Nel principio del secolo scorso risorsero per poco tempo novelle speranze. Fu ripigliato il progetto di riaprire una comunicazione per la Persia coll'India, ma la morte di Kuli khan fece tramontare la impresa. Però avendo Pietro il Grande, che mirava ad attirare nel suo impero il commercio asiatico, conchiuso nel 1729 un prezioso trattato colla Persia, e ristoratosi poi nel mar Nero, aperto finalmente ai Veneziani, il commercio del Caspio, la repubblica tentò, mediante l'Erizzo suo ambasciatore in Vienna, di stabilire d'accordo col principe Gallitz in un trattato colla Russia, pel quale le merci del Caspio condotte alle rive del mar Nero fossero con franchigie ivi levate dalle navi veneziane[152].
Ma fallito il tentativo colla Russia, e disertate le nuove speranze, rimasero insuperabili le gravi cagioni che da tre secoli avevano tolto ai Veneziani la superiorità nel commercio persiano, il quale o si volse per Tiflis, Oremburgo e Nishni-Novogorod nell'interno della Russia, o si introdusse alle Smirne ed a Trebisonda, dove la concorrenza straniera superò di gran lunga la residua attività commerciale dei Veneziani.
[II].
Dei Consolati veneti
negli scali del commercio persiano.
Il commercio dei Veneziani colla Persia, era specialmente favorito e protetto dai consolati veneti, negli scali principali dell'Asia anteriore.
La istituzione dei consolati veneti è antichissima e si perde nella caligine dei tempi. Negli emporii più importanti del commercio, e nelle più remote età davasi ai consoli il nome di bailo, che significa, secondo il Ducange, mercatorum prætor. Il bailo o console era capo della nazione nel luogo di sua residenza e giurisdizione, ed oratore ordinario al principe; protettore dei sudditi negozianti e viaggiatori; giudice delle civili vertenze; esattore dei pubblici diritti. Dovea provvedere al mantenimento degli scali, alla prosperità e regolare amministrazione delle fattorìe; ed in qualche paese potea giudicare e punire i delitti capitali e di stato. Un bailo di 1º rango doveva tenere un cappellano e notaio, due camerlenghi, un medico, quattro servitori, un dragomanno, due trombettieri e quattro cavalli. Veniva nominato dal Maggior Consiglio, con quattro mani di elezione, doveva esser nobile, e riceveva il titolo di Magnifico Messere.
Ma affinchè l'autorità del bailo o del console non divenisse arbitraria, erano a lui destinati ordinariamente due nobili come consiglieri, senza il voto dei quali non poteva deliberare, ed in alcuni casi di maggior importanza egli era obbligato a radunare un Consiglio di dodici fra i più distinti sudditi della repubblica nel luogo di sua residenza.
I membri di questo Consiglio dei XII, il quale in seguito divenne permanente, erano sottoposti ad una disciplina assai rigorosa, avvegnacchè un decreto del 14 luglio 1492 dichiarasse perfino: che se taluno di loro avesse palesato una deliberazione consolare o qualunque altra cosa a danno della repubblica, fosse bandito colla confisca di tutti i suoi beni, e nel caso di suo ritorno gli venisse eziandio tagliata la lingua. Il Consiglio dei dodici eleggeva i due camerlenghi, che dovevano tenere uno la cassa, l'altro i registri del consolato, e nominava il vice-console nei luoghi più importanti del commercio.
Circa alla metà del secolo XIII venne istituita la magistratura dei Consoli dei Mercanti, composta di tre cittadini estratti dopo il 1633 dal corpo di uno dei Consigli dei XL. Gli oggetti di mercatura e di commercio erano suo principale attributo, e da essa dipendevano i consolati.
Ma dopo la creazione del magistrato dei Cinque savi alla mercanzia istituito col decreto 15 febbraio 1507, i diritti e le attribuzioni dei Consoli dei mercanti vennero ristrette a più angusti confini. Questa nuova magistratura era di grande importanza, imperciocchè per oggetti di commercio teneva relazione e corrispondenza colle potenze straniere d'Europa, dell'Asia e dell'Africa, e cogli ambasciatori e residenti veneti. I consolati furono a lei sottoposti. Da lei i capitani ricevevano le patenti di navigazione; giudicava per singolare privilegio i sudditi della Porta ottomana.
Per provvedere agli interessi del commercio persiano, che in gran parte abbracciava il ricchissimo dell'Asia, tennero ordinariamente i Veneziani consolati alla Tana, a Trebisonda, in Acri, Tripoli, Beiruth, Damasco ed Aleppo.