Strettisi a consiglio i due profughi insieme a Serafini e Guelfi, tutti convennero che scopo precipuo della ricerca dovesse essere una barca atta a trasportare gli esuli sulla riviera ligure, e che di ciò avrebbe dovuto occuparsi il Guelfi partendo senza dilazione per la Maremma. Espose esso le sue intenzioni circa alle persone a cui rivolgersi, ed ebbe in tutto l'approvazione del Serafini conoscitore esatto esso pure degli uomini e dello stato della Maremma. Parlò il Guelfi della sua casa nel piano di Scarlino da servire per luogo di sosta, come quella che, situata in pianura disabitata, aveva di frequente dato ricetto ad esuli politici, ma perciò appunto proponeva di non servirsene come asilo che in caso estremo, essendo ormai sospetta, sia per i profughi che l'avevano frequentata, sia pel nome inviso del proprietario. Tutto ciò veniva approvato dal Serafini; e fu stabilita la partenza del Guelfi per le prime ore del mattino successivo, onde evitare sospetti di una gita notturna. Fu preveduto anche il caso che il Guelfi dovesse trattenersi in Maremma, e che vi fosse bisogno di corrispondenza fra esso e San Dalmazio. A tale effetto fu stabilito che se avesse dovuto dare notizie di sè, le avrebbe fatte pervenire per mezzo del Martini dirigendo lettere al Morbo con nome convenzionale, e se si fosse dovuto di qualche cosa avvertirlo, si sarebbe usato l'indirizzo fittizio «Antonio Piesce» che Angiolo Guelfi scrisse di suo pugno sopra di un quarto di foglio, e che il Serafini poi conservò e conserva tuttora insieme agli altri documenti di quella data memoranda.
Così fra gli accordi e la mensa ospitale fatta imbandire dal Serafini si era arrivati a notte avanzata, e il Guelfi volle passare le poche ore che lo separavano dalla partenza nel conversare col Grande che così inopinatamente gli era stato avvicinato dalla fortuna. Furono queste alcune ore di amichevole colloquio che Angiolo Guelfi non dimenticò finchè visse. L'animo suo fiero, leale, entusiasta di libertà si beava nell'anima grande del Garibaldi, e soleva dire di poi che vi erano in quell'anima connesse la natura del guerriero indomito, a quella della delicata fanciulla. Parlarono di tante cose, ma più che tutto delle presenti miserie della patria, e delle speranze future. Una volta cadde il discorso sulla possibile eventualità che il piano ideato pel salvamento fosse scoperto, il Guelfi arrestato; e il Generale traendosi da tergo un pugnale glielo mostrò sorridendo e gli disse: «Vedete, Capitano, che non mi prenderanno mai vivo.» E lo chiamava con modo familiare così, sapendolo capitano della Guardia Nazionale di Scarlino. — Vi erano nella camera in cui si erano ritirati il Garibaldi ed il Guelfi alcuni giornali provveduti dal Serafini, che riflettendo l'indirizzo reazionario del Governo Granducale non mancavano d'ingiurie e di calunnie ai caduti. Garibaldi lesse fra le altre la stolta notizia avere esso rapito e portato seco il tesoro della Repubblica Romana in dieci milioni, e dopo avere estratto dalla tasca lo stesso borsellino col quale voleva pagare il mugnaio Pispola, lo mostrava al Guelfi, e gli diceva ridendo: «Capitano, ecco i miei milioni.» Ma poco dopo seguiva nel giornale un'infame calunnia: «Il famigerato bandito Garibaldi ha ucciso colle sue mani la propria moglie, perchè gli era d'inciampo nella fuga.» Allora le guancie dell'Eroe furono solcate dalle lacrime, e disse fiere parole all'indirizzo dei suoi vili detrattori. — Intanto i modi franchi, e i liberi sensi del Guelfi si erano fatta sempre più strada nell'animo del Generale. Quando venne l'ora della partenza del suo nuovo amico, il Garibaldi, cedendo ancora ad un moto subitaneo proprio della sua natura ferrea insieme ed entusiasta, tornò a gettarglisi al collo, e gli disse: «Voglio venire con voi.» Ma il Guelfi, più conoscitore delle cose locali di quello che lo fosse l'esule proscritto, gli rispondeva: «No, Generale, non si provvederebbe in tal modo alla vostra salvezza. I miei passi sono spiati; Voi insieme a me sareste riconosciuto, e si cadrebbe ambedue nelle mani de' nostri nemici. La sicurezza vostra mi costringerà ad altra cosa anche più dolorosa, quella di rinunziare all'onore di ricevervi io stesso nella mia casa, se, come spero, tutto potrà andare a seconda de' desideri nostri. Io starò sempre in questi giorni in un luogo diverso dal vostro, e mi porrò in evidenza; così vogliono le triste esigenze dei tempi, e la salute vostra che è salute futura della patria.» Si arrese il Generale alle prudenti ragioni del bravo maremmano, che poco dopo partì per Massa Marittima, prendendo a pretesto di esservi richiamato da urgenti affari privati. Quanto poi saggiamente operasse Angiolo Guelfi nel così fare, lo diremo a suo tempo.
