tra le diverse materie della conoscenza, che i nostri scienziati hanno inventato una teoria corrispondente appuntino a quella dell’arte per l’arte, la teoria della scienza per la scienza.