Incomincia il quarto ed ultimo periodo della guerra, quello che è ormai circoscritto alla Sicilia (253-241). Abbraccia ben 13 anni, e la sua stessa lunghezza, l’alternativa incessante di sconfitte e di vittorie mostrano la stanchezza dei due avversari. Nel 251 il console L. Cecilio Metello infligge una grave sconfitta sotto Palermo ai Cartaginesi che tentano di liberar la città; i Cartaginesi sgombrano allora tutte le piazzeforti della Sicilia, riducendosi a difendere, sulla costa occidentale, Lilibeo e Trapani; la Sicilia è ormai quasi tutta in potere dei Romani. Questi, ripreso coraggio, si propongono di finirla con un ultimo sforzo; rifanno un’armata; e con quella pongono l’assedio a Lilibeo. Ma nel 250 il console Publio Clodio perde una flotta, volendo attaccare nelle acque di Trapani l’ammiraglio cartaginese Aderbale; e un’altra ne perde l’anno dopo il console Lucio Giunio Pullo sulla costa meridionale della Sicilia. I Romani sono costretti a togliere l’assedio di Lilibeo e a rinunciar di nuovo al dominio sul mare; e buon per loro che Gerone restò fedele e, nel 248, rinnovò l’alleanza con Roma: chè altrimenti avrebbero potuto trovarsi a mal partito quando, nel 247, Cartagine mandò finalmente in Sicilia un grande generale, Amilcare Barca, il padre di Annibale. Costui riorganizzò l’esercito; occupò una posizione formidabile presso Palermo (Monte Pellegrino?), conquistò Erice, e comunicando per Trapani con Cartagine, incominciò a molestare con rapide e continue incursioni sulla terra e sui mare tutta la Sicilia e le coste dell’Italia, con il chiaro proposito di vincere Roma con una guerra di spossamento, esaurendo il suo erario e stancando la pazienza delle popolazioni, tutti gli anni chiamate alle armi. Difatti dal 247 al 242, Roma sembra sul punto di dichiararsi vinta, tanto il popolo è scoraggito. Quando, in uno sforzo supremo, essa capisce che non è possibile costringere Amilcare a scendere dalla formidabile posizione, da cui minaccia la Sicilia e l’Italia, se non riconquistando il dominio del mare, e tagliando le comunicazioni con Cartagine. Ma come varare, dopo tante altre che il fuoco o l’acqua hanno distrutte, una nuova flotta? I più ricchi cittadini romani, coloro ai quali risalivano le maggiori responsabilità dell’impresa, dovettero, per salvare lo Stato in mezzo allo scoramento universale, armare a proprie spese una nuova flotta. Era la primavera del 242, allorchè furono messe in mare le ultime 200 grosse navi da guerra, che lo Stato romano era in grado di approntare. Con queste il console C. Lutazio Catulo si recò a bloccare Drepano (Trapani) e Lilibeo (Marsala). Una flotta cartaginese tentò di rompere il blocco e portare ad Amilcare rinforzi e rifornimenti. Ma Lutazio l’affrontò, la vinse e in parte la distrusse in una grande battaglia, combattuta presso l’isola di Aegusa, una delle Egadi.
Lo sforzo supremo aveva sortito il suo effetto. Roma era di nuovo padrona del mare; le comunicazioni tra Cartagine e la Sicilia erano interrotte; Amilcare non poteva più mantenersi se Cartagine non avesse riconquistato in poco tempo il mare. Ma anche Cartagine ormai era esausta. I suoi mercenari le costavano molto più che a Roma gli eserciti di leva; e a lungo andare la spesa della guerra era diventata insopportabile anche per la sua ricchezza. Essa non era più in grado di pagare gli eserciti, che tumultuavano e insorgevano. Fu quindi forza stipulare la pace, consigliata dallo stesso Amilcare. Roma non fu molto esigente, perchè non ne poteva più e si accontentò di assai meno che non avesse chiesto Regolo. Cartagine dovè cedere la parte della Sicilia che era stata sua insieme con le isolette limitrofe, fra l’Italia e la Sicilia, e impegnarsi a versare a Roma, entro dieci anni, la somma di 2200 talenti.
