A ogni modo una nuova coalizione minacciava la repubblica. Sembra che da principio Roma si sia illusa di sbaragliare questa coalizione, come Fabio e Decio Mure avevano, nel 295, sbaragliato la coalizione dei Greci, dei Sanniti, degli Etruschi, degli Umbri: con poche mosse risolute ed audaci. Mentre Pirro attendeva, nella primavera del 280, a raccogliere le varie milizie sue e degli alleati, un esercito romano lo assalì all’improvviso tra Eraclea e Pandosia, presso la costa tarantina, nella valle tra gli odierni Acri e Sinni. Ma Pirro aveva imparata la guerra alla scuola dei generali di Alessandro; era stato, come ufficiale, alla battaglia di Ipso, nel 301; era dunque altro avversario che i generali etruschi o galli o sanniti. E quello che assaliva Pirro era un unico esercito consolare di due legioni, che con le truppe ausiliarie faceva appena 20.000 uomini. I Romani combatterono con grande valore; ma furono alla fine sconfitti; e in pochi giorni, sotto l’impressione di questa disfatta, l’egemonia romana parve vacillare in tutta l’Italia meridionale. Le guarnigioni romane o dovettero sgombrare o furono fatte prigioniere e consegnate a Pirro, il quale, rinforzato dai Sanniti e dai Lucani, mosse risolutamente verso il Lazio. Mirava a far sollevare i territori circostanti? O a tentare addirittura l’assalto su Roma? O a dar la mano alle città etrusche, contro cui Roma guerreggiava ancora a settentrione? Difficile dirlo. Forse Pirro voleva soltanto, con una risoluta offensiva, mettere alla prova la fermezza dell’avversario; salvo a prendere poi il partito che gli eventi suggerirebbero, nel corso dell’azione. Ma Roma aveva pertinacia e coraggio da affrontare anche il genio di un grande guerriero; e a questa ardita offensiva oppose un supremo sforzo: si accordò, come potè, con gli Etruschi; reclutò anche i nullatenenti; spedì due eserciti contro l’invasore. Pirro, che aveva provato ad Eraclea il valore romano, non osò attaccare; e, dopo aver campeggiato a lungo, tornò indietro, ritirandosi novamente a Taranto nell’autunno. La campagna del 280 era finita.
La guerra ricominciò nella primavera del 279. Pirro invase l’Apulia, conquistando parecchie città. I Romani accorsero con due eserciti consolari; e lo assalirono ad Ausculum (l’antica Ascoli di Puglia). Due giorni durò la battaglia. Alla fine del secondo giorno i Romani furono sconfitti, ma non sgominati; e poterono ritirarsi in buon ordine nei propri accampamenti, lasciando 6000 dei loro sul campo, ma dopo avere inflitto al nemico gravi perdite. Senonchè, sebbene poco fortunate per le armi romane, le due prime battaglie decisero egualmente le sorti della guerra a vantaggio di Roma. Pirro era un generale troppo valente da non argomentare, da queste due così difficili e non decisive vittorie, che Roma era un duro avversario e che egli non aveva forze sufficienti per debellarlo. Non poteva dunque più pensare a fondare quell’impero, la cui speranza lo aveva tratto a varcare il mare, nell’Italia continentale. Ma proprio allora insistenti inviti gli giungevano dalla vicina Sicilia; ove Siracusa, la rocca forte dell’ellenismo siculo, era stretta, per terra e per mare, da un esercito e da un’armata cartaginese. Questo invito fece concepire a Pirro un nuovo piano: far la pace con Roma, tenere le città greche dell’Italia meridionale, che lo avevano chiamato, e servendosi di queste come base di operazione, conquistare la Sicilia; riunire insomma sotto il suo scettro, in un solo impero, tutte le città greche della Sicilia e le maggiori città greche dell’Italia meridionale. Iniziò infatti con Roma quelle trattative di pace, intorno a cui tante leggende famose furono raccontate, chiedendo solo che Roma sgombrasse quei territori dell’Italia meridionale, da cui minacciava le città greche, e ristabilisse con Taranto i patti anteriori al 282. Il senato, stanco della lunga guerra, inquieto per la malavoglia con cui le classi rurali rispondevano, quando erano chiamate alle armi — nel 280 era stato necessario arruolare i nullatenenti — inclinava ad accettare. Quand’ecco levarsi Appio Claudio, il famoso censore, ormai vecchio e cieco. Questo uomo audace, che già aveva fatto violenza a tanti pregiudizi di casta e a tante tradizioni di prudenza, insorse con veemenza anche contro questa debolezza, che voleva rinunciare all’Italia meridionale proprio quando la fermezza poteva farla romana per sempre. Cartagine a sua volta aiutò l’eloquenza di Appio. Avendo saputo che le città siciliane avevano fatto appello a Pirro, la astuta repubblica si era affrettata a mutare gli antichi trattati con Roma in una vera e propria alleanza di difesa e di offesa[31]. Abbandonando la Sicilia ai Cartaginesi, Roma poteva dunque sperar di conquistare per sempre l’Italia meridionale. L’occasione era troppo bella; gli accordi fallirono, e la guerra ricominciò.
