Queste lettere empierono di allegrezza e di speranze Uzunhasan, il quale ne fece bandire la nuova per tutto l'esercito, e salutare a suon di trombette e zambalare il nome veneziano [[Documento XI]].
I Turchi, fatto anch'essi il maggior sforzo, si avvicinarono all'Eufrate poco lungi da Malatiah, dove sull'altra riva erano schierati i Persiani in ordinanza. Quivi si incontrarono i due eserciti, ed azzuffatisi vigorosamente, prevalse il persiano. Il sopraggiungere della notte però impedì, che la vittoria di Uzunhasan riescisse decisiva e finale.
Rotti pertanto gli Ottomani, scriveva a Venezia Luca da Molino, sopracomito del porto di S. Teodoro[37]: che era vicino il re di Persia, che il Mocenigo aveva incominciate le operazioni marittime, e che già tutta la costa erasi assoggettata e restituita al Caramano.
Laonde, elevati gli animi alle più belle speranze, si vinceva in senato, dietro proposizione di Girolamo da Mula, il partito, di scrivere al Mocenigo che penetrasse con tutta l'armata nello stretto, e si portasse a battere immediatamente la stessa Costantinopoli, qualora però fossero stati di tale avviso il legato papale e il capitano di Napoli[38].
Ma poco stettero le cose a cangiare d'aspetto. Battuti i Turchi, fu Uzunhasan spinto dai suoi ad inseguirli al di là dell'Eufrate, e potè raggiungerli presso Terdshan nelle vicinanze di Erzengian, alla fine di luglio del 1473. Mentre il suo esercito era in marcia, mandò l'11 di luglio a chiamare lo Zeno e gli comandò di scrivere all'imperatore ed al re d'Ungheria di « metter a foco et fiamma il paese de l'Othoman in Europa, perchè essendo esso, con l'aiuto di Dio, per aver certissima vittoria contro l'Othoman, el vol ch'el sia sfrachassado da ogni parte, che più nol se possa refar, et che totalmente sia estinto el nome suo[39] ».
Confidando pertanto nella favorevole sua fortuna, e credendo per la recente vittoria di poter ancora facilmente superare l'esercito ottomano, Uzunhasan apprestò a battaglia le sue truppe, appena che lo ebbe raggiunto[40].
Ma, attaccato invece vigorosamente e disperatamente dai Turchi, egli rimase sconfitto per modo che dovette fuggire nelle montagne dell'Armenia, abbandonando il campo e le salmerìe, mentre invano suo figlio Seinel perdeva la vita, cercando di tener testa coi pochi rimasti [[Documento XII]].
Per quella stessa opinione che Uzunhasan teneva di essere invincibile, si avvilì maggiormente di questa sconfitta; laonde non vedendo altra speranza che nel soccorso dei principi cristiani, ai quali le sue disgrazie non toccavano meno che a lui, spedì Caterino Zeno come proprio ambasciatore presso ai principi d'Europa: con incarico di domandar loro quell'aiuto che richiedeva il pericolo comune, e particolarmente dacchè, in contemplazione della repubblica di Venezia e degli interessi della cristianità, avea preso le armi. Prometteva poi di mettere in campo per la ventura stagione un formidabile esercito, onde continuare nella impresa.
Partitosi lo Zeno dalla corte persiana, si diresse alle rive del mar Nero, dove, noleggiata una nave genovese di Luigi Dal Pozzo, corse pericolo di essere tradito e consegnato agli Ottomani, se Andrea Scaramelli di notte tempo accostandosi secretamente con una barca alla nave, da quella non lo avesse levato, e condotto incognito a Caffa, insieme ad un di lui servo chiamato Martino.