Note al Capitolo Sesto.

[32]. Polyb., 1, 10.

CAPITOLO SETTIMO LA PRIMA GUERRA PUNICA E IL SECONDO TENTATIVO MERCANTILE DI ROMA

40. La prima guerra punica (264-241). — La prima guerra tra Roma e Cartagine incomincia con una spedizione a Messina. Nel 264 Roma manda il console Appio Claudio con un esercito in aiuto ai Mamertini, i quali, non appena sicuri della protezione di Roma, avevano scacciato il presidio cartaginese. Ma Cartagine risponde inviando un’armata e un esercito contro Messina, e stringendo alleanza con i Siracusani; e con tanta prontezza che, quando il console Appio Claudio, nell’estate del 264, giunse a Reggio con le legioni, Messina già era stretta per mare e per terra dai Cartaginesi e dai Siracusani. Che fare? Passare lo stretto, senza aver prima vinta la flotta cartaginese? La mossa era temeraria. Misurarsi con Cartagine sul mare? Roma non aveva un’armata sufficiente. Il senato aveva avuto ragione di esitare, innanzi a quel breve braccio di mare; poichè era singolare temerarietà disputare un’isola ad una grande potenza navale con una piccola armata.

Ma la guerra ormai era dichiarata, e Appio Claudio non poteva guardare da Reggio, con le braccia conserte, l’assedio di Messina. Affrontò dunque — non aveva altro scampo — il doppio rischio: eludere il blocco cartaginese di notte e gettarsi, forzando le linee degli assedianti, nella città. Le due imprese erano arditissime; e se l’una o l’altra falliva, l’esercito era perduto. Ma Appio Claudio riuscì nell’una e nell’altra. Una volta in Messina, non perdette tempo; e sconfisse in due battaglie Cartaginesi e Siracusani, liberando la città. Padrona di Messina, Roma poteva ormai comunicare con il continente abbastanza sicuramente, per quanto ancora sotto la minaccia di Siracusa. Ne approfittò per mandare l’anno seguente in Sicilia un nuovo esercito, che doveva assalire Siracusa e togliere a Cartagine tutti i punti di appoggio sulla costa orientale. Anche questa mossa riuscì. Ora che i Romani si erano impadroniti di Messina, Siracusa si sentì troppo addosso la potenza romana, da poter perseverare nell’alleanza con Cartagine. Il partito avverso ai Cartaginesi prevalse in Siracusa; e Gerone, abbandonata l’alleanza cartaginese, si alleò con Roma. Alla fine del 263 Roma aveva dunque posto saldamente il piede sulla Sicilia.

Ma non bastavano queste vittorie a scoraggire Cartagine. Cartagine assoldò Liguri, Galli e Spagnuoli in quantità; mandò in Sicilia soldati ed armi; fece di Agrigento la nuova base di operazione contro Romani e Siracusani; spedì flotte a saccheggiare le coste dell’Italia. A loro volta Romani e Siracusani posero, nel 262, l’assedio ad Agrigento, iniziando il secondo periodo della guerra, che doveva durar quanto l’assedio, otto mesi, e cioè tutto il terzo anno. Solo nel tardo autunno e dopo essere stati più volte sul punto di levare il campo, i Romani poterono vincere in battaglia un esercito cartaginese, spedito al soccorso, e impadronirsi della città, non però della guarnigione cartaginese che riuscì a fuggire attraverso le linee romane, raggiungendo l’esercito vinto. Ma questa nuova vittoria, la resa delle altre città, che seguì quella di Agrigento, soprattutto l’ingente e inusitato bottino esaltarono in Roma il sentimento pubblico. Popolo e grandi ormai furon tutti concordi in un solo pensiero: costruire una armata e scacciare i Cartaginesi dalla Sicilia. La tradizione narrò come Roma, ignara di navi, avesse pigliato a modello una quinquireme, che la tempesta aveva gettata sulle coste dell’Italia meridionale. Senonchè Roma non era così nuova al mare come la leggenda suppone, poichè possedeva navi da guerra e da carico, e disponeva delle flotte degli alleati, italici e siracusani. Ma la leggenda, se esagera, non è tutta una invenzione, poichè sembra probabile che nè Roma nè l’Italia conoscessero ancora l’uso delle navi a cinque ordini di remi, di cui si compose quasi tutta la sua prima grande armata navale, forte di 120 vascelli. Tuttavia i Romani diffidavano della propria capacità sul mare; e perciò provvidero la armata di un nuovo ordigno, i ponti volanti d’abbordaggio, a cui diedero il nome di corvi. Con questi ponti, ciascuna nave poteva avvinghiare un naviglio nemico, e dare il passo ai legionari.

Ad approntare quest’armata navale sembra sia stato speso tutto l’anno 261, nel quale non si registrano grandi fatti di guerra. Nè il tempo sembrerà troppo lungo, chè fu necessario anche addestrare le ciurme. Al principio del 260 la flotta romana era in mare; e a primavera aprì la terza fase della guerra (260-255), discendendo lucida e nuova verso la Sicilia e cercando animosamente, sotto il comando del console C. Duilio, la vecchia flotta cartaginese, rotta a tutti i mari, carica di trofei, che da secoli combatteva su quelle acque. La trovò infatti, dopo un primo insuccesso, a Milazzo (Mylae) presso Messina e le diede battaglia (260). I corvi furon provati con buon successo; i Romani combatterono con grande impegno, volendo mostrare che anche sul mare eran forti; la flotta cartaginese perdette oltre la metà dei suoi legni, che erano 130; lo stesso ammiraglio ebbe a stento salva la vita e Roma riportò sul mare una vittoria non indegna degli allori che aveva raccolti sulla terra.

