I municipia comprendevano tutte le città italiche cadute sotto il dominio di Roma. Alcune, le più maltrattate, quelle che avevano ricevuta la civitas sine suffragio, potevano essere paragonate alle città suddite di Cartagine. Gli abitanti non avevano nè il diritto di votare nè quello di essere eletti alle magistrature romane; ma dovevano prestar servizio nell’esercito, pagare il tributo ed obbedire alle leggi romane. Roma mandava a governarle un praefectus juri dicundo. Altre, un po’ meglio trattate, conservavano l’antica autonomia comunale; altre, infine, e il loro numero andò col tempo crescendo, godevano della piena cittadinanza romana (civitas optimo iure). Gli abitanti però di tutti e tre gli ordini di municipia, al pari delle colonie latine, possedevano lo ius commercii e lo ius connubii.
Al di là del territorio, che faceva parte dello Stato romano, si distendeva il territorio delle città alleate, pari all’incirca a 100.000 kmq. Roma le aveva trattate, come la lega latina dopo la grande guerra del 340-338: cercando di frantumare tutte le vecchie confederazioni e legando a sè le singole città; umiliando le più potenti e accarezzando le più deboli; favorendo in ogni città il partito romano ai danni del partito nazionale. Le città alleate rimanevano autonome, ma dipendevano da Roma per tutti i rapporti con gli altri Stati, ed erano tenute ad arruolare, equipaggiare e stipendiare milizie di terra e di mare, per tutte le guerre di Roma.
37. Il pomo della discordia: Messina. — Non è dunque meraviglia che Roma e Cartagine fossero state per due secoli e mezzo amiche. Il mare e la debolezza di Roma avevano mantenuto la pace. Ma nei due secoli e mezzo, corsi dalla fondazione della repubblica, Roma era cresciuta anch’essa; e i due imperi ormai quasi si toccavano. Così fu che la pace fu rotta a un tratto, nel 265, in pochi mesi, in apparenza per un incidente da nulla. Ventiquattro anni prima un corpo di mercenari, in buona parte italici, assoldati da Agatocle di Siracusa per fare la guerra ai Cartaginesi, erano stati congedati. Ma, invece di ritornare in patria, avevano preso d’assalto Messina, vi si erano installati e avevano esteso il loro impero sulle cittadine limitrofe di qua e di là del Faro, assumendo il pomposo titolo di Figli di Marte (Mamertini). Pirro prima, e, partito Pirro, i Romani, quando si erano accinti a sottomettere le città italiche di quell’estremo lembo della penisola, li avevano combattuti. Ma i Mamertini avevano potuto conservare Messina sino al 270. In questo anno invece furono prima sconfitti in campo aperto e poi assediati nella città da Gerone di Siracusa; e sentendosi in estremo pericolo, cercarono un aiuto, anzi degli aiuti: perchè gli uni si rivolsero a Cartagine e consegnarono a un generale punico l’acropoli della città; gli altri invece si rivolsero a Roma.
38. Pace o guerra? I due partiti a Roma e le loro ragioni. — Messina invitava dunque la grande potenza italica, che a piccoli passi la vittoria aveva condotto alle sponde del mare siculo, a passare lo stretto. Piccolo braccio di mare, dalle cui rive l’occhio discerne le città, i villaggi e sin le case dell’opposta sponda: ma che passo smisurato sarebbe invece per Roma, il varcarlo! Il primo passo verso la conquista di un impero mondiale. Roma lo sentì. Noi sappiamo che la domanda dei Mamertini fece nascere in Roma una agitazione, quale da un pezzo nessun accidente o incidente politico aveva suscitata. I pericoli erano palesi. Intervenire in Sicilia e dichiarare guerra a Cartagine, erano la stessa cosa. Certo la Sicilia era una delle gemme del Mediterraneo: ma poteva Roma, anche per la Sicilia, affrontare Cartagine, formidabile per armi e per ricchezze? Noi non ci meravigliamo leggendo negli antichi scrittori che il senato esitava. Ma non esitava invece la pubblica opinione. Noi conosciamo, grazie a Polibio, gli argomenti che i fautori dell’intervento opponevano alle sagge considerazioni dei prudenti[32]. Essi dicevano che Cartagine era padrona ormai di quasi tutta la Spagna, della Corsica, della Sardegna e delle altre isolette sparse in quei mari; che già possedeva buona parte della Sicilia; se anche Messina, e cioè tutta la Sicilia, cadesse in suo potere, l’Italia — sono le precise parole dello storico greco — sarebbe «accerchiata e soffocata» da Cartagine. Che altro poteva essere Messina, se non il ponte per assaltare l’Italia? Polibio aggiunge che i partigiani della guerra magnificavano anche il beneficio che la guerra apporterebbe ai singoli cittadini; i quali, danneggiati dalle guerre passate, prestavano orecchio volentieri a questi discorsi, sperando di potersi rifare.