Diremo intanto delle misure di precauzione prese dal Serafini a tutela de' suoi ospiti illustri. Il paesello di San Dalmazio dista 12 chilometri dal Morbo, ed è fabbricato sull'erta pendice meridionale del poggio, che ha sulla sua vetta la vecchia e diruta Rocca Silana. Segregato allora dal movimento commerciale per la mancanza di vie ruotabili, colla sua piccola popolazione intenta ai lavori agricoli, sembrava il più sicuro asilo pei due proscritti, eppure la lebbra reazionaria era entrata fin là, e le precauzioni prese dall'egregio Serafini non potevano dirsi mai troppe. La sua casa, posta quasi alla cima del paese, ha l'ingresso principale nella via di mezzo, e due altre uscite secondarie, di cui una al di sopra del paese in aperta campagna, e l'altra posteriore in una vallata deserta e quasi selvaggia. Della disposizione eccellente della casa intendeva servirsi il Serafini in caso di sorpresa, e mentre aveva provveduto con abbondanza d'armi alla momentanea resistenza, aveva indicata ai suoi ospiti la via che dovrebbero seguire per le diverse uscite, e i punti diversi di ritrovo, se, come esso diceva, sarebbe rimasto vivo nella lotta. — Aveva aperto da sè stesso la porta della casa al Generale e a Leggero, e mai nei quattro giorni della loro permanenza li fece vedere a' suoi familiari, ai quali con minaccia della vita aveva ingiunto il più rigoroso silenzio sulla presenza di stranieri nella casa, dichiarandoli due suoi consanguinei implicati nelle ultime vicende politiche, e che voleva ad ogni costo salvare. — Insomma una volta nelle mani del Serafini, Garibaldi non era più il proscritto in balìa della sorte, e la sua cattura non sarebbe stata più un facile colpo di mano. — Quivi il perseguitato potè godere i primi momenti di quiete dopo la morte di Anita.
Ma non era quieto il Serafini. Di carattere ardente e passionato, misurava gli indugi alla stregua del desiderio che sentiva vivissimo di vedere in salvo i suoi ospiti cari e rispettati. Seguiva colla mente il Guelfi nella sua gita in Maremma, ne misurava tutti i pericoli, ne esagerava anche la difficoltà di riuscita. E lo mise in maggiori angustie la lettera che ricevè per espresso nelle ore pomeridiane del giorno 28 spedita dal Martini. Era questa senza firma, ma scritta coi caratteri di Angiolo Guelfi, notissimi al Serafini. Diretta con finto nome ed indirizzo: «Al signor Dario Ascani — Colle,» diceva così:
«C. Amico
«Arrivato qua non ho trovato la persona per fare il noto affare. Dunque vi rimando il baroccino.
«Io parto nel momento per la Maremma bassa, quando avrò fatto i miei affari ritornerò a trovarvi.
«Non state in pensiero se mi tratterrò qualche giorno, giacchè l'aria è assai buona.