— Ebbene, non importa. Noi chiamiamo zio le persone importanti.

Don Serafino, però, voleva il suo titolo, che Costantino non riusciva a dargli, perchè in Sardegna appartiene solo ai nobili; e per quel giorno non si concluse nulla.

L'indomani il condannato ritornò alla carica, disse che era di famiglia nobile, che aveva studiato, che suo zio, quello della cui morte lo accusavano, dopo avergli mangiato un grosso patrimonio, lo costringeva a lavorare, a far le scarpe, rinchiudendolo in una stanzetta buia, e che una volta gli aveva scorticato interamente un piede.

E voleva farlo vedere; ma don Serafino scuoteva il capo, con segni di raccapriccio, e imprecava a bassa voce contro il morto crudele.

Così Costantino riuscì ad avere un foglio di carta, e col suo sangue e con un fuscellino scrisse le laudi per la protezione dei condannati.

L'inverno passò, e un giorno di marzo venne alla cella di Costantino una ispezione guidata da un grosso uomo che aveva due grandi occhi d'un azzurro latteo, rotondi e immobili, e il mento così corto che due baffi biondi lo coprivano interamente.

— Ehi là, — gridò al condannato, — cosa sapete fare, voi?

C'era anche don Serafino, che volgeva al condannato il suo viso di scheletro; e il condannato, ricordando tutte le fandonie narrate al guardiano, rispose che sapeva fare le scarpe.

— Ehi là, — disse l'uomo grosso dagli occhi immobili, — voi avete ammazzato vostro zio.

Il suo accento non ammetteva repliche, e Costantino aprì le braccia come per dire: