Senonchè il partito di Caio Gracco era stato disperso, non distrutto; e incominciò presto a riaversi. Ma un po’ per paura, un po’ per stanchezza non si fece vivo da prima. I tempi eran quieti; e l’impero in pace. Molti Romani, appaltando imposte e commerciando, incominciavano a far fortuna nella nuova provincia di Asia. La sola impresa di guerra di una certa grandezza fu quella compiuta tra il 125 e il 121 a. C., per porre un termine alle razzie dei Galli nel territorio di Marsiglia alleata e per rendere sicure le vie che conducevano in Spagna. Roma fece guerra all’impero degli Arverni e ridusse a provincia la Gallia Narbonese, le regioni cioè della Francia meridionale poste tra le Alpi e il Rodano; poi, per impedire che gli Arverni potessero tentare la riscossa, deportò in Italia il loro re Bituito e il figlio suo, che erano stati fatti prigionieri. Pure nel 121 un Metello, figlio del Macedonico, conquistò le Baleari; ma dopo non si guerreggiò più che contro le tribù barbare dei confini o dei paesi già conquistati: guerricciole da poco, e a cui nessuno badava in Roma. Insomma, dentro e fuori i confini dell’impero, regnava una quiete apparente. Il fuoco però covava sotto la cenere: discordie, rancori, astii, rivalità. Occorreva solo un accidente, perchè divampasse. E l’accidente non tardò a sopraggiungere: dall’Africa, questa volta.

Micipsa, il Re della Numidia successo a Massinissa nel 149, era morto a sua volta, nel 118, lasciando il regno a due figli, Jempsale e Aderbale, ancora giovanissimi, e a al nipote Giugurta, figlio di un figlio naturale di Massinissa. Giugurta era un uomo fatto, molto capace e intelligente. Aveva comandato i contingenti numidici inviati da Micipsa in aiuto dei Romani a Numanzia; si era fatto un bel nome in tal comando, per valore e per senno; si era legato di amicizia con molti senatori romani e anche con Scipione Emiliano, che l’aveva in grande considerazione per i servizi prestati durante l’assedio. Che un principe numida, intelligente, valoroso, il quale sapeva di aver molti amici a Roma, abbia concepito il disegno di toglier di mezzo i due figli di Micipsa e di regnar solo; che abbia tolto di mezzo, con un tradimento, il cugino Jempsale, e poi assalito Aderbale nei suoi Stati, non sono cose inverosimili. Ma quando Aderbale, impaurito, fuggì nella vicina provincia d’Africa, invocando, nel nome del padre e dell’avo, il soccorso di Roma, dobbiamo noi credere che gli ambasciatori di Giugurta abbiano dimostrato ai senatori romani con argomenti sonanti, come Jempsale fosse perito giustamente, e Aderbale fosse stato giustamente aggredito? Tale è la versione che ci ha tramandata Sallustio, nella sua famosa storia della guerra di Giugurta. Ma c’è proprio bisogno di supporre che Giugurta avesse profuso l’oro a piene mani tra i senatori, per spiegar come il senato mandasse nel 117 in Africa una commissione con l’incarico di spartire la Numidia tra Giugurta e Aderbale?[75]. Il regno di Numidia doveva essere governato o da uno dei principi o da tutti e due. Sarebbe stato ingiusto escludere Aderbale; ma non potevano i senatori, in buona fede e credendo di far cosa nel tempo stesso utile e savia, assegnarne una parte anche a Giugurta? Giugurta era un uomo capace; aveva reso segnalati servigi a Roma sotto Numanzia; aveva meritato le lodi di Scipione Emiliano; aveva molti amici nel senato, tra i quali ce n’erano di venali, ma ce n’erano anche di disinteressati, e questi più autorevoli di quelli. I senatori potevano giudicare in buona fede che fosse savia politica accarezzare in Africa un principe amico e capace come Giugurta, anche se non era modello di ogni virtù.

