Abbiamo trovato il bravo Giccamo sulla via da Follonica a Massa, che cedendo alle ragioni e alle preghiere di Angiolo Guelfi abbandona i proprii affari, e torna difilato a Follonica. — Da quel momento, Giccamo non ha preso più un minuto di riposo. — Parte la sera del 29 agosto in baroccino insieme a suo figlio per Piombino; approfitta della circostanza di essere il fornitore della brace dei penitenziarii di Portolongone e Portoferraio, e prende la via dell'Elba senza essere provvisto del foglio di via allora prescritto; per fare ciò è naturale che non può servirsi della Posta, e si dirige a un tale Pietro Del Santo detto Bacco barcaiuolo, il quale allega il solito ostacolo del foglio di via per sè e per Giccamo, e i di cui scrupoli sono vinti dalla lauta mercede di sei francesconi; si fa sbarcare di contrabbando alla Punta al Cavo fra Marina di Rio e Portoferraio; di là va a piedi a Portolongone in cerca di Paolo Azzarrini padrone di barca peschereccia, suo intrinseco amico, e che spera potere tirare all'esecuzione dei suoi disegni; vince la naturale renitenza dell'Azzarrini, che vede in quanto è per fare compromesso l'avvenire della sua famiglia, ma che cede poi alla parola amica e patriottica di Pietro Gaggioli. Portate le cose a questo punto, l'Azzarrini si munisce di patente regolare per sè e quattro marinari con destinazione a Follonica, imbarca di contrabbando l'amico Giccamo, arriva nella notte del 31 agosto alla spiaggia di Follonica, ne sbarca sempre di contrabbando il Gaggioli, e la mattina del 1º Settembre fa vidimare regolarmente la sua patente in arrivo, e per non generare sospetti, si pone a contrattare una partita di acciughe. — E Giccamo assennato ed infaticabile aveva raggiunto il suo scopo. — Era andato all'Elba, e ne era tornato senza lasciare traccia di sè, non aveva generato sospetto nel barcaiuolo di Piombino, perchè si sapeva da tutti avere esso continui interessi nell'isola; aveva provveduta la barca, culmine del desiderio suo e degli amici. — Ma appena sceso a terra non si riposa. Sale in baroccino, e va da sè stesso a portare la lieta novella a Giulio Lapini, il quale, secondo il convenuto, fissa la partenza dei profughi da San Dalmazio nelle prime ore della sera, avvisa dei luoghi nei quali saranno appostati i patriotti da servire di guida e di scorta, e finalmente invita Olivo Pina a mezzo di espresso ad essere insieme ai compagni dalle 12 in là della notte fra il 1º e il 2 settembre al posto stabilito alla casa Guelfi. — Giccamo poi torna a Follonica, e lo vediamo all'ora fissata giungere alla casa Guelfi insieme all'Azzarrini per prendere gli ultimi accordi[16]. E tutto questo lavorìo condotto in tempi e circostanze così difficili affidato per l'esecuzione a tante e sì diverse persone, e in luoghi così diversi, doveva compiersi, e si compiè con esattezza ammirabile in una notte per il futuro bene d'Italia. Si dia larga parte d'onore ai bravi che concorsero all'impresa, ma si dia la sua parte anche alla costante e propizia fortuna del Generale.

Brevi furono gli accordi presi fra il Generale, l'Azzarrini, Giccamo e Olivo Pina. — L'Azzarrini sarebbe fra le 9 e le 10 in vista di Cala Martina, riconosciuta come luogo più adatto all'imbarco. — Giccamo ricondurrebbe l'Azzarrini a Follonica, e anderebbe a raggiungere in luogo detto «Meleta» il drappello che si muoverebbe dalla casa Guelfi per raggiungere Cala Martina. — Olivo Pina scorterebbe insieme ai compagni i due profughi attraverso il piano di Scarlino per un itinerario tracciato fino a raggiungere a Meleta le boscaglie che allora vi esistevano, e a traverso a queste farebbe raggiungere il punto stabilito. Dopo di ciò fu pregato il Generale di prendere qualche momento di riposo, ed esso accettando, domandò quale era la camera del Capitano, volendo con ciò attestare la sua gratitudine ad Angiolo Guelfi assente, che tanto aveva fatto per condurre lui e il compagno in luogo di salvezza. Indicatagli la camera, che è quella corrispondente all'angolo nord-ovest della casa, si adagiò sul letto così vestito come era, e il Leggero si gettò su di un letticciuolo nella camera stessa.

