Quivi trovandosi lo Zeno spoglio di denari e di ogni cosa, e non potendo essere assistito dal povero suo liberatore, potè una seconda volta salvarsi da mal partito e così porsi in grado di adempire ai suoi incarichi, per la fedeltà del suo servo Martino, che tanto lo pregò fino a che egli accondiscese di venderlo siccome schiavo per provvedersi di denari pel viaggio. La generosità del Martino fu poi riconosciuta dal veneto senato, che lo riscattò e lo provvide di buona pensione[41].

Da Caffa lo Zeno scriveva alla signorìa, narrando il successo della guerra passata, le nuove speranze che ancora si avevano, e lo incarico a lui affidato da Uzunhasan, del quale spediva una lettera al doge Nicolò Tron relucentissimo sultan de la fede cristiana, cui prometteva di esser pronto a tentare di nuovo con tutte le forze della Persia la fortuna delle armi [[Documento XIII]].

Queste lettere furono assai gradite dal senato, che intendendo non essere ancora Giosafat Barbaro passato nella Persia, non gli parve convenisse alla dignità sua di lasciare un re affezionato e fedele senza un ambasciatore, dacchè lo Zeno erasi da lui dipartito.

Laonde il consiglio dei Dieci deliberava di spedirvi Paolo Ognibene[42] albanese, con commissione di confermare ad Uzunhasan che la repubblica intendeva di persistere nella lega, la quale non avrebbe mancato di fruttargli il possesso di tutta l'Asia turca; e di ponderare allo stesso quanto importava all'impresa che egli coll'esercito passasse l'Eufrate.

All'Ognibene non venne fissato alcun stipendio; ma gli fu promesso che la repubblica non mancherebbe d'usare verso la sua persona e famiglia la magnificenza solita verso chi ben la serviva.

Oltre a questa spedizione dell'Ognibene, il senato deliberava nel giorno 30 di ottobre dello stesso anno 1473[43] di eleggere un altro oratore solenne ad Uzunhasan; ma nominato Francesco Michele, egli rifiutò, e quanti altri venivano eletti declinavano tale onore per cagione del viaggio pericolosissimo; laonde furono prese le parti 22 e 30 novembre che stabilirono pene a chi si rifiutasse, e che autorizzarono il Consiglio a scegliere l'ambasciatore da qualunque luogo od ufficio.

Il 10 di dicembre 1473 fu eletto Ambrogio Contarini, quondam Bernardo, che accettò, ed il 20 scrivevasi al Barbaro, che sollecitasse intanto la sua partenza da Cipro e per qualunque via procurasse giungere al più presto possibile nella Persia.

Le commissioni date dal senato ad Ambrogio Contarini furono due, una palese, e l'altra segreta.

La prima [[Documento XIV]] ordinava al veneto legato di abboccarsi coll'ambasciatore di Napoli, di cercar notizie di Caterino Zeno che credevasi a Caffa, e di Giosafat Barbaro, e con questi e col segretario Paolo Ognibene concertarsi per la miglior riuscita della sua missione.

La commissione segreta [Documenti [XV] e [XVI]] ricordava, come l'anno precedente, ritenendosi che il re persiano penetrasse nell'Anatolia, la repubblica avea ordinato al capitano generale Mocenigo di spingersi vigorosamente coll'armata nello stretto fino a Costantinopoli, mettendo a ferro e fuoco tutta la ripa, onde il nemico vedendo in pericolo la propria capitale fosse costretto a ritirare gran parte delle sue genti, così agevolando la vittoria al re di Persia; che inoltre la repubblica aveva mandate le chieste artiglierie e gli uomini esperti a maneggiarle; per le quali cose doveva Uzunhasan convincersi della buona volontà dei Veneziani, e degli sforzi che sarebbero sempre pronti a fare in suo favore: sia ch'egli, seguendo il parere del senato, spingesse la guerra per terra, mentre la veneta armata penetrerebbe nello stretto; sia ch'egli preferisse la campagna della Sorìa: purchè per l'una o per l'altra di queste imprese egli muovesse sollecitamente, il tutto consistendo nella celerità delle operazioni.