41. La riforma dei comizi centuriati (241). — Roma aveva vinto; ma a quale prezzo! Il censimento, fatto proprio nell’anno della pace, contò 260.000 cittadini; e quello fatto cinque anni prima 241.712, mentre i censimenti precedenti erano riusciti a contarne perfino 297.234. Diminuzione pari, o forse maggiore, deve argomentarsi per i Latini e gli alleati. Sulle finanze non abbiamo notizie; ma non è temerario supporle nelle più gravi strettezze, dopo una guerra così lunga, e sinchè la indennità cartaginese non fosse venuta a restaurarle, mentre occorrevano spese maggiori per tenere saldamente la parte della Sicilia conquistata e per far fronte agli impegni di una politica più vasta e grandiosa.
A tutte queste difficoltà Roma cerca di provvedere, come al solito, con concessioni politiche. La guerra democratizzava la costituzione romana! Già nell’ultimo anno della guerra i censori si erano mostrati larghi nel conferire la cittadinanza a buon numero di Italici, quanti bastavano a creare due nuove tribù, la Velina nel Piceno, e la Quirina nella Sabina, destinate forse a riempire i vuoti fatti dalla guerra nella popolazione. Ma ben presto si procedette oltre, ad una riforma dell’ordinamento dei comizi centuriati, che accrebbe di molto il potere del ceto medio e del popolare, a danno delle classi più ricche. Fu abbassato il censo dell’ultima classe, per accrescere il numero dei cittadini obbligati al servizio militare. Da un pezzo si chiamavano alle armi, quando occorreva, anche cittadini senza censo, che la legge esonerava; cosicchè, per quel che concerne gli obblighi, la riforma legalizzò soltanto una pratica ormai inveterata. Ma d’altra parte la riforma dovette riconoscere i diritti corrispondenti agli oneri, facendo entrare questi cittadini non solo tra le file dei soldati, ma anche nelle schiere dei legislatori. Senonchè una siffatta innovazione non avrebbe da sola alterato l’equilibrio delle forze dei partiti e dei ceti nei comizi centuriati, se non si fosse anche assegnato ad ogni classe il numero medesimo di centurie, ossia di unità votanti. La complicata riforma ci è pur troppo mal nota: sembra che le cinque classi siano state, per dir così, immerse nelle 35 tribù esistenti; e, mentre prima le centurie erano composte di cittadini appartenenti a tutte le tribù, d’ora innanzi i componenti di ciascuna tribù siano stati, a seconda del patrimonio, distribuiti nelle cinque classi, ogni classe dovendo essere rappresentata in ciascuna tribù con due centurie. Si ebbero così, per ciascuna tribù, 10 centurie (2 x 5); in totale 350 (10 x 35), e per ciascuna classe, 70 centurie (35 x 2). E, giacchè al conto devono aggiungersi le 18 centurie dei cavalieri della prima classe e le cinque vecchie centurie poste fuori delle classi, la nuova cittadinanza romana fu divisa in 373 centurie, egualmente distribuite in ogni classe. Ne seguì che la maggioranza discese verso la terza e la quarta classe, e che l’assemblea centuriata rappresentò ormai la volontà e il pensiero, non più dell’aristocrazia, ma delle classi medie[33].
42. La conquista della Sardegna e della Corsica (238). — La pace con Roma era appena conchiusa, che Cartagine era impegnata in due nuove guerre, l’una con i sudditi africani, l’altra con i mercenari non soddisfatti. Nè basta: questa era stata appena repressa, che si sollevavano i mercenari di Sardegna, invocando l’aiuto di Roma. Roma da prima esitò; ma poi cedè alla tentazione e dichiarò novamente guerra a Cartagine con pretesti piuttosto speciosi: che gli armamenti fatti per riconquistare l’isola minacciavano l’Italia; che taluni mercanti romani erano stati maltrattati in Africa; che, infine, la Sardegna, quale territorio tra la Sicilia e l’Italia, era compresa nel trattato precedente (238). Cartagine, non sentendosi in forze per resistere, piegò il capo per il momento; cedè la Sardegna e acconsentì anche a pagar 1200 talenti di indennità[34]. Alla conquista della Sardegna seguì quella della Corsica, che Cartagine forse aveva già abbandonata e che non aveva mai sicuramente tenuta.