Nel breve tempo che gli ospiti prendevano riposo, fu preparato un qualche cibo per ristorarli, come lo permetteva il luogo e la precarietà delle circostanze. Abitava il piano più alto della casa la famiglia del colono, e fu incaricata la sua moglie di preparare una zuppa pel Generale e pel compagno. Intesero bene quei buoni lavoratori che vi erano nella casa proscritti politici, ma non li videro nè seppero i nomi loro, e quanto al ricovero che ivi trovavano i perseguitati, era per essi cosa abituale, alla quale erano stati ormai assuefatti dal proprietario, a cui erano legati per verace affezione. I quattro Scarlinesi facevano intanto vigile guardia, e uno di essi stava constantemente nel piazzale ove si apre l'unica porta d'ingresso della casa. Alle ore 4, dopo un'ora e mezzo di riposo, Olivo Pina andò a battere alla porta della camera in cui era il Generale, ed avvertì che si ponessero in ordine per la partenza. Fu subito pronto il Generale, ma inavvertito, dopo Olivo Pina, si presentò sull'uscio di camera un giovane ungherese disertato dall'esercito austriaco sotto le mura di Livorno. Aveva anch'esso trovato ricetto ospitale da più mesi in quelle lande maremmane, e si era per tutto quel tempo ricoverato alla casa Guelfi, e alla Fonte al Bugno, vicino podere diretto allora da Olivo Pina. Non si sa come, ma certamente doveva avere avuta notizia della presenza di Garibaldi, poichè affannandosi in segni di rispetto, parlava animato al Generale in lingua ungherese, e sulle sue labbra veniva spesso il nome venerato di Kossuth. Lo stava ascoltando Garibaldi, quantunque non lo intendesse, e domandò a Giulio Lapini ed Olivo Pina chi fosse quel giovane, e cosa volesse. Gli fu spiegata in poche parole la causa per cui l'ungherese si trovava in quei luoghi, e Garibaldi sempre compassionevole per tutti, mostrò desiderio di condurre seco il disertore, ma si opposero il Lapini e il Pina dicendogli avere essi preso impegno cogli amici di provvedere alla salvezza della sua vita preziosa, e non potere mai permettere di farla esporre a maggiori pericoli per l'ungherese, al quale si sarebbe pensato a tempo migliore; e siccome il Generale mostrava di non cedere a quelle ragioni, fecero allora intendere il rifiuto del capitano Azzarrini di portare un individuo più del convenuto sulla sua fragile barca, e a questo argomento cedè, sebbene a malincuore, Garibaldi. L'ungherese poi fu fatto ritornare alla Fonte al Bugno, con ingiunzione per parte di Olivo Pina di non allontanarsene fino al suo ritorno.

Presero una zuppa i due esuli, e avanti di partire cambiarono il loro vestito coi fratelli Lapini, cioè Garibaldi con Giulio, e Leggero con Riccardo, e disse il Leggero che così avevano fatto diverse volte durante il loro trafugamento, unica misura di sicurezza che era stato possibile far prendere al Generale. Erano le 5, ora stabilita per la partenza, ed essendo riuniti nel salotto della casa Guelfi gli esuli, i fratelli Lapini, e i quattro Scarlinesi, Giulio si rivolse al Garibaldi, e gli disse come buon augurio: «Sapete, Generale; oggi abbiamo letto nei giornali a Massa che eravate a Venezia in compagnia di Manin e del generale Pepe, e ne abbiamo riso di cuore, perchè nessuno vi sospetta qui.» Poi gli accennò ai quattro Scarlinesi come giovani a tutta prova, dicendogli: «E ora vi consegno in mano di amici tali quali avete incontrato fin qui.» Garibaldi e Leggero abbracciarono e baciarono i fratelli Lapini, e li pregarono di ringraziare a loro nome Angiolo Guelfi per l'ospitalità ricevuta nella sua casa, e più ancora per quanto aveva esso operato. Quindi si divisero, restando i Lapini alla casa Guelfi, e partendo i due profughi scortati dai quattro Scarlinesi alla volta del mare.

Partì il drappello dei sei, armati tutti di fucili a due canne. Precedeva Olivo Pina, seguiva il Generale, poi gli altri. — Camminavano silenziosi poichè Garibaldi era cupo e cogitabondo. — Cosa pensava egli, scampato da tanti pericoli, e quasi in salvo? — Forse pensava alla sua diletta Anita, che mercè l'opera dei bravi patriotti occorsigli sarebbe ora seco se non gliela avesse rapita la morte; forse pensava alle risorse che avrebbe trovate in mezzo alla popolazione maremmana, se avesse diretta la sua ritirata per quelle parti anzichè per l'Umbria, e qualche cosa ne disse, come vedremo di poi; e forse subiva quel sentimento vago d'inquietudine, che provano anche le anime grandi quando stanno per accingersi ad un passo decisivo e finale. — Passarono davanti alla casa della Fonte al Bugno, presero l'argine destro del fosso Allacciante fino al passo detto Pedata di Caserma, e qui traversarono il fosso, che in quella stagione è asciutto, continuando per l'argine sinistro.

Narro ora un triste episodio. Nella lunga peregrinazione di Garibaldi dall'Adriatico al Tirreno, è qui soltanto che ebbe esso ad incontrare persona disposta a nuocergli per animo deliberato. Era questi un tale Antonio Cardini ex-gendarme dei Lorenesi, che fu incontrato sull'argine destro mentre guardava maiali di proprietà di Domenico Fontani, fratello ad Oreste, uno dei quattro Scarlinesi che scortavano Garibaldi. Il Cardini riconobbe il Generale per averlo riveduto in altri luoghi, e lo esternò a Giuseppe Ornani, che in quel momento era l'ultimo della comitiva. Negò come era naturale l'Ornani, e aggiunse che sbagliava d'assai se sognava Garibaldi in quei luoghi, mentre il da lui supposto proscritto non era che un cacciatore, col quale andavano essi Scarlinesi in padule, e credè averlo convinto, e fu bene pel tristo, perchè i quattro giovani non erano tali da lasciarsi dietro una spia. Passò oltre la piccola brigata, e il Cardini col cuore ormai deturpato dal suo vecchio mestiere, tornando la sera al paese, ripetè di avere veduto il giorno stesso Garibaldi traversare il piano di Scarlino, e disse ciò al suo padrone noto e zelantissimo reazionario, il quale però sapendo contemporaneamente come fra i componenti la brigata sospetta vi fosse suo fratello Oreste, non ne fece nessun caso. L'ex-gendarme però era invasato dal turpe desiderio di un lauto guadagno, e voleva andare a denunziare il fatto ai gendarmi di Follonica, ma pensò bene di non farlo quando fu prima sconsigliato, poi minacciato della vita da Giorgio Fontani altro fratello ad Oreste; e sapeva bene il vigliacco delatore che la faceva con uomini capaci di mantenere la promessa.

E qui vogliamo dire cosa che se non aggiunge gloria alla meritata fama di disinteresse del Capitano del Popolo, torna di onore immenso a quei generosi che erano disposti a far sacrifizio della vita e degli averi per condurlo in salvamento. Il capitano Leggero camminava spesso di coppia con Giuseppe Ornani, e presso a poco nel luogo detto di sopra, ragionando fra loro, gli disse come tutto il denaro di cui disponesse il Generale consisteva in dieci monete (forse voleva dire pezzi da 20 lire), ma che il Serafini colla sua squisita gentilezza aveva messa a disposizione di Garibaldi una qualche somma, depositandola su di un mobile della camera da lui abitata. — E questo avveniva quando i sicarii della penna cercavano con ogni maniera di calunnie insozzare la bella fama del Generale. — Quanto poi alla nobile offerta del Serafini, noi crediamo sia la più bella lode il narrarla, aggiungendo come esso non ne abbia mai fatta parola ad alcuno nè prima nè poi.

Continuarono la via in sembianza di cacciatori sull'argine sinistro dell'Allacciante, fino all'imbocco in questo del fosso minore detto Fontino. Quivi è un ponte di legno per uso dei guardiani, gettato sulla foce del fosso stesso. Passarono il ponte, e invece di continuare a discendere verso il padule, presero l'argine sinistro del Fontino risalendolo, e così si trovarono sulla «Via Dogana,» largo stradone a sterro che da Scarlino conduce al Puntone. Fatti pochi passi sulla Via Dogana, le grosse campane di Scarlino cominciarono a suonare per una qualche funzione religiosa. Il paese era vicino, lì sul prossimo poggio, il vento favorevole, il suono bello e maestoso, e tutto ciò, e la giacitura del paese, veduto da quella parte, così fabbricato per lungo sul crinale del poggio, faceva credere Scarlino molto più grande di quello che fosse.

Si fermò sorpreso il Garibaldi, e domandò: «Che paese è quello?È Scarlino, il paese nostro e del Capitano,» gli rispondeva Olivo Pina, e sapeva di fargli cosa grata chiamando in tal modo Angiolo Guelfi, poi alludendo al suono delle campane che aveva attirata la sua attenzione, continuò con tuono deciso: «E se ordinate, Generale, gli si fa cambiare suono.» A queste parole il capitano Leggero, che era fra gli ultimi, si fece avanti premuroso, e domandò quanti abitanti vi erano nel paese, e di quanti giovani si poteva disporre. — Risposero: «Il paese ha mille abitanti, e si può contare su tutti i giovani, ma venti almeno ci seguono, chè altrettanti sono tornati da poco, ed erano volontarî del governo di Guerrazzi.» Allora il Capitano si avvicinò a Garibaldi, e gli disse con fuoco: «Generale, ricominciamo di qui?» — E i quattro Scarlinesi stavano pronti ad aspettare gli ordini. — Ma il Generale guardò prima in faccia i suoi compagni, un lampo di gioia rasserenò la sua fronte, vedendosi circondato da uomini così risoluti, poi rifacendosi cupo, rispose: «Si porterebbero ad inutile carneficina; piuttosto i padri penseranno ad educare i loro figli per il giorno della riscossa.» — E fu continuato il cammino.

Percorsero sulla Via Dogana per forse duecento metri, poi deviarono a sinistra per una stradella, entrando nel bosco delle «Piane di Meleta,» e si fermarono a riposarsi all'ombra di una quercia. Era questo il luogo nel quale aveva dato convegno Pietro Gaggioli. E infatti l'infaticabile Giccamo era al suo posto. Si chiama la località «Fonte al Leccio,» ma di fonte non vi è che il nome, tantochè sentendosi il Generale preso da sete, sia per il cammino accelerato, sia a causa del calore estivo che principiava a sentirsi coll'alzare del sole, bisognò ricorrere alla prossima casa poderale di Meleta; vi andò Giuseppe Ornani, e ritornò insieme a tale Giovanni Lorenzi che vi risiedeva, e al quale aveva richiesta un poca d'acqua per dissetare una brigata di cacciatori. Venne il Lorenzi con una fiasca di vimini, e bevvero tutti l'acqua mista a rhum, del quale Giccamo aveva pensato di provvedersi. Il Lorenzi vide tutte quelle persone distese all'ombra della quercia, e così tutti armati di fucili a due canne li credè cacciatori, e continuò a crederlo per lungo tempo. Sul partire di là l'Ornani domandò al Pina qual via fosse meglio seguire, se cioè per «Val Citerna» e «Val Lunga» faticosissima e attraverso alla macchia, ovvero per la «Via delle Costiere» viuzza assai ben tenuta, perchè serviva allora al continuo passaggio da una torre all'altra dei Cavalleggieri di Costa. Proponeva l'Ornani di prescegliere quest'ultima come più breve e più agevole, onde non affaticare di soverchio il Generale. — Insisteva il Pina per la parte di Val Citerna e Val Lunga come più sicura, dovendosi passare in vista della Torre di Portiglioni se si volesse battere la Via delle Costiere. Il capitano Leggero domandò allora quanti uomini custodissero questa Torre di Portiglioni, ed essendogli stato risposto che vi risiedevano sei Cannonieri di Costa, saltò su a dire: «Passiamo pure di là, non ce ne tocca neppure uno per uno» e infatti erano sette compreso Giccamo che li aveva testè raggiunti; ma Garibaldi riprese, gravemente: «Non per noi che si parte, ma per coloro che rimangono, occorre usar prudenza.» E prescelse la via del bosco.