Era il drappello disceso al mare dalla parte di Punta Martina, e percorrendo la spiaggia in curva, andò a fermarsi a riparo di Punta Sentinella. Per quanto si poteva scorgere non vi erano barche alla vista. Allora fu il primo pensiero di Olivo Pina il mandare a speculare da luogo ove si scoprisse più largo orizzonte, e intanto provvedere alla sicurezza della brigata. Ordinò all'Ornani di percorrere il lido dalla parte di Punta Martina, e giungere allo scavalco da dove si scorge vasto tratto di mare verso Castiglione, ma di camminare sempre per la macchia facendo in modo di non essere veduto dai cannonieri di Punta Martina. — Appostò il Carmagnini nel bosco presso la Via delle Costiere, colla ingiunzione che se passasse il cavalleggere e non vedesse quanto si andava facendo alla Cala, lo lasciasse andare oltre, ma se succedesse altrimenti, facesse fuoco su lui. — E il Carmagnini si appostò tranquillo al suo posto, pronto ad eseguire l'ordine ricevuto. — L'Ornani poi percorse sempre per il bosco il tragitto indicato, ma arrivato allo scavalco di Punta Martina speculò l'uno e l'altro braccio di mare senza vedere la barca, e tornò a darne avviso ad Olivo Pina, da cui ricevè l'ordine di andare per la parte opposta onde vedere se l'Azzarrini fosse per venire di là. Pietro Gaggioli, che stanco dalle fatiche sostenute in quei giorni si era disteso accanto al Carmagnini senza scendere alla Cala, seguì l'Ornani nella corsa verso Follonica. In questo tempo il Generale stava estatico a riguardare il mare. Appena arrivato a Cala Martina aveva voluto bagnarsi i piedi nell'onda prediletta, e si era dato a slacciarsi la calzatura. Corse Olivo Pina ad aiutarlo, ma esso rifiutava, e cedè solamente all'insistenza sua, accettandone l'aiuto, e si lavò i piedi nell'acqua marina, contento, come diceva, di poter fare ciò dopo tanto tempo. Di poi insieme a Leggero, Fontani e Pina si trattenne sulla spiaggia ad aspettare.

Comparve poco dopo la barca, che veniva dalla parte di Follonica, senza essere stata veduta dall'Ornani e da Giccamo perchè aveva bordeggiato lungo la costiera in sembianza di barca peschereccia. Ed era infatti una semplice barca peschereccia, guidata da soli quattro uomini, cioè il padrone Azzarrini e tre marinai, e avendo camminato quasi rasente alla spiaggia, non poteva averla scorta l'Ornani che guardava ad una certa distanza, impedito a vedere vicino dal lido tagliato a picco, e coperto di folto bosco.

Appena la barca fu in vista, vennero dalla Cala fatti segnali collo sventolare di un fazzoletto, e la barca, veduti i segnali, si accostò subito alla spiaggia. — Era il momento solenne. — Il Carmagnini aveva abbandonato il suo posto di guardia, dal momento che la barca si era accostata. — Garibaldi in tutta la sua fierezza guardava al mare. — Pareva un leone imprigionato a cui fosse stata aperta la gabbia ferrata. — Si rivolse commosso ai tre Scarlinesi che lo stavano ammirando, e disse loro: «Non vi è nulla che possa ricompensare ciò che ho ricevuto da voi, ma spero di ritrovarvi a tempi migliori.» — Rispose Olivo Pina, commosso egli pure, e a nome di tutti: «Un pizzo della vostra pezzuola basta a ciascuno di noi — lo lasceremo come ricordo ai nostri figliuoli; — avevamo per unico scopo salvarvi e conservarvi all'Italia, e volentieri veniamo con voi fino a Genova, se lo volete.» — Assentirono gli altri due, e il Carmagnini insisteva sulla proposta di accompagnarlo, ma il Generale riprese: «No, nel mare non temo alcuno: ci rivedremo.» — Potenza singolare di quell'uomo che, se lo avesse voluto, avrebbe fatto quattro marinari di quei giovani incontrati poche ore fa, e che non avevano mai veduto il mare se non dalla costa.

Prima di partire volle dare un suo ricordo a ciascuno; a Olivo Pina un fischio d'argento colle due lettere incise CL (forse Cogliuoli Luigi); al Carmagnini un piccolo stile che si levò dal di dietro della cintura; al Fontani un piccolo portafogli da appunti, e da questo staccò un foglio ove fece la sua firma col lapis, e la consegnò ad Olivo Pina perchè lo dasse a suo nome all'Ornani tuttora assente. Poi li abbracciò, li baciò, li incaricò dei suoi saluti a Girolamo Martini, Cammillo Serafini e Angiolo Guelfi, e montò nella barca. Lo stesso fece il capitano Leggero salutando ed abbracciando gli amici, e la barca si mosse. — Allora il Generale, quando era ancora pochi metri lontano dalla spiaggia, mandò agli Scarlinesi, come ultimo saluto, il grido maschio e vibrato: «Viva l'Italia!» — Era sfida alla tirannide che lasciava padrona del campo — vaticinio di destini migliori — saluto ai patriotti che nel nome della patria derelitta avevano spregiati i pericoli per dare a lui salvamento. — Erano le ore 10 antimeridiane del 2 Settembre 1849.

In questo tempo l'Ornani tornava dalla sua escursione senza aver veduta la barca; aveva percorsi tre chilometri insieme al Gaggioli attraverso alla macchia foltissima della scogliera, e arrivati alla fonte detta di San Supero, trafelati dalla stanchezza, e dal sole cocente, si erano dissetati, poi il Gaggioli, rifinito dalla fatica, sentì di non potere rifare il cammino, e incaricato l'Ornani dei suoi saluti al Generale e al compagno, aveva ripresa la via di Follonica. Si affacciò l'Ornani al lido di Cala Martina, e vide la barca che già si allontanava, e il Generale in piedi che guardava la riva. Salutò dall'alto vivamente col fazzoletto, e gli fu corrisposto il saluto da Garibaldi e da Leggero, che continuarono così fino a quando non furono perduti di vista. Allora l'Ornani entusiasta del buon esito dell'impresa, voleva che in segno di gioia si scaricassero tutte le armi, ma si oppose il Pina più calmo, per non destare attenzione sul fatto che si era compiuto.

Ed anche questo voglio dire quantunque fosse pazzia, ma di quelle che muovono da impeti magnanimi, e tale da mostrare a quali uomini era affidato Garibaldi. Passarono i quattro Scarlinesi, per tornare alle case loro, dalla Torre di Partiglioni, e visto lì presso l'innocente cannone, utensile obbligato delle torri di costa, volevano in segno di festa a ludibrio dei cannonieri e del loro governo, gettarlo in mare. — E l'avrebbero fatto, chè quei quattro valevano per quaranta picchiotti (e Olivo Pina, certo ormai che il Generale era in salvo, si univa agli altri nell'esultanza del fatto), se per fortuna non fossero stati ivi incontrati e dissuasi da Giccamo, che tornava da riprendere il suo barroccino a Meleta, per andare a Follonica.

Due giorni dopo, il 4 settembre, era la fiera al Palazzo presso Travale, e Olivo Pina vi andò per accordi presi col Guelfi, a riportare a voce le diverse particolarità dell'imbarco. Vi erano Cammillo Serafini ed Angiolo Guelfi, reduce quest'ultimo la sera avanti da Pisa, ove era andato a mettersi in mostra per deviare gli occhi della polizia dal teatro vero del fatto. Raccontò Olivo Pina i più minuti particolari, portò i saluti di Garibaldi e di Leggero lasciati da essi nell'atto stesso della partenza, e tuttociò riempì di giubbilo l'animo dei due patriotti, a segno che Cammillo Serafini chiamò Olivo Pina fratello di fortuna, e tale lo ha sempre chiamato di poi, volendo alludere alla fortuna da essi avuta di potere salvare la vita del Grande Capitano.

La traversata sulla barca dell'Azzarrini fu felice, e senza casi notevoli. Partiti dalla spiaggia toscana si diressero alla Punta al Cavo, ove l'Azzarrini sbarcò il padre ed un altro marinaio di Capoliveri, e così si mise in ordine col numero degli uomini descritti nella patente, poi tanto pregò il tenente-castellano di Rio Marina, che questi gli firmò abusivamente la patente per l'estero, quantunque volesse la legge vigente che per fare ciò si fosse munito del visto delle Autorità di Portoferraio. Tornò a costeggiare la spiaggia tirrena, e il giorno di poi sbarcò felicemente a Porto Venere il Grande Italiano. L'Azzarrini stesso, richiesto da Giovanni Gaggioli figlio del tanto benemerito Giccamo, scrive da sè stesso la storia della traversata colla lettera seguente:

«Di buon mattino imbarcai l'eroico generale Garibaldi e il capitano Leggero, e mi diressi all'isola dell'Elba. A Capo Castello sbarcai mio padre, e un marinaro di Capoliveri perchè vi fosse sempre il numero. Il Deputato di Sanità mi firmò abusivamente la patente, e la sera feci vela per il Golfo della Spezia. All'indomani a mezzogiorno si era giunti in vista di Livorno, ove si vedevano passeggiare le sentinelle tedesche, e il giorno dopo giunsi felicemente a Porto Venere. Colà sbarcai l'eroico Garibaldi con Leggero. Garibaldi mi diede per ricompensa un piccolo scritto di sua propria mano, che conservo come la pupilla dei miei occhi; esso era così concepito:

«Il padrone Paolo Azzarrini che la fortuna mi fece incontrare in terra italiana dominata dai Tedeschi, mi ha trasportato su questo luogo di asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente, e senza interesse.