Marco Polo nel suo famoso viaggio[161] per le regioni di oriente, dove dimorò ventisei anni, racconta che si recò in Armenia nel porto di Ajazzo, nel quale ordinariamente facevano scalo i mercanti di Genova e di Venezia; e descrive, fra le altre regioni di quasi tutta l'Asia, gli otto regni che allora componevano la Persia, le condizioni di quegli abitanti, i prodotti e le industrie, avendo attraversata quella regione nel suo ritorno dalle Indie, ed essendosi presentato a Cazan, uno dei migliori principi persiani, che ebbe pur relazione col papa Bonifacio VIII[162].

Da quell'epoca, per due secoli, mancano notizie di viaggiatori veneziani penetrati nell'interno dell'Asia, tranne i pochi dati che ci rimangono di un Marco Cornaro, ambasciatore in Tauris nel 1319, i quali fanno ritenere sussistessero fin da quel tempo relazioni internazionali veneto-persiane[163], ed un documento del 1328, scoperto di recente dal chiarissimo Thomas negli archivi di Vienna, e che appunto si riferisce a rapporti commerciali veneto-persiani.

Nell'anno 1424 Nicolò Conti veneziano partì da Damasco, e attraversata l'Arabia Petrea, andò a Bagdad, quindi a Bassorah. Imbarcatosi nel golfo Persico, veleggiò per Ormuz a Cambaja, d'onde unitosi con alcuni mercanti turchi e persiani attraversò la penisola spingendosi fino alle foci del Gange. Il Poggio, fiorentino, lasciò una succinta memoria dei viaggi del Conti, una parte della quale è dedicata alla descrizione della Persia[164]. Intorno a quel tempo, si ha pure memoria di Dracone Zeno figlio di Giovanni che dimorò molti anni alla Balsera, alla Mecca ed in Persia per affari di mercatura[165].

Allorquando poi Mohammed II, vincitore di Costantinopoli, minacciò i possesi veneti nel levante, e la repubblica strinse alleanza colla Persia contro il comune nemico, andarono in quella regione i veneziani Lazaro Quirini, Caterino Zeno, Giosafat Barbaro, Paolo Ognibene ed Ambrogio Contarini, i quali nelle loro relazioni, nei dispacci e nelle esposizioni fatte al senato lasciarono importantissime descrizioni dei luoghi da essi visitati[166].

Oltre alle relazioni dei viaggi del Zeno, del Barbaro e del Contarini, il Ramusio pubblicava nel 1559 quella di un anonimo mercante che fu in Persia, il quale si dimostra palesemente essere stato un veneziano per la lingua che usa, e pei paragoni dei quali si serve; ed un'altra di Giovanni Battista Angiolello vicentino, intorno alla vita ed ai fatti di Uzunhasan, re di Persia.

Queste descrizioni vengono a formare, come giustamente osservava il Foscarini, una storia seguente delle rivoluzioni persiane dal tempo di Uzunhasan al consolidamento sul trono della dinastìa dei Sufi, la quale merita d'essere compiuta colla pubblicazione delle interessanti scritture di ser Donato da Leze, amico dell'Angiolello [Documenti [LXXX], [LXXXI], [LXXXII]], i dispacci del Dario e le relazioni di Giovanni Lassari [Documenti [XVII], [XVIII], [XIX], e [XX]].

Luigi Rancinotto veneziano, fattore di un negozio in Alessandria del patrizio Domenico Priuli, fu in Persia nell'anno 1532. Egli estese la relazione dei suoi viaggi, stampata da Aldo Manuzio nel 1557[167], nella quale narra: che sentite le stupende cose che pubblicavansi delle nuove scoperte portoghesi gli venne volontà di viaggiare e di riscontrarle coi propri occhi. Quindi scorse l'Etiopia, visitò Calicut e andò in Persia, dove fu presente alle tre legazioni ivi pervenute dall'Arabia Felice, da Sumatra e dalle Molucche per implorare aiuto a Thamasp, onde porre un termine ai crudeli trattamenti dei Portoghesi.

Allorquando Selino mosse guerra alla repubblica per lo acquisto del regno di Cipro, il segretario del senato Vincenzo Alessandri, andato in Persia per trattar lega con quel re, ci lasciò nei suoi dispacci, e nella relazione che lesse in Pregadi, assai preziose notizie di quella regione [Documenti [XXV] e [XXVI]].

Teodoro Balbi trovandosi console nella Siria dall'anno 1578 al 1582 dettò una relazione della Persia, tuttora inedita e che merita di essere pubblicata [[Documento LXXXIII]].

Le guerre turco-persiane di quel tempo sono poi descritte nelle due relazioni di Giovanni Michele e di Daniele Barbaro già pubblicate[168], nonchè dal bailo Nicolò Barbarigo nel suo Trattato, che giace ancora inedito fra i codici del cav. Cicogna; relazioni che giovarono al Minadoi, mentre stava scrivendo in Aleppo la sua storia, pubblicata a Roma nell'anno 1586, e due anni dopo in Venezia.