— Ehi là, io ho ammazzato mio zio, se così piace alla Vossignoria.
L'ispezione andò via, e poco dopo don Serafino fece sapere a Costantino che in breve l'avrebbero tolto di cella, diminuendogli così di più d'un terzo la segregazione. Costantino pensò di dover questa grazia alla sua buona condotta, ma don Serafino gli confidò d'aver interceduto per lui presso persone potenti, dicendo loro che il condannato era di famiglia nobile, che aveva un piede scorticato e che sapeva far le scarpe.
Pochi giorni dopo Costantino fu messo in camerata e cominciò a lavorar da calzolaio assieme ad altri condannati. Inoltre in quegli stessi giorni potè mandare sue notizie a Giovanna, essendogli permesso di scrivere ogni tre mesi. Queste circostanze lo resero momentaneamente felice. E poi veniva la primavera ed i condannati, che avevano sofferto intensamente il freddo, prendevano un'aria allegra. Nella camerata ove Costantino lavorava si scherzava quasi sempre. Solo vi erano due fratelli, due abbruzzesi, che dopo aver chiesto in grazia di esser messi a lavorare assieme, litigavano sempre per certi interessi da accomodarsi dopo la loro condanna, cioè fra dieci anni. Un giorno si bastonarono ed uno fu portato via; scontarono due settimane di cella, poi, quando si rividero all'aria, cioè nell'ora di libertà che i condannati passavano nel cortile, si accapigliarono ancora.
Durante l'ora d'aria Costantino potè conoscere un suo compatriota, un sardo, che veniva chiamato re di picche, forse perchè aveva una figura triangolare, con un grosso corpo e due piccolissime gambe sottili; paffuto, pallido, si faceva radere i capelli in modo da parere calvo.
Era un ex-maresciallo dei carabinieri, condannato per peculato: dicevasi parente d'un cardinale, il quale era segretamente amico del re e della regina. Perciò il re di picche s'aspettava di giorno in giorno la grazia, non solo, ma prometteva di far graziare altri condannati che gli regalavano sigari, denari e francobolli. Egli era addetto all'ufficio degli scrivani; potendo quindi comunicare con l'esterno favoriva certe corrispondenze clandestine dei condannati coi loro parenti, e riusciva ad introdurre nello stabilimento danari, tabacco, francobolli, liquori, profittandone largamente.
A Costantino offrì subito la grazia sovrana e gli chiese se voleva mandare qualche lettera al suo paese.
— Sì, disse il giovine — ma io non ho nulla da darle: sono povero.
— Ebbene, non importa, siamo compatrioti, — disse generosamente l'altro. E subito gli raccontò le sue prodezze da maresciallo: aveva ammazzato più di dieci banditi, aveva dieci medaglie, e una volta era stato a Roma e il re lo aveva invitato al suo palco in teatro. Infine era un eroe. Però non raccontava mai la sua ultima prodezza; solo diceva di esser in reclusione per opera dei suoi nemici invidiosi. Sulle prime Costantino gli prestò fede e gli pose una forte simpatia nonostante la sua losca figura; ma siccome di giorno in giorno i racconti del maresciallo variavano e diventavano sempre più iperbolici, anch'egli (come tutti gli altri condannati che disprezzavano il re di picche, ma lo adulavano per servirsene) gli perdette la stima.
Del resto s'accorse che tutti là dentro, compresi i guardiani, erano bugiardi e felini. I condannati avevano bisogno di nascondere il loro vero essere, di immaginarsi cose fantastiche per il passato e per l'avvenire, d'ingrandirsi agli occhi dei compagni di sventura. Il destino che li aveva, contro loro volontà, riuniti in quel luogo d'odio, non destava e non lasciava destare in loro alcun affetto reciproco.
Costantino osservò con meraviglia che i condannati a pene maggiori erano i meno cattivi, sebbene i più vani e bugiardi. Dei meno delinquenti alcuni si odiavano, erano vili, facevano la spia; gli altri si servivano a vicenda finchè potevano ritrarne utile, tradendosi se occorreva, amandosi mai. Il re di picche diceva a Costantino: