«G. Garibaldi.»
Era meritato questo attestato di benemerenza, poichè Paolo Azzarrini ebbe troncati i suoi interessi per la parte presa nel salvamento di Garibaldi. Impossibilitato a ritornare nell'Elba, ove lo avrebbero aspettato persecuzioni poliziesche, per avere sottratto l'Esule illustre alla caccia spietata, dovè condannarsi all'esilio per i 10 anni nei quali perdurò la dominazione lorenese, e solamente in contrabbando si avvicinò una volta a Capoliveri per imbarcare il vecchio padre e il resto della sua famiglia, che dovè trasportare sul suolo ospitale della Liguria. — E in mezzo a tanta pioggia di pensioni e di croci per gli eroi del domani, nessuna ricompensa è stata data a Paolo Azzarrini, che perdè anche gli arnesi del suo mestiere per salvare all'Italia il suo Eroe[19].
E qui termina l'assunto mio. — Una mano di patriotti disseminati da Vaiano alla spiaggia di Follonica, di cui alcuni incogniti l'uno all'altro, perseguitati e costretti a pensare alla loro salvezza, in 7 giorni, senza accordi precedenti, in onta alla polizia lorenese e all'occupazione straniera, alla reazione toscana e al bando feroce di Gorzhowscki, seppe trafugare il Generale del Popolo, fargli percorrere centinaia di chilometri e provvedergli una barca per metterlo in luogo di salvezza. Al Molino di Cerbaia — alla Casa Bardazzi a Vaiano — alla Madonna della Tosse — alla Stazione della ferrovia di Prato — alla Casa Bonfanti a Poggibonsi — al quadrivio di Volterra — alla Locanda della Burraia — alla Casa Serafini a San Dalmazio — alla Casa Comunale di Castelnuovo — al vetusto Palazzo Municipale di Massa — sulla piazza principale di Follonica — e alla Casa Guelfi nel piano di Scarlino — in tutti questi luoghi una lapide, un ricordo rammenta l'opera di salvamento compiuta dai patriotti toscani nel 1849. — Solo a Cala Martina neppure una pietra ricorda che quel luogo riunì in sè e tradusse in fatto quanto era stato compiuto da Cerbaia alla spiaggia Tirrena. — Solo Cala Martina aspetta una memoria e l'avrà — perocchè, lo pensino gli Italiani, se li umili scogli di Cala Martina non erano, la storia non avrebbe registrato nei suoi fasti lo scoglio glorioso di Quarto.
NOTE:
[1] Le notizie contenute in questa introduzione sono attinte dall'opera del prof. Giuseppe Guerzoni, Giuseppe Garibaldi, edito dal Barbèra, Firenze, 1882. La serie dei fatti che si svolsero dal 26 agosto al 2 settembre 1849, restati sepolti nel silenzio per i dieci anni della dominazione lorenese, e raccolti ora dopo 35 anni, quando molti degli attori di essi non sono più; reclamava circospezione massima, e diligenza nelle ricerche, per non passare dalla storia alla leggenda. Le diverse Vite di Garibaldi o sorvolano, o travisano quanto avvenne in questo periodo, alcuna poi è piena d'inesattezze anche sulla posizione geografica dei luoghi, cosicchè vi si designa avvenuto l'imbarco, ora a Talamone, ora a Follonica, e perfino a Massa Marittima, città di poggio, e distante parecchi chilometri dal mare. Due soli opuscoli hanno parlato con molta esattezza di questo periodo avventuroso del Generale, e portano per titolo, il primo: «Da Prato a Porto Venere,» del dottore Ricciardo Ricciardi, Grosseto, Tipografia Barbarulli, 1873, e l'altro: «In Val di Bisenzio. Episodio del 26 agosto 1849,» per Enrico Sequi Firenze, Stamperia Righi, 1862; ma il primo svolge più specialmente i fatti avvenuti dal Morbo fino al mare, il secondo si occupa esclusivamente di quanto avvenne in Val di Bisenzio. Dopo avere tenuto conto delle cose narrate nei due opuscoli, mi sono rivolto a tutti i superstiti fra quelli che ebbero parte diretta nell'impresa, e così raccolsi interessanti notizie dal testè defunto signor Antonio Martini di Prato, dall'egregio signor Cammillo Serafini di San Dalmazio, dai quattro Scarlinesi Pina, Ornani, Fontani e Carmagnini che scortarono Garibaldi dalla casa Guelfi a Cala Martina; poi mi rivolsi a coloro che, legati da intimi rapporti con alcuno degli estinti patriotti, potevano fornire notizie di circostanze e fatti, e così al signor Odoardo Pellini genero del defunto Girolamo Martini, e alla signora Ester vedova Martini pei fatti del Morbo, e al signor Vincenzo Magherini farmacista a Vaiano per quanto avvenne in quel paese. Mi sono dato ad interrogare anche alcuni che, quantunque inconsapevoli, presero una parte nel salvamento, e cioè il Montereggi vetturino di Poggibonsi, Zizzo vetturino di Pomarance, e Tommaso Pucci, figlio della Giuseppa Bonfanti. Mi sono stati di aiuto tre atti pubblici, o come diconsi di notorietà, relativi a circostanze diverse, di cui uno sottoscritto: «Ranieri Biagioli di Vaiano,» un altro «Vincenzo Bardazzi di Vaiano,» e un terzo «Pina, Ornani, Fontani e Carmagnini di Scarlino.» E finalmente mi hanno giovato i ricordi di famiglia, essendo stato Angiolo Guelfi parte non ultima del fortunato salvamento. Le notizie raccolte, poste in confronto le une colle altre, e più di tutto colle date certe che si avevano cioè — 26 agosto per Vaiano e Prato — 27 agosto per il Morbo — 28 agosto per la fiera di Pomarance sulla Cecina — e 2 settembre per Cala Martina, mi hanno guidato nello stabilire con piena certezza, i fatti nel loro ordine cronologico, e nella loro storica precisione.