Invitava egli poi alla sua corte nel 1627 Alvise Sagredo per ragioni del traffico particolarmente della seta [[Documento LXXIV]]; al quale invito corrispondeva il senato, per la costante sua mira di ristorare nel Mediterraneo il commercio persiano [[Documento LXXV]]. Se lo shàh Abbas avesse potuto trasmettere ai suoi successori le grandi sue viste di prosperità nazionale, certamente la Persia sarebbe divenuta il centro delle comunicazioni che cominciavano a stabilirsi fra l'Europa e le Indie.
Lodovico Gallo, nel suo viaggio da Venezia alle Indie[142], assicura che nella Persia bastava essere o spendere il nome di veneziano per aver adito al re, venire onorato e rispettato da ognuno. E Pietro della Valle, nella sua vita di Abbas il Grande, ci narra come la conquista del regno di Lar, divenuto per le sue possessioni di Gombrum l'emporio del golfo Persico, e la sede principale del commercio colle contrade lungo le coste del Malabar, sia stata fatta dal re di Persia per eccitamento dei Veneziani[143].
Ma ogni provvedimento fu inutile: il traffico della repubblica andò irresistibilmente diminuendo da quel sommo grado ond'era giunto nel secolo XV.
Il Foscarini scriveva: non rimanere al suo tempo, che la sola tradizione degli antichissimi commerci dell'Asia; e tutte le relazioni che si hanno comprovano l'immenso interesse dei Veneziani in quelle regioni.
Nell'anno 1405 andarono da Venezia alle coste della Siria sei cocche cariche di merci del valore di 320,000 zecchini[144]. Nel 1515 invece notava il Sanudo[145] l'arrivo a Venezia delle galere di Beiruth a suon di campane, giusta il solito, con un carico molto povero, cioè di 1,200 colli in tutto, e pochi anni appresso solo con un carico di 800 colli. E mentre prima della scoperta del capo di Buona Speranza ascendevano a 40 le case commerciali in Aleppo[146], nell'anno 1596, quantunque la nazione veneziana superasse le altre per numero ed importanza, solo 16 case principali si trovavano in Aleppo, trattando ciascuna dai 100 ai 200 mille ducati d'oro all'anno. Tutto il traffico dei Veneziani in quell'epoca ascendeva a due milioni. Nel tempo del consolato Malipiero (1593-96) furono importate nella Sorìa pezze 20,000 di panni di lana e braccia 200,000 di panni di seta delle fabbriche veneziane[147].
Nel primo anno del consolato Emo, 1597, la nazione veneziana portò nella Siria per un milione di merci ed uno di contanti; ma due anni dopo il negozio discese ad un milione e mezzo soltanto. La qual somma però abbracciava la metà di tutto il traffico della Siria, da parte della cristianità, che ascendeva a tre milioni[148].
Nell'anno 1614 i Veneziani portarono in Aleppo ottocento in novecento mille ducati, in pannine per 150,000 ed il resto in altre mercanzie da fondaco. I Francesi vi spesero tre milioni di reali; i Fiamminghi un milione; e gli Inglesi mezzo milione[149].
Nel 1625 le case commerciali venete in Aleppo si ridussero solo a cinque[150].
Lamentavano i Savi fino dal 5 luglio 1616 la diversione del traffico, e la navigazione del levante essere ridotta in mano di pochi rimasti, che potevano però ancora mantenere un discreto commercio, al quale, dicevano in senato dissuadendo la guerra contro Solimano, la repubblica deve la sua conservazione.
Sopraggiunta la lunga e fatale guerra di Candia, questa diede agio alle altre nazioni di dilatare ed assorbire quasi interamente il commercio persiano, al quale aveano atteso Leone X, il cardinale Richelieu, il duca Federigo d'Holstein, le provincie unite, e gli zar di Moscovia. E succeduta la pace, ripigliarono i Veneziani con difficoltà il negozio di Aleppo, mentre colà, dove nei tempi passati poteansi dire cittadini, appena si riputarono forestieri[151].