Roma si trovava proprio alla svolta decisiva. Abbiamo veduto come ormai da un secolo le guerre e le conquiste venivano rapidamente alterando in Roma l’antico assetto delle fortune, dei ceti, delle idee, delle tradizioni, sconvolgendo, distruggendo, rovesciando, rinnovando or questa or quella parte dell’ordine antico. Ma per parecchie ragioni la guerra contro Taranto e la conquista dell’Italia meridionale avevano impresso una nuova spinta a questo movimento. Innanzi tutto l’aver vinto Pirro, uno dei generali educato alla scuola di Alessandro il Grande, aveva accresciuto l’orgoglio di Roma, la sua fiducia nelle proprie forze, l’ambizione. L’opinione pubblica si era fatta più ardita, più esigente. Nel tempo stesso la conquista della zona interna dell’Appennino e la riduzione ad ager publicus di tanta parte dei vasti territori conquistati acceleravano il grande rivolgimento di fortune, incominciato, a quanto sembra, in mezzo alla guerra sannitica; l’ingrandirsi dei dominî fondiari, sotto forma di proprietà o di possesso; l’incremento del proletariato urbano, dell’industria e del commercio. In questi anni, per la prima volta, la legge agraria licinio-sestia è veramente violata; la nobiltà romana, che, di buona e più spesso di mala voglia, aveva fatto la guerra contro Pirro, si affretta dopo la vittoria a gettarsi sulle terre conquistate nell’Italia meridionale, locando per pochi assi vaste estensioni di terreno, comperando gli schiavi, gettati sul mercato in copia dalle disfatte nemiche, e ripigliando su più larga scala, e con maggior copia di mezzi, la tradizione sannita e lucana della grande pastorizia. Senonchè il moltiplicarsi e l’ingrandirsi delle fortune fondiarie richiedevano abbondanza di terre pubbliche da affittare e abbondanza di schiavi; quindi nuove guerre e nuove conquiste. Inoltre è certo che, dopo la vittoria su Taranto, rinascono le aspirazioni a far di Roma una città mercantile, come aveva tentato la monarchia: aspirazioni, che la maggior conoscenza del mondo ellenico, la cresciuta fiducia, l’abbondanza del capitale, l’ampliato dominio non potevano non incoraggiare. Infine, anche i costumi e le idee si rinnovano. L’ellenismo fa rapidi progressi a Roma, dopochè la Magna Grecia è stata incorporata nel suo impero, e con la Magna Grecia le vie più rapide per tragittare in Grecia e nell’Oriente ellenistico. Un greco di Taranto, Livio Andronico, porta in Roma l’epica e la dramatica greca, anzi la mania di tutta la coltura ellenica. A sciami, assai più che ai tempi di Tarquinio I e di Tarquinio II gli Etruschi, irrompono dall’Italia meridionale nella antica città i Greci, portando la coltura, le divinità, i costumi, i vizi ed il lusso dell’Asia ellenica. Già nel 275 un console era stato espulso dal senato, perchè sulla sua mensa splendeva un troppo ricco vasellame; e due anni dopo la conquista dell’Italia meridionale, Roma avrà bisogno di coniare monete d’argento, di aprire all’uopo zecche nel Lazio e in Campania.
39. La guerra a Cartagine deliberata dai Comizi. (264). — Tutte queste aspirazioni ed inclinazioni e ambizioni confluirono in una corrente unica, che spinse la repubblica a varcare lo stretto, anche a rischio di dar di cozzo contro Cartagine. Grandi possidenti che arricchivano sulle terre conquistate nel Sannio e nell’Italia meridionale; giovani signori, che imparavano a gustare la letteratura e la filosofia greca; appaltatori degli eserciti o dei lavori pubblici; operai od artigiani, che vivevano sulle guerre o sulle spese pubbliche; senatori, cavalieri e ricchi liberati, che incominciavano a tentar qualche commercio, imitando i Tarantini, i Siracusani o i Cartaginesi; oscuri plebei e modesti possidenti che, dimenticando quanti eran morti od erano stati rovinati dalle guerre precedenti, vedevano soltanto i fortunati, ritornati con un gruzzolo, facevano violenza alla pavida prudenza dei saggi. Cartagine, l’amica secolare, era diventata il pericolo; Cartagine, che aveva occupato l’Africa e la Sardegna, che si impadroniva della Spagna, avrebbe, se Roma non si affrettava, invaso un giorno l’Italia, come già aveva invaso la Sicilia.
Questa corrente popolare era così forte che il senato non osò pigliarla di petto. Ma non osò neppure secondarla; onde si appigliò ad un partito, di cui raramente fece uso nella lunga storia di Roma: trasmise la domanda dei Mamertini ai comizi centuriati. In questo momento supremo, il popolo fu chiamato ad esser giudice ed arbitro della sorte di Roma! E nei comizi centuriati il partito della guerra prevalse.