32. Pirro in Sicilia, il suo ritorno in Italia e la sua partenza definitiva (278-275). — Senonchè Pirro non mutò proposito per il rifiuto di Roma; perchè giudicò di aver forze sufficienti a conquistare la Sicilia e a difendere le città greche e i punti dell’Italia meridionale che più gli premevano contro i Romani. Non è dubbio che questo mutamento di piano parve ai Tarantini un tradimento. Essi avevano chiamato Pirro perchè debellasse Roma e non perchè conquistasse la Sicilia. Ma Pirro era allora il più forte. Sullo scorcio dell’estate del 278, dopo due anni e mezzo di soggiorno nella penisola, egli partiva alla volta della Sicilia con mezze le sue forze, lasciando il resto a presidiare le città greche che l’avevano chiamato.
Pirro non s’era ingannato, giudicando di poter conquistare la Sicilia e tenersi sulla difesa nel continente. Nei tre anni che durò la sua assenza, i Romani poterono di nuovo invadere con varia fortuna il Sannio e prendere alcune città greche, quali Locri, Crotone, Eraclea; ma non poterono far nulla contro Taranto, nè minacciare seriamente le posizioni di Pirro sul continente. Intanto Pirro ricacciava con rapide mosse i Cartaginesi da tutta l’isola, salvo dalla fortezza di Lilibeum (Marsala). Il disegno di raccogliere sotto un solo dominio le città greche della Sicilia e dell’Italia meridionale pareva riuscire; a segno che Pirro prese perfino a costruire una grande armata, che fosse l’organo potente di questo impero posto tutto sul mare. Ma l’opposizione dei Sicelioti mandò a vuoto l’ardito disegno. La Sicilia non era uno Stato unitario ed omogeneo, capace di una politica stabile e continua, di sacrifici protratti e adeguati. Pirro era un valoroso soldato, ma non un politico abile; e anche in Sicilia il suo governo soldatesco, spicciativo e rapace spaventò ed offese. Non tardarono a nascere malumori; una parte dei Greci, dopo aver chiamato Pirro contro i Cartaginesi, incominciò a cospirare con i Cartaginesi contro Pirro; intanto Taranto e le altre città, sempre minacciate da Roma, smaniavano e lo richiamavano perchè accorresse a terminare la guerra. Giunse il giorno in cui egli fu forzato a scegliere: o ritornare nell’Italia meridionale o perderla. Ritornò: ma non era ancora così sicuramente padrone della Sicilia, da poterla abbandonare; e infatti, appena fu partito, i Cartaginesi, che si trovavano ancora a Lilibeo, ripresero coraggio; attaccarono la sua flotta e le inflissero una sconfitta. Alla notizia di questa sconfitta, tutta l’isola insorse; e la Sicilia fu perduta, senza che Pirro potesse accorrere al suo soccorso. Di nuovo egli era impegnato nella lotta contro i Romani. Infatti, nella primavera del 275, Pirro tentò sorprendere uno dei due eserciti romani, operanti nel Sannio e in Lucania. Non lungi da Benevento (l’antica Maleventum) sul tratto della via Appia, che da Caudio si addentra nel cuore del Sannio, stava allora accampato il console M. Curio Dentato, deliberato a non lasciarsi smuovere dalle provocazioni del Re epirota, prima che il collega fosse arrivato dalla Lucania. Occorse perciò che Pirro si risolvesse a dar l’assalto a quella fortificazione semovente, che furono sempre i castra dei Romani. Ma l’assalto riuscì vano; e poichè il Re non poteva ora resistere ai due eserciti romani, prossimi a congiungersi, deliberò di ritirarsi: peggio ancora, giudicando che il suo doppio disegno sulla Sicilia e sull’Italia meridionale era ormai fallito, deliberò di lasciare l’Italia, e di recarsi a cercar fortuna in altro campo, in Grecia. Per mascherare la fuga, lasciò un corpo di milizie epirote; e, al comando di queste, in sua vece, il figliuolo Eleno. Poco di poi, avrebbe egualmente richiamato in patria e l’uno e le altre.
33. La conquista dell’Italia meridionale (275-270). — Con minor fretta, con minor genio ma con tenacia e con fermezza maggiore, mentre le triremi del Re fuggivano alla volta dell’Illiria, Roma si apparecchiava a conquistare tutta e per sempre l’Italia meridionale. Essendo ormai la più forte, essa rivolgeva alla conquista la guerra, incominciata per difendersi. Occorsero però ancora cinque anni, e spedizioni, combattimenti, assedi: operazioni parziali e staccate contro i frammenti della coalizione, che resistevano ancora, ognuno da sè e con le sue forze. Finalmente, verso il 270, Roma era signora dell’Italia meridionale. Roma non aveva più nessuna ragione di usare indulgenza: il Sannio fu quasi tutto annesso allo Stato romano, e coperto di colonie; solo la sua parte centrale — il così detto paese dei Pentri — rimase in una certa misura indipendente. Il gran duello era finito per sempre. Il popolo sannita avrà ancora, qualche volta la forza di scuotersi, non più quella di risorgere e di minacciare.
Sorte non più lieta ebbero i Bruzzi e i Lucani, costretti anch’essi a cedere parte del loro territorio. Nella Lucania, lungo il mare, a Posidonia (Pesto), fu dedotta una colonia di cittadini romani. La grande città, di cui tutt’oggi si ammirano le ruine meravigliose, tra il mare e il cielo, faceva ancora un passo giù per la china dolorosa del suo imbarbarimento. Solo le antiche metropoli elleniche, compresa forse la stessa Taranto, cagione di tanto male, diventarono città alleate di Roma, conservando, almeno di nome, la propria autonomia.
Poco prima di questa catastrofe, nel 273 o nel 272, Pirro, già vicino a porsi sul capo la agognata corona macedone, periva oscuramente in un minuscolo fatto d’armi, in una viuzza di Argo.