28. La «Lex Hortensia» (287). — Insomma Roma aveva vinto una potente coalizione e rivinto il Sannio; ma non aveva punto ingrandito, con questa sanguinosissima guerra, il suo territorio. Questa vittoria sterile non sembra aver rallegrato molto il popolo, se, nell’anno medesimo, in cui la repubblica faceva la pace con i Sanniti, il console Manio Curio Dentato, forse prendendo il pretesto che i Sabini avevano aiutato i Sanniti, conquistava, a sud dell’Umbria, quasi tutto il loro territorio; quindi entrava nel Piceno meridionale — il così detto paese dei Praetutii — lo conquistava e ci fondava Hadria (Atri), giungendo per tal guisa fino al Mare Adriatico. A questo modo i Sabini e i Praetutii facevano le spese della vittoria, riportata da Roma sulla coalizione e sul Sannio. Il territorio romano fu grandemente ampliato, da circa 8000 a circa 20.000 kmq. Ma il beneficio di questi ampliamenti non poteva farsi sentire che con il tempo. Alla pace con i Sanniti segue in Roma una viva agitazione della plebe per l’eterna questione dei debiti: prova manifesta che la seconda guerra sannitica, come la prima, aveva impoverito molte famiglie di possidenti. Quale sollievo i debitori chiedessero non appare: sappiamo solo che l’agitazione generò graves et longas seditiones; che fu necessario nominare un dittatore nella persona di Q. Ortensio; e che a questo dittatore è attribuita una legge, per la quale i plebisciti, ossia le deliberazioni dei comizi tributi, avrebbero d’ora innanzi forza di leggi generali, obbligatorie per patrizi e plebei[29]. I comizi tributi erano insomma eguagliati ai comizi centuriati. A ben collocare questo fatto staccato nella storia dei tempi, occorre congetturare che i sollievi chiesti dalla plebe fossero risolutamente avversati dalla nobiltà e dai ricchi, dominanti nei comizi centuriati; che i tribuni della plebe, disperando di far approvare da questi le loro proposte, le portassero innanzi ai comizi tributi, chiedendo nel tempo stesso che i comizi tributi, la cui competenza era già stata allargata da leggi precedenti, come la Valeria Horatia del 444 e la Publilia del 334, potessero, come i comizi centuriati, legiferare per l’universale. Non è meraviglia che la proposta sia stata occasione di una secessione, addirittura: perchè i comizi tributi potevano essere convocati senza il consenso del senato e senza alcuna formalità religiosa, e non erano, come i comizi centuriati, dominati dal denaro, ma, come gli antichi comizi curiati, dal numero. Approvandola, si snaturava profondamente la costituzione timocratica di Servio Tullio. Questa volta però la plebe vinse; e non è difficile argomentare il perchè. Si poteva negar questa soddisfazione ai vincitori di Sentino e del Sannio, ai conquistatori della Sabina e del Piceno, con tanti nemici intorno, non ancora rassegnati alla vittoria di Roma? La Lex Hortensia, prova quel che già la censura di Appio aveva dimostrato: che le lunghe guerre indebolivano le tradizioni mescolando le classi, suscitavano nuove idee, facevano più popolari le istituzioni.
29. La riscossa Gallo-Etrusca (285-280). — Ortensio aveva appena sedato quella grave turbolenza, che Roma dovè misurarsi con tutta, si può dire, l’Italia. Le difficoltà incominciarono nell’Italia meridionale, dove i Lucani, forse imbaldanziti dalla alleanza con Roma, si erano guastati con le città greche della costa. Una di queste Thurii (Turio), assalita dai Lucani, ricorse a Roma; e Roma, forse per equilibrane anche nell’Italia meridionale le forze, ingiunse ai Lucani di rispettare Turio. I Lucani fecero i sordi; e Roma stava per snudare la spada a difesa dell’ellenismo nell’Italia meridionale, quando un pericolo molto più grave nacque nel nord. Nel 285, una parte delle città etrusche aiutate da un esercito di Galli Senoni, tentarono la riscossa e posero l’assedio ad Arezzo, perchè fedele a Roma. Arezzo chiese aiuto a Roma, la quale non poteva lasciar che la città cadesse in potere del nemico, perchè la via del Lazio sarebbe stata aperta al nemico, proprio mentre l’insurrezione si propagava a mezzogiorno lungo la via Cassia sino a Volsinio. Roma, dunque, accorse. Ma presso Arezzo ben 13.000 Romani, tra cui il console Cecilio Metello, morsero la polvere e gran numero di legionari caddero prigionieri nelle mani dei nemici (285). Sentino pareva vendicata; e di nuovo l’insurrezione divampò in Etruria, nel Sannio, nell’Italia meridionale. I Lucani colsero l’occasione per vendicarsi di Roma e di Turio e trascinarono i Bruzzi; i Senoni osarono perfino trucidare gli ambasciatori, mandati a chieder ragione dell’aiuto che essi, alleati di Roma, avevano prestato agli Etruschi. Ma Roma non si perdette d’animo. Apprestò due forti eserciti; ne mandò uno a tenere in rispetto i nemici sotto Arezzo, l’altro nel paese dei Senoni, a vendicare la strage degli ambasciatori, trucidando e saccheggiando. Vendetta esemplare, che però mosse i Galli Boi ad allearsi con gli Etruschi, e a tentare, nel 283, una mossa su Roma. Ma Roma parò anche questo nuovo colpo. L’orda fu assalita per via, presso il lago Vadimone, lungo la linea del Tevere e totalmente distrutta (283). La battaglia del lago Vadimone decise le sorti della guerra e della coalizione, sebbene le armi non fossero ringuainate fino al 280. I Sanniti, chiusi da ogni parte, poco poterono fare; i Galli Boi prima, e poi ad una ad una le città etrusche, conchiusero pace; i Lucani e i Bruzzi, ormai soli, non avrebbero potuto resistere a lungo. Roma guadagnava una nuova striscia di paese: il territorio dei Senoni dall’Esino sino al Rubicone, sul quale fondava la colonia di Sena Gallica (Sinigaglia). Ma i Lucani assediavano ancora Turio.... Roma volle approfittare del momento propizio; e mandò nel 282 un forte esercito al soccorso di Turio. Ma allora una nuova guerra divampò, e molto più grave: un vero e proprio conflitto con l’ellenismo.
30. Origini ed occasioni della guerra con Taranto (282-281). — Sui primi del secolo III a. C. le città greche della Magna Grecia non erano più, come due o tre secoli prima, le incontrastate dominatrici della regione. Indebolite, cercavano alleanze a Roma, in Sicilia, nella Grecia, per difendersi alla meglio contro gli elementi indigeni, che si ribellavano con fortuna crescente. Ma gli Stati, a cui le forze non bastavano più per difendersi da soli, non possono salvarsi che scegliendo le alleanze con molta accortezza e praticandole con molta fermezza. Invece quelle città erano meno costanti del mare, su cui la maggior parte si specchiava. I partiti si avvicendavano, si incalzavano, precipitavano, scrosciando come marosi; sfruttando ognuno la passione popolare del momento, e scherzando temerariamente con il pericolo, che minacciava l’ellenismo in quella penisola, in cui esso era, non ostante le sue molte virtù, forestiero e avventizio.
Questa mobilità dei partiti e dello spirito pubblico spiega come l’ellenismo non sapesse approfittare della forza di Roma, anzi spensieratamente se la inimicasse. Roma doveva essere più avversa all’ellenismo, che amica. I Romani erano degli italici come i Lucani, come i Bruzzi. Ma le invasioni galliche, le guerre etrusche, la guerra latina, e le guerre sannitiche non avevano fin ora consentito a Roma di prendere partito nella lotta tra gli Italici e i Greci, di cui l’Italia meridionale era campo. Si aggiunga il rispetto di un potentato recente, favorito dalla fortuna, e voglioso di nobilitarsi, per i Greci, maestri di tutte le arti e di tutte le scienze. I Greci dell’Italia meridionale avrebbero insomma potuto ripararsi per qualche tempo dietro lo scudo di Roma. Turio lo aveva capito; lo avevano capito Locri e Reggio, che imitarono l’esempio di Turio. Ma l’orgoglio e l’egoismo di Taranto impedirono all’ellenismo di approfittare di queste discordie indigene. Taranto era la più ricca e la più potente tra le città elleniche dell’Italia meridionale; e da un pezzo s’era arrogato di parlare da sola in nome di tutte, aspirando, a rinforzo del suo commercio, a una specie di egemonia politica. Per questa ragione Turio e le altre città greche avevano preferito chiamare in aiuto contro Lucani e Bruzzi Roma, anzichè Taranto. Ma anche per questo Taranto considerò il loro passo come un tentativo di alterare l’equilibrio delle forze in quella remota plaga della penisola. Taranto era governata da una democrazia che, come tutte le democrazie, si studiava di lusingare le passioni più veementi delle masse; e tra queste l’orgoglio, rinfocolato dal confronto delle proprie ricchezze e della propria civiltà con la povertà, la rozzezza e l’ignoranza delle popolazioni italiche. Anche i Romani erano, per i Tarantini, dei barbari insolenti e prepotenti, i quali volevano intromettersi nelle faccende dei popoli, che avrebbero dovuto venerare come maestri. L’intervento dei Romani a Turio esasperò questa rabbia; e bastò un incidente a far scoppiare la guerra.
L’incidente fu una operazione militare, compiuta durante la guerra di Turio. Un vecchio trattato vietava alle navi romane di oltrepassare il promontorio Lacinium[30], in cui la punta della penisola si sporge più innanzi nell’Ionio. Anche la ragione di questa clausola, come delle clausole consimili inserite nei trattati tra Roma e Cartagine, doveva essere piuttosto commerciale che militare. Ma per soccorrere Turio, era troppo comodo a Roma servirsi del mare, sia pur violando i patti di un così antico trattato. Pare dunque che convogli di truppe e di viveri fossero spediti da Roma a Turio per mare. I Lucani furono respinti; Turio, liberata e presidiata con una guarnigione romana: ma la vittoria dei Romani esasperò i Tarantini, che aspettavano l’esito della guerra, sperando la sconfitta delle armi romane; e che per vendicarsi, fecero appiglio al vecchio trattato. Un giorno, quando una flottiglia romana comparve all’imboccatura dell’ampio golfo tarantino, la squadra della grande città greca, che incrociava in quei paraggi, dopo avere tentato invano di richiamare gli ammiragli romani all’osservanza del trattato, attaccò le navi nemiche, e parte le colò a fondo, parte le catturò. Subito dopo un esercito tarantino mosse su Turio, occupò la città, costrinse alla resa il presidio romano, e rimise il governo al partito filelleno, ossia ai democratici.
La provocazione era grave. Ma Roma non distoglieva gli occhi dal pericolo etrusco e gallico, minacciante da settentrione. Non era difficile prevedere che Taranto avrebbe fatta lega con i Sanniti e con gli altri popoli italici; e Roma non voleva esser presa in mezzo tra una coalizione gallo-etrusca a settentrione, ed una coalizione italo-greca a mezzogiorno. Cercò quindi di intendersi e di ottenere una amichevole soddisfazione diplomatica. Ma l’orgogliosa democrazia tarantina non intendeva ragione. Fu mestieri allora ribadire con la forza le inutili proposte di conciliazione. Il console Q. Emilio Barbula, che campeggiava nel Sannio, ebbe ordine di marciare senz’altro alla volta di Taranto e di fare sotto le mura della città una vera e propria dimostrazione militare: non per incominciare una guerra, ma per strappare, pur che si fosse, una soddisfazione non disonorevole. Anche questa mossa fallì; anzi ottenne l’effetto opposto. Taranto rispose, chiamando in suo aiuto un principe greco: Pirro, re dell’Epiro.
31. Pirro in Italia: le battaglie di Eraclea (280) e di Ascoli (279). — Parte dell’Europa orientale e dell’Asia occidentale non avevano ancora trovato posa dopo il grande trambusto, provocato dalla morte di Alessandro Magno. Quivi i regni e gli imperi continuavano a nascere, a precipitare, a rinascere. Uno dei tanti Regoli, apparsi, scomparsi e riapparsi in quel disordine, era appunto Pirro. Sul trono dell’Epiro, l’aveva preceduto il padre suo, Eacida: ma aveva dovuto una prima volta andare in esilio, poi era tornato ad occupare il trono, poi di nuovo aveva dovuto fuggire. Tornato alla fine, sin dal 295, in Epiro come Re, e questa volta definitivamente, aveva ampliato il suo regno a settentrione, a mezzogiorno e ad oriente, occupando l’odierna Albania, Corfù, alcuni distretti della Macedonia, forse l’Atamania, e la bella città di Ambracia. Ma non era ancora soddisfatto: aspirava a ingrandire i suoi Stati, a illustrare il suo nome, a impinguare il suo tesoro, a conquistare la corona di Macedonia. Accettò dunque l’invito di Taranto, che lo invocava campione dell’ellenismo in Italia; e in sui primi del 280 sbarcò con poco più di 20.000 fanti, 3000 cavalli e un certo numero di elefanti da guerra. Taranto prometteva di allestire un esercito alquanto maggiore; al quale si sarebbero aggiunti i contingenti degli alleati italici e delle città greche amiche. Taranto, città greca, si metteva a capo di una coalizione di Italici e di Greci contro Roma, che era apparsa nell’estrema Italia come alleata dei Greci contro gli Italici! Ben confusa era dunque la mischia degli interessi e delle ambizioni; e l’accresceva una specie di malinteso tra Pirro e Taranto, che è la occulta ragione di molte strane vicende di questa guerra singolare. Taranto chiamava Pirro come un mercenario, che fa le guerre degli altri a pagamento; ma Pirro veniva come il Re dell’Epiro, ambizioso di fondare anche egli, come tanti altri suoi compagni d’arme, un impero, piccolo o grande.