Al suo ritorno in Roma C. Duilio fu oggetto di straordinari onori, e per quale ragione, non è difficile intendere. Poche vittorie sbalordirono i contemporanei, come la vittoria di Milazzo. Roma aveva appena varata la sua prima grande armata; e subito vinceva sul mare la maggior potenza navale del tempo! Ma gli effetti della vittoria furono più piccoli della impressione. Cartagine si accinse con grande lena a rinforzare l’armata; si difese ostinatamente contro tutti gli attacchi romani; cercò di tirare in lungo la guerra, sperando di stancare Roma, che doveva ogni anno chiamare alle armi i suoi cittadini, mentre essa adoperava dei mercenari. Difatti, nei tre anni che seguono (259-257) noi vediamo i Romani combattere in Sicilia, assalire la Corsica e la Sardegna, ritornare a combattere in Sicilia; cercar insomma di mettere a frutto la padronanza del mare, conquistata con la vittoria di Milazzo: ma senza costringere Cartagine alla pace. Sinchè, volendo terminare a ogni costo questa onerosissima guerra, che durava ormai da nove anni, Roma si risolvè, nel 256, per finirla, a ripetere il tentativo fatto dal siracusano Agatocle nel 310, sbarcando in Africa addirittura. L’impresa era ardua e pericolosa, poichè l’armata cartaginese vigilava poderosa il passaggio. I preparativi furon grandi e adeguati. Presso la foce del Salso (l’antico Himera) non lungi dall’odierno monte S. Angelo (l’antico promontorio Ecnomo) sulla costa meridionale della Sicilia, fu apparecchiata una grande armata di 300 legni, fra navi da guerra e da carico; e in quella furono imbarcati circa 140.000 uomini tra soldati e ciurme, agli ordini dei consoli L. Manlio Volsone e M. Atilio Regolo. La flotta cartaginese, non minore di forze, tentò di sbarrarle il passo; nei pressi di Ecnomo stesso si impegnò una aspra battaglia navale, nella quale i Romani riuscirono a passare; e, sconfitta la flotta cartaginese, poterono approdare all’opposto lido africano, occupando la città di Clupea, a occidente del Capo Bon, e facendo di questa la propria base di operazione in Africa.

Occorre a questo punto supporre che Cartagine si credesse al sicuro da un simile attacco e fosse sorpresa dall’invasione con forze insufficienti. Non è una supposizione invece, ma una notizia sicura che, appena l’esercito romano fu sbarcato in Africa, una grave rivolta scoppiò tra i Numidi, i quali irruppero nel territorio cartaginese. Ma solo quella supposta impreparazione e questa rivolta accertata dei Numidi possono spiegare come l’esercito romano abbia comodamente saccheggiato in un vasto territorio città e villaggi, che, le più non essendo fortificate, non si difendevano; abbia raccolto con poco pericolo un ingente bottino, massime di quadrupedi e di schiavi; l’abbia spedito tranquillamente in Italia e rimpatriato dopo poco con uno dei consoli una parte considerevole dell’esercito di invasione. Non rimase che Atilio Regolo con forze non grandi: imprudenza singolarissima, che soltanto la difficoltà di tenere a lungo un esercito numeroso in Africa e la illusione di aver già debellato Cartagine possono spiegare. Ma Cartagine non era punto debellata. Impreparata a respingere l’attacco improvviso, cercò di temporeggiare, trasse in lungo, mandò un piccolo esercito a trattenere i Romani; e quando questo esercito fu vinto, aprì trattative di pace.... Ma intanto arruolava soldati in Numidia, in Spagna ed in Grecia; assoldava Santippo, un generale spartano, che conosceva l’arte della guerra meglio dei generali cartaginesi. Atilio Regolo accettò volentieri di trattare la pace; ma credendo proprio che la resistenza di Cartagine fosse infranta, impose condizioni durissime. Invece il nuovo esercito cartaginese si stava approntando; alla fine Cartagine respinse le condizioni; e Santippo entrò in campo. L’esercito romano fu dall’abile stratega sgominato; Atilio Regolo stesso fatto prigioniero (255).

L’audace mossa dell’esercito romano, che la fortuna aveva favorito da principio, era da ultimo rovinosamente fallita. Ma Roma non sbigottì: subito approntò un’altra flotta e la mandò a salvare gli avanzi dell’esercito romano, che si erano rifugiati e fortificati a Clupea. Questa flotta riuscì, sconfiggendo una armata cartaginese, a passare il mare e a imbarcare i superstiti di Clupea; ma a sua volta fu nel viaggio di ritorno quasi tutta distrutta da una tempesta, non lungi dal Capo Passaro. Di 364 navi se ne salvarono 80. Rianimati da questa nuova sventura romana, i Cartaginesi pensarono addirittura di passare all’attacco e di scacciare i Romani dalla Sicilia, mandando una spedizione. Pronta Roma rispose mandando a sua volta, nel 254, una flotta e un esercito ad assediare Palermo, che fu presa; e si accinse ad allestire una nuova spedizione che assalirebbe l’Africa, per il 253. La guerra riardeva dunque nella terra e sul mare più violenta che mai; ma fu questa l’ultima fiammata di audacia. La seconda spedizione romana in Africa fallì come quella del 256, e ancora prima di giungere in Africa, parte per gli errori dei comandanti, parte per un’altra tempesta; e con essa cadde a Roma per sempre l’ambizioso disegno di colpire Cartagine in Africa. Disperando di tener testa a Cartagine sul mare, Roma si restringe a combattere con le sue legioni in Sicilia, per la conquista della ricca isola.