Sembra dunque più verosimile, che la deliberazione di spartir tra Giugurta e Aderbale il regno fosse presa dal senato in buona fede. Senonchè gli ammiratori ed amici, che Giugurta aveva in senato, erano tutti nel partito della nobiltà, nemico dei Gracchi, il che doveva nuocergli presso il partito avverso; come le ammirazioni e le amicizie non disinteressate, di cui godeva, eran tali da far nascere facilmente sospetti. Ma lì per lì nessuno sospettò o almeno disse nulla, e la commissione divise il regno tra i due principi, se con imparzialità o no è difficile dire. Certo è però che la pace tra i due principi fu presto rotta, e come dice Sallustio, per colpa di Giugurta. Costui voleva tutto il regno; e aggredì, sconfisse e chiuse Aderbale in Cirta. Ma che cosa poteva fare il senato, non volendo spedire in Africa un esercito, se non mandare una dopo l’altra due ambascerie? La seconda era condotta nientemeno che dal princeps del senato, Marco Emilio Scauro, e come la prima cercò di persuader Giugurta a deporre le armi e ai confidare nel giudizio del senato. Senonchè è proprio necessario di supporre, come vuole Sallustio, che Giugurta avesse addirittura corrotto tutte e due queste ambascerie, nelle quali c’erano tanti personaggi ragguardevoli, per spiegare la loro impotenza? Giugurta voleva mettere il senato di fronte al fatto compiuto: tenne dunque a bada con discorsi gli ambasciatori, sempre più stringendo l’assedio di Cirta; sinchè Aderbale, nel 112, si dovè arrendere. Egli allora lo uccise. Con che mezzi potevano i commissari del senato impedirglielo? Far intendere la ragione a un sordo di proposito?

Giugurta sperava che, egli solo superstite, Roma lo riconoscerebbe. La speranza poteva sembrare tanto più fondata, perchè Roma doveva in quel tempo pensare alla frontiera settentrionale dell’Italia. Una popolazione barbara, originaria dell’Europa settentrionale, i Cimbri, aveva invaso l’Illiria settentrionale e mosso guerra ai Taurisci, alleati dei Romani, che abitavano nel Norico. Nel 113 il console Gneo Papirio Carbone, mandato a difendere i Taurisci, era stato disfatto presso Noreia. Senonchè se Giugurta ragionava bene, secondo la consueta ragione di Stato, non teneva conto che a Roma il senato era potente, ma non onnipotente; e che occorreva fare i conti anche con l’opinione pubblica. E questa, apprendendo la resa di Cirta, andò sulle furie, un po’ per pietà di Aderbale, un po’ per dispetto contro Giugurta, un po’ perchè nella presa della città non pochi mercatores italiani erano stati uccisi. Siccome Giugurta era stato protetto dalla nobiltà senatoria, pronto il partito di Gracco, che da un pezzo spiava una buona occasione, approfittò di questo moto dell’opinione pubblica, per infliggerle una umiliazione; il tribuno C. Memmio minacciò scandali e tumulti, se il senato non vendicava Aderbale, dichiarando la guerra a Giugurta. Il partito della nobiltà dovè cedere; il senato rifiutò di ricevere gli ambasciatori mandati da Giugurta; la guerra fu dichiarata, e affidata nell’anno 111 al console L. Calpurnio Bestia. Calpurnio — anche Sallustio lo riconosce — era un uomo serio, capace e dabbene: e scelse per la spedizione, come legati, uomini di grande autorità: tra gli altri M. Emilio Scauro. Ora, se vogliamo credere a Sallustio, quest’uomo capace e serio, e tutti gli autorevoli personaggi che lo accompagnavano, appena sbarcati in Africa, invece di combattere Giugurta, gli avrebbero venduto a peso d’oro una pace vergognosa per Roma. Non è dubbio che, appena in Africa, Calpurnio trattò, richiesto da Giugurta, la pace, e che Giugurta acconsentì ad arrendersi a discrezione: il che non sembra essere una pace tanto vergognosa! Ma anche questa pace, che a Sallustio par tanto sospetta, si può spiegare con ragioni più semplici. Giugurta voleva il regno di Massinissa, non la guerra con Roma, della quale ambiva anzi essere in Africa il fiduciario: se offriva la pace, come poteva un senatore romano, che avesse senno e buon senso, non chiedersi se non fosse meglio risparmiare a Roma, proprio allora che l’Italia era minacciata, una lunga e difficile guerra, voluta da un partito per un puntiglio politico, pur rinunciando a vendicare Aderbale? E poi, vinto e deposto Giugurta, chi avrebbe governato la Numidia? Era prudente creare una nuova provincia, allargando il già troppo vasto impero?

Sembra dunque più verosimile che Calpurnio e Scauro abbiano trattato e concluso la pace con Giugurta a ragione veduta, non solo disinteressatamente, ma per risparmiare a Roma una guerra inutile, anzi pericolosa. Ma essi avevano dimenticato che Giugurta doveva, per il partito democratico, far le vendette di Caio Gracco. Al pubblico, invelenito contro Giugurta, la pace spiacque assai; e ad un tratto il sospetto di corruzione divampò. Si gridò da ogni parte allo scandalo; il partito democratico eccitò ancora più la pubblica esasperazione; C. Memmio non solo fece respinger la pace dai comizi tributi, ma fece ordinare dal popolo al pretore L. Cassio che andasse in Africa a prender Giugurta e lo conducesse a Roma, per essere interrogato pubblicamente, in piena assemblea popolare, sui suoi misfatti e sui suoi complici. Il popolo citava dunque a comparirgli innanzi, per esser da lui giudicato, si può dire il senato tutto, o almeno la sua parte più autorevole e potente. E tale era l’umore pubblico, che il senato non osò opporsi a questa strana proposta. L. Cassio andò in Africa; e Giugurta, che era sempre fisso nel pensiero di riconciliarsi con Roma, accettò di venire. Un bel giorno, dunque, si vide giungere a Roma, vestito dimessamente, e con poco seguito, questo Re che con Roma era in guerra; e comparire poi innanzi al popolo di Roma, radunato a giudicarlo o, meglio, a servirsi della sua testimonianza per infamare il senato, il consesso che raffigurava innanzi al mondo la potenza di Roma! L’odio di parte non aveva immaginato ancora maggior follia. Ma un tribuno, che doveva essere un uomo di buon senso, si levò; e pose il veto ad ogni ulteriore procedimento. Non ci furon grida, invettive, tumulti che valessero a scuoterlo. Giugurta rimase a Roma, a disposizione del popolo, come imputato di un processo politico che non poteva esser discusso. La situazione era bizzarra e inestricabile. Il partito popolare, per il quale la rovina di Giugurta era ormai un impegno d’onore, tentò allora un’altra via: scoprì in Roma un nipote di Massinissa, Massiva, che per paura di Giugurta era fuggito d’Africa e si era rifugiato nella metropoli; lo persuase a chiedere al senato il regno della Numidia. La mossa era abile, poichè Giugurta sperava che Roma si acconcerebbe alla fine a riconoscerlo Re, a dispetto di tutto e di tutti, non potendo trovar altri. Giugurta però non fu tardo al riparo; e non esitò a far assassinare il suo improvviso competitore. L’indignazione popolare si esasperò; tutti capirono che Roma aveva fatto un passo falso, facendo venir Giugurta a Roma; e il senato tagliò con un atto di autorità il nodo: espulse Giugurta dall’Italia e ordinò che la guerra fosse ripresa.

La guerra ricominciò nel 110. Ma il console Spurio Postumio Albino guerreggiò fiaccamente; non seppe costringere a una battaglia campale Giugurta, che l’evitava a tutti i costi e cercava di riallacciare trattative; e verso la metà dell’anno lasciò il comando al fratello Aulo, per tornare in Italia a presedere le elezioni. Aulo, rimasto alla testa dell’esercito, comandò così male che, al principio del 109, fu circuito da Giugurta; e, per salvare l’esercito dallo sterminio, riconobbe a Giugurta il regno e acconsentì a sgombrare la Numidia. Questa nuova sconfitta esasperò addirittura Roma, già irritata dalla cattiva fortuna, che perseguitava i generali romani all’altro capo dell’impero. Noi abbiamo veduto come tra il 125 e il 121 Roma avesse avuto guerra con l’impero degli Arverni e conquistato e ridotto a provincia quella parte della Gallia, che è posta tra le Alpi ed il Rodano; e come, dopo averli vinti, avesse cercato di indebolire gli Arverni, catturando e deportando in Italia il re Bituito e il suo figlio. Senonchè, anche in Gallia, come in Oriente, la debolezza imposta al nemico per precauzione non tardò a diventare un pericolo per Roma stessa. Distrutto con la deposizione di Bituito e della dinastia l’impero arverno, i popoli, che lo componevano, avevano ricuperata la indipendenza, ciascuno sotto il governo della propria aristocrazia; ed erano ricominciate le guerre tra popolo e popolo. Da principio Roma aveva approfittato di questa rinata anarchia, per trattare con i singoli popoli: aveva accordato agli Edni il titolo di fratelli e di consanguinei; dichiarato amici i Sequani e molti popoli dell’Aquitania. Ma ben presto dalla debolezza della Gallia era nato un nuovo pericolo, maggiore dell’Arverno: il Cimbrico. I Cimbri, che nel 113 avevano vinto nel Norico il console Carbone, non avevano osato invadere l’Italia: carichi di preda, avevano risalito il Danubio, con l’intenzione di passare il Reno e invadere la Gallia. Il che avevan fatto nel 109 e con fortuna. Se l’impero arverno fosse stato ancora in piedi, avrebbe potuto opporre alla invasione le forze unite della Gallia: ma l’impero arverno era caduto, e i Cimbri eran passati facilmente attraverso quel pulviscolo di Staterelli rivali. Roma aveva dovuto accorrere in soccorso dei suoi amici della Gallia minacciata; e aveva spedito nel 109 il console Marco Giunio Silano con un esercito. Ma in un luogo, che non è noto, Silano era stato sconfitto, come Aulo in Africa.

Essere sconfitta due volte dai barbari, in Europa e in Africa, era una dura umiliazione per Roma. Roma non volle riconoscere che ambedue le sconfitte erano dovute all’inettitudine dei generali e alla decadenza degli ordini militari troppo invecchiati; e ne attribuì una almeno — quella d’Africa — all’oro, ormai leggendario, di Giugurta. Un tribuno propose che si nominasse una commissione d’inchiesta, sulla guerra di Africa: e la legge fu approvata. Per fortuna però, per l’anno 109, i comizi avevano finalmente nominato console un uomo capace e sicuro, Q. Cecilio Metello; e la sorte, questa volta meno cieca del solito, gli aveva assegnato come provincia la Numidia. Metello, giunto in Africa, ristabilì la disciplina nell’esercito, e incominciò a far la guerra sul serio, infliggendo, nel 109 e nel 108, ripetute sconfitte a Giugurta e costringendolo a porsi sulla difesa. Ma la Numidia era un paese privo di città, abitato da tribù barbare nomadi, semplici, espertissime del paese, mobilissime e quindi molestissime ad un esercito regolare, attardato dai suoi bagagli e dai suoi bisogni. In campo contro un tal nemico, una o più disfatte non potevano troncare la guerra. Occorreva orbare quegli uomini del loro duce. Ma Metello non ci riuscì. Giugurta invece riuscì