Roma si era impadronita in pochi anni della maggior parte della Sicilia, della Sardegna e della Corsica. Ma queste isole erano poste fuori dei confini dell’Italia propriamente detta, abitate da genti d’altra lingua e costume. Non si poteva governarle come le regioni dell’Italia; onde proprio dopo la conquista della Sicilia, della Sardegna e della Corsica, Roma incomincia ad abbozzare un nuovo regime politico ed amministrativo: quello che applicherà poi via via a tutte le province del suo vasto impero. La Sicilia, la Sardegna e la Corsica furono appunto le prime province dell’impero. Questo ordinamento provinciale posa sul principio che il suolo e l’autorità appartengono a Roma. Il suolo è di regola proprietà (praedium) del popolo romano, che può confiscarlo a proprio vantaggio, quale ager publicus, o lasciarlo ai sudditi nella forma di possesso, con l’obbligo di pagare come tributo un decimo dei prodotti (decuma). E tutta la provincia è sotto la piena autorità di un governatore, da principio un pretore (Roma infatti, nel 227, avrà ben quattro pretori), munito dei pieni poteri, militari, civili e giudiziari, che la regge e amministra. A quanti popoli e territori saranno un giorno applicati questi due principî! E quanti abusi nasceranno!
43. La conquista delle due rive adriatiche (229-215). — Ma per il momento, nessuno a Roma pensava che in Sicilia, in Sardegna e in Corsica si faceva il primo esperimento di ordinamenti e istituzioni, che dovrebbero per secoli essere le travi e i muri maestri di un immenso impero. Roma aveva appena assestato, dopo una così lunga guerra, le faccende del Mediterraneo, e già doveva volgere la sua attenzione all’Adriatico; e per ragioni e in condizioni, che meritano di essere considerate con particolare attenzione. Mentre Roma era impegnata nel Tirreno e in Sicilia contro Cartagine, s’era formato sulle coste della Dalmazia, così frastagliata di scogliere, di rifugi, di porti e di isolette, un principato illirico, il quale, cattivatosi l’amicizia del nuovo Re di Macedonia, Demetrio, minacciava l’Epiro, e le città della costa occidentale della penisola balcanica. Il nuovo Stato, come tutti gli Stati antichi, cercava di accaparrare per sè il commercio di queste regioni e di escludere, un po’ con la concorrenza, un po’ con la violenza e la pirateria, i rivali. Ora non appena la guerra con Cartagine fu terminata e appianate le nuove difficoltà nate da quelle, da ogni parte d’Italia si levarono verso il senato lamenti per questa condizione di cose; e con i lamenti, le più vive sollecitazioni perchè le armi di Roma assicurassero ai negozianti italici il libero commercio nell’Adriatico[35]. E questi lamenti e queste sollecitazioni furono alla fine così forti, da costringere il senato a mandare nel 230 un’ambasceria alla regina degli Illiri, Teuta. Basta questo fatto a provare quanto lo spirito mercantile, che abbiamo visto svilupparsi dopo la guerra con Taranto, si fosse rafforzato e diffuso in Italia durante la prima guerra punica; a provare che i mercanti italiani tentavano ora di impadronirsi del commercio dell’Adriatico; a provare che cresceva a Roma il numero dei senatori, i quali ambivano che Roma, ora che l’aveva vinta con le armi, umiliasse Cartagine nei traffici, fondasse un impero mercantile non meno vasto e ricco. Dopo più di tre secoli, insomma, la repubblica ritornava ai disegni ed alle ambizioni mercantili della monarchia. Ma in condizioni quanto diverse!