L’ambasceria, mandata a Teuta, non ottenne soddisfazione. La guerra fu dichiarata. Duecento navi con 22.000 uomini furono spedite in Illiria; il nemico fu facilmente vinto; e Teuta dovette accettare la pace impostale. I confini meridionali del principato illirico furono stabiliti a Lissos (Alessio); gli Illirî si impegnarono a non navigare più a sud di Lissos con un numero di navi maggiore di due e a pagare tributo; i territori, tolti ad essi, furono quasi tutti dati a Demetrio di Faro. La potenza illirica era fiaccata; e gli interessi mercantili degli Italici messi al sicuro. Una clausola della pace aprì a Roma un nuovo campo di azione politica. I territori di parecchie città greche — Corcira, Apollonia, Epidamno — in una parola, la costa illirica, da Alessio ai confini dell’Epiro, comprese le isolette limitrofe, furono introdotte nella confederazione italica, e la pace annunziata a parecchie città greche, agli Etoli, agli Achei, ai Corinzi, agli Ateniesi, che accolsero il messaggio e i messaggeri con entusiastiche dimostrazioni di giubilo. Anche i Greci si volgevano verso Roma, sperando protezione contro i loro nemici, massime contro i Macedoni: grande fatto, dal quale nasceranno grandissimi eventi, e che prova quanto il prestigio romano fosse cresciuto in tutto il mondo mediterraneo!


44. La nuova reazione delle campagne: il tribunato di Caio Flaminio (233). — Se la guerra illirica era stata un nuovo segno della crescente potenza degli interessi mercantili, fra qualche anno se ne aggiungerà un altro anche più chiaro: una legge Claudia, votata nel 218 dai comizi tributi, non ostante la più accanita opposizione del senato, la quale interdiceva ai senatori di possedere navigli di più che 300 anfore (8000 litri circa) di volume[36] e capaci di trasportare più che i prodotti delle loro terre. Quale prova più chiara che l’amore della ricchezza, la passione del lucro, la smania dei traffici erano entrate perfino nel senato, rocca venerabile dell’antica tradizione romana? La mercatura, che secondo questa tradizione non si addiceva a quell’altissima dignità politica, cominciava ad essere tollerata, e in misura tale, che una legge aveva dovuto tentare di porre un freno al male. Ma ancor più che per i senatori i quali si davano al commercio, il ceto mercantile si rafforzava per il crescere dei pubblici appaltatori. Roma non era più una piccola città, ma un grande Stato, il quale non disponeva, come gli Stati moderni, di una numerosa burocrazia, ma solo di pochi magistrati, eletti quasi tutti ogni anno, e ordinati in principio per servire una città. Sebbene il numero dei magistrati fosse stato accresciuto nel corso delle generazioni, lo Stato aveva bisogno di essere di continuo aiutato dalla intraprendenza privata a disimpegnare i servizi pubblici. La lista delle aggiudicazioni, a cui i censori procedevano ogni anno, si era fatta molto lunga e molto più lucrosa di un tempo: lavori pubblici, trasporti, forniture militari, percezioni di decime, di altre imposte e di dogane nelle province, locazioni di agro pubblico, di miniere, di saline, di boscaglie. Era regola antica e sempre osservata dall’amministrazione romana dividere questi appalti tra molti medi e piccoli accollatari; cosicchè a mano a mano che l’impero di Roma ingrandiva, crescevano in Roma quelli che noi chiameremmo agiati borghesi, accollatari di questo o quel servizio pubblico; e costoro si interponevano tra l’ordine senatorio ed equestre, dai quali ricevevano gli appalti e talora i capitali da far fruttare, e il popolino degli artigiani e dei proletari a cui davano lavoro e pane: vero puntello e sostegno della politica di espansione. In tempi in cui la grande industria era ignota, solo il continuo ingrandirsi di Roma poteva moltiplicare, per questa gente avida e intraprendente, le fonti di lucro e le occasioni di fortuna. Molteplici interessi si davano dunque la mano, attraverso tutto lo Stato romano, dal senato sino alla plebe, per rinfocolare in Roma l’ambizione di emulare Cartagine nei traffici, per spingerla a più vaste conquiste, per indebolire in tutti i modi le tradizioni e la potenza del ceto rurale[37].

E infatti, mentre il ceto mercantile ingrossava, arricchiva, si impadroniva dello Stato, l’antico ceto rurale, che era stato nei secoli precedenti il nerbo di Roma, si logorava, per ragioni molteplici. Infatti il tributo del sangue era sempre più gravoso. Ormai occorrevano ogni anno intorno alle quattro legioni, spesso di più; il servizio militare si allungava; molti soldati avevano perduto il conto dei loro stipendi; altri da anni non avevano più rivisto l’Italia, e già cominciavano a invecchiare sotto le insegne. Nè tutti tornavano. Sarebbe stato necessario dedurre nuove colonie sulle terre conquistate, piantando dappertutto nuovi seminari di possidenti e di soldati. E invece, ormai da un pezzo non si deducono più colonie; le terre che Roma conquista, sono quasi tutte appaltate ai ricchi, cavalieri e senatori i più, e non soltanto per l’egoismo e l’ingordigia dei grandi. A questi riesciva facile di togliere al popolo le terre, perchè le terre non erano più desiderate come un tempo dal popolo; e non erano più desiderate come un tempo, perchè la piccola possidenza andava rovinandosi oltre che per le guerre, per ragioni di ordine generale. L’Italia antica era allora in gran parte coltivata a grano; ma ingombra di troppe montagne e male irrigata da pochi e piccoli fiumi, poco fertile, fuorchè in alcune regioni, e isterilita ancora più dalla siccità e dal calore estivo, produceva poco. La piccola possidenza aveva potuto vivere, sinchè le famiglie erano state paghe di lavorare molto e di vivere semplicemente, consumando i prodotti della propria terra, facendo con la propria lana gli abiti, fabbricando tutti gli oggetti, di cui avevano bisogno, e comperando al mercato meno che si potesse. Ma i contatti più frequenti con l’ellenismo, le spedizioni militari in paesi ricchi come la Sicilia, svogliavano i possidenti dal duro lavoro dei padri e li invogliavano a vivere meglio, mentre la cresciuta abbondanza dei metalli preziosi rincarava gli oggetti. Anche la piccola proprietà sentiva dunque maggior bisogno di denaro; ma del grano, che essa coltivava, solo una piccola parte poteva esser venduto, e a prezzi bassi, nel mercato più vicino, perchè lontano non si poteva trasportare. Nè poteva il piccolo possidente sperare nemmeno di approfittare delle carestie, che ricorrevano frequenti, massime a Roma. Lo Stato, sospinto dalle recriminazioni e dai clamori della plebe, ammucchiava nei granai di Ostia e di Roma il frumento della decima di Sicilia e di Sardegna, ch’esso buttava sul mercato, ogni qualvolta i prezzi rincaravano troppo. Cosicchè il piccolo possidente stentava la vita, e quanti potevano cercavano una sorte migliore, diventando accollatari o mercanti, i più intraprendenti e fortunati; artigiani o proletari nelle città vicine o a Roma, i più inetti e disgraziati. Protrarre il servizio militare diventava facile, anche perchè a molti non spiaceva di restare lunghi anni sotto le armi, guadagnando il soldo e il bottino. L’esercito di mestiere si formava dalla rovina della piccola possidenza, il cui potere politico anche scemava. Ogni tanto, è vero, qualche censore cercava di annullare la riforma di Appio Claudio, che aveva inscritto in tutte le tribù i nullatenenti, relegandoli di nuovo nelle quattro tribù urbane. Ma invano: chè la disposizione non rimaneva mai in vigore per lungo tempo, e dopo qualche anno un altro censore imitava di nuovo Appio Claudio.

Senonchè Roma era da secoli una repubblica di contadini, alla quale l’aristocrazia aveva inculcato sul nascere una diffidenza vivissima del commercio. L’elemento mercantile non poteva impadronirsi dello Stato senza contrasto. Tra la prima e la seconda guerra punica, infatti, la piccola possidenza si agita, cerca di difendere gli interessi e i principî che erano suoi, contro il mercantilismo che si fa adulto; nasce e cresce un partito democratico rurale, il quale trova per capo un grande uomo, che doveva acquistare nella storia una fama immortale: Caio Flaminio. Tribuno della plebe nel 233, nell’anno stesso in cui i mercanti minacciati nell’Adriatico dagli Illirici assediavano il senato con i loro reclami, Caio Flaminio proponeva una legge con la quale il territorio, tolto ai Galli Senoni sin dal 283 e rimasto ozioso agro pubblico, era distribuito in piccoli lotti ai plebei poveri d’Italia. Il pensiero riformatore della legge è chiaro; ed è un pensiero che ritornerà per due secoli, come una fissazione, nelle lotte nei partiti romani: la piccola proprietà, semenzaio di soldati, decade; occorre dunque impedire che i ricchi accaparrino tutte le terre e dedurre nuove colonie, ma più grandi che un tempo, per rifare il medio ceto rurale, che la guerra e il nuovo corso dei tempi andavano man mano annientando. Il senato si oppose vivacemente; ma Flaminio si servì senza scrupoli dei privilegi conferiti alla plebe dalla lex Hortensia del 287, per far approvare il suo plebiscito ad ogni costo. Senonchè, mentre i proponimenti aspettavano da quella una rinascita della piccola possidenza, ne nacque intanto una guerra: una guerra, che doveva contare nella storia di Roma quanto le guerre puniche.


45. La conquista della valle del Po (225-222). — La colonizzazione dell’antico paese dei Senoni risvegliò l’odio dei Galli. Quel popolo non si era mai rassegnato alla perdita dell’ager gallicus. Nel 237, anzi, i Galli Cisalpini, dopo avere radunato numerose milizie mercenarie nella regione del Rodano, avevano, sia pure invano, tentato di ricuperarlo. Ma adesso, certo temendo che quella colonizzazione fosse il primo passo a nuove conquiste, tentarono una riscossa disperata. Tra Galli d’Italia e di oltr’Alpe, misero in piedi un forte esercito, e irruppero, attraverso l’Etruria, nell’Italia centrale fino a tre giornate dalla capitale. Roma dovè approntare le maggiori difese: chiamò alle armi tutta la lega italica, trasse dalla sua alcune popolazioni dell’Italia transpadana, i Galli Cenomani e i Veneti; aspettò che la gola della preda facesse dimenticare a quei barbari il vero scopo della guerra; e riuscì ad accerchiare e sgominare, presso il promontorio Telamone, sulle coste dell’Etruria, il grande esercito gallico. Distrutto il maggior nerbo delle forze galliche, la Cisalpina, per qualche anno almeno, era in balia delle armi romane. E Roma non era più la timida potenza di un tempo, che si fermava dopo ogni vittoria. Il partito democratico, che aveva voluto l’assegnazione dell’ager gallicus, vide che, per render sicure queste terre da futuri assalti gallici, occorreva approfittare dell’occasione, conquistare la valle del Po e annientare per sempre il pericolo gallico: il popolo lo capì; e sebbene nel senato fosse un forte partito avverso a questa nuova impresa, la Gallia Cisalpina fu nel 224 invasa. Tre anni (224-222) durò la guerra. Nel 224, dopo aver conquistato la parte orientale della Cispadana, la terra dei Galli Boi, i consoli varcarono la linea del Po e occuparono, nella Transpadana, il paese degli Insubri. L’anno successivo, lo stesso C. Flaminio, il tribuno del 233, l’autore primo della guerra gallica, fu console. Flaminio e i consoli dell’anno successivo assoggettarono la Transpadana, espugnando la sua capitale, l’antica Milano (Mediolanum). Nel paese dei Galli Boi fu fondata la colonia romana di Modena (Mutina) e la linea del Po fu assicurata con le colonie di Piacenza (Placentia) e di Cremona (218).

Mentre il ceto mercantile spingeva il senato a conquistare la sponda orientale dell’Adriatico e a combattere Cartagine, il medio ceto rurale, affamato di terre, aveva spinto Roma nella valle del Po, nella grande pianura, coperta di foreste e di paludi silenziose, sparsa di bei laghi, solcata da numerosi corsi d’acqua, attraversata dal maggior fiume, che fino ad allora i Romani avessero conosciuto e che l’Italia possegga. La plebe rovinata dalla guerra cercava di salvarsi con la guerra, quasi rinnovando il mito della lancia d’Achille. Illusione anche questa: poichè neppure la conquista della valle padana poteva salvare la piccola possidenza romana. Ma inseguendo questa vana speranza, sul punto di sparire per sempre, l’antica plebe rurale aveva dato a Roma quella che sarebbe la più bella gemma dell’Italia. Tra un secolo e mezzo il paese conquistato da Flaminio sarà il giardino d’Italia e il baluardo dell’impero romano[38].

Note al Capitolo Settimo.

[33]. Le fonti non ci indicano con precisione nè il tempo nè il modo di questa riforma; e neppure ci attestano che, com’è verosimile, essa coincida con la riduzione del censo dell’ultima classe, che apprendiamo solo per via indiretta, da Polyb., 6, 19, 2. Gli eruditi hanno quindi oscillato nelle più varie opinioni, nè può aversene alcuna sicura. Noi abbiamo preferito pensare al 241, non solo per le ragioni di politica interna accennate nel testo, ma perchè questo fu l’anno in cui le tribù raggiunsero il numero di 35 e in cui la conquista della prima provincia transmarina dovette porre lo Stato romano di fronte a nuove necessità militari.