[29]. Plin., N. H., 16, 10, 37, Gell., N. A., 15, 27, 4; Dig., 1, 2, 8.

[30]. App., Samn., 7.

[31]. Cfr. Polyb., 3, 25, 3-4.

CAPITOLO SESTO ROMA E CARTAGINE

34. Roma, grande potenza mediterranea. — Dopo la guerra di Taranto, Roma ha ormai conquistato tutta l’Italia degli antichi; ossia la penisola, che dall’Arno e dal Rubicone si stende fino al mare Jonio. È dunque diventata, come oggi si direbbe, una grande potenza. Quanto cammino, sia pur faticosamente e inciampando a ogni passo e più di una volta ferendosi in qualche pericolosa caduta, aveva fatto la repubblica, in meno di due secoli e mezzo! Come era mutato il Mediterraneo, dai giorni lontani, in cui la repubblica era nata, debole e timida, da una rivoluzione! L’Etruria non è ormai quasi più che un nome. Anche l’impero persiano è caduto da più di un secolo e mezzo; e con esso la superstite potenza della Fenicia orientale è precipitata nella polvere. Tutto l’Oriente è ormai greco. Il genio greco regna sovrano nelle arti, nella politica, nella guerra, nelle lettere, nella religione, nella cultura, nell’industria e nel commercio, in tutti e tre i grandi Stati in cui si era frantumato l’impero d’Alessandro: la monarchia dei Seleucidi, signora del vario paese, che dalle coste egee dell’Asia minore, attraverso la Siria propriamente detta, la Mesopotamia, l’Iran, si stendeva fino al bacino dell’Indo e all’Oxus; i Tolomei, regnanti sull’Egitto, sulla Cirenaica, sulla Siria meridionale, su Cipro, su Creta e su parecchi territori di confine della Tracia, dell’Ellesponto, dell’Asia minore; infine, gli Antigonidi di Macedonia, i più irrequieti, i più smaniosi di ingrandire a nord ed a sud, in Dalmazia e in Grecia, la difficile eredità che Filippo II il Macedone aveva loro lasciato. Oltre queste, un’altra potenza ellenistica, Siracusa, aveva più volte tentato, con il braccio dei suoi tiranni e dei suoi condottieri — Dionisio, Timoleone, Agatocle — di fondare un impero; aveva signoreggiato sulle città greco-sicule, le così dette città siceliote. Ma, pur troppo, ormai, dopo la spedizione di Pirro, essa era incalzata da Cartagine. Cartagine era allora la maggiore e la più antica potenza del bacino occidentale del Mediterraneo; occupando tutta l’Africa settentrionale, dai confini della Cirenaica alle colonne d’Ercole; le città costiere della Spagna meridionale, la Sardegna, la Corsica, la Sicilia settentrionale, la Sicilia ad occidente del Platani.


35. Cartagine e il suo impero. — In questa cerchia delle grandi potenze mediterranee entrava ora, per misurarsi successivamente con tutte, la più giovane, Roma. Paragoniamola alla più antica, poichè l’una e l’altra stanno per impegnarsi in un duello mortale. Per tesori accumulati, per ricchezza di commerci e di industrie Cartagine superava Roma di molto. Essa passava a ragione per una delle più ricche città del mondo. Nè era soltanto una prosperosa repubblica di mercanti; possedeva anche un esercito, che gli storici hanno forse troppo spregiato, perchè composto di soldati forestieri e di mercenari. Ma se si può giudicar variamente la forza di Cartagine in terra, non è dubbio il vantaggio che aveva sul mare. L’aristocrazia governava Cartagine come governava Roma; e se a Cartagine la vecchia nobiltà militaresca era avversa alla nuova nobiltà mercantile, anche Roma era agitata e scissa dalle ambizioni e dagli interessi che si azzuffavano. Nè si dimentichi che il governo cartaginese era stato poco prima giudicato un modello da Aristotele. Infine pare che i due imperi avessero all’incirca eguale vastità. Per molti rispetti quindi Cartagine sembra avere avuto il vantaggio su Roma. Senonchè i due imperi erano ordinati e retti secondo principî diversi. Nell’Africa settentrionale, il territorio cartaginese era coperto da innumerevoli città e villaggi, le une popolate da Libo-fenici, una gente nata dall’incrocio dei colonizzatori fenici e degli indigeni, le altre da puri Libi, che vivevano tutti coltivando la terra, esercitando qualche industria e sfruttando le ricchezze naturali del suolo. Tra i Libo-fenici e tra i Libi Cartagine reclutava una parte dei suoi eserciti, integrandola con mercenari spagnuoli, liguri e galli. Senonchè — e questo è punto capitale — Cartagine era una grande potenza mercantile, che vendeva e comprava tutte le cose, il cui valore poteva mutare, mutando luogo. Ma il commercio antico prosperava per monopoli; e i monopoli possono essere imposti dalla forza soltanto. Noi sappiamo infatti che tutte le popolazioni soggette a Cartagine non potevano nè comperare nè vendere, se non osservando certe regole imposte dalla metropoli; e che ogni specie di autonomia era loro negata. Le città libo-fenicie erano governate con impero diretto e assoluto da Cartagine, mediante funzionari da essa nominati; i Libi, divisi in tribù, erano sottoposti al governo di Re, i quali poi dipendevano da Cartagine. Sole godevano di una certa autonomia le popolazioni rimaste nomadi al di là della zona coltivata: i Numidi, come i Romani li chiameranno; i quali però dovevano anch’essi riconoscere l’autorità di Cartagine, fornire dei contingenti di cavalleria e non molestare le ricche popolazioni sedentarie. Allo stesso modo si può spiegare il fatto che molte città non fossero fortificate. Cartagine non vedeva di buon occhio fortificazioni, che avrebbero potuto servire come appoggio, por qualche rivolta contro la metropoli e i suoi privilegi.


36. Lo Stato romano e la sua composizione. — Insomma Cartagine aveva coperta una larga parte del suo ricco territorio di colonie non militari, ma agricole e commerciali. Ben diverso era l’ordinamento del territorio romano. In questo tempo il piccolo impero, che Roma con tanta fatica ha raccolto intorno a sè, è un fascio di elementi vari. Si compone di due parti ben diverse: il territorio romano e il territorio degli alleati. Il primo, vasto circa 25.000 kmq., è amministrato da molte città, ciascuna delle quali provvede al territorio suo, e che sono o colonie romane, o colonie latine, o municipi. Le colonie romane, a differenza delle colonie greche, erano fondazioni statali; e, a differenza delle cartaginesi, avevano scopi militari e politici. I loro abitanti, coloni romani e indigeni accomunati in una nuova unità amministrativa, erano cittadini romani; godevano in Roma dei diritti civili e politici, anche se la distanza impediva loro di fame uso; e, nella colonia, di autonomia amministrativa. La colonia aveva magistrati propri (duoviri o praetores), un consiglio (decurionum ordo), sacerdoti (flamines), assemblee popolari (comitia), finanze autonome. Infine ogni colonia romana era una città fortificata.

Senonchè le colonie romane che si contano, fino alla metà del III secolo, sono poche, quasi tutte sul mare e tutte piccole. Di solito i coloni dedotti erano un trecento e non più. Nerbo della potenza romana in Italia erano invece le colonie così dette latine. Erano questi, rispetto alla metropoli, Stati sovrani; possedevano leggi ed istituzioni proprie, piena autonomia amministrativa, il diritto di batter moneta e il diritto di esilio, l’immunità dal tributo, un territorio che non faceva parte delle tribù romane. Due sole limitazioni Roma imponeva alla sovranità: l’obbligo di fornire contingenti e di riconoscere Roma arbitra delle guerre e della pace, delle alleanze e dei trattati. Roma concedeva inoltre ai coloni latini lo ius connubii e lo ius commercii, il diritto di contrarre matrimoni e di possedere secondo la legge romana: non la cittadinanza romana, naturalmente, chè sarebbe stata incompatibile con la cittadinanza propria. L’ordinamento delle colonie latine posa dunque su principî opposti a quelli con cui Cartagine reggeva il suo impero. E a prima vista può sembrare strano che Roma abbia seminato in ogni parte d’Italia questi Staterelli quasi indipendenti; che non abbia temuto di dedurre in molte di queste città un numero di coloni ben maggiore che nelle colonie romane, da 2000 a 20.000; che abbia concesso loro di coprir l’Italia di fortezze, ognuna delle quali poteva rivolgersi un giorno contro la metropoli. Ma si spiega; ed è un effetto lontano, causa a sua volta di prossimi e grandiosi eventi, della rivoluzione, che aveva rovesciato la monarchia e interrotto a Roma il suo primo disegno e la sua prima ambizione mercantile. Non essendo un potentato mercantile, Roma non aveva monopoli da imporre; non avendo monopoli da imporre, poteva fondare le sue colonie, seguendo principalmente la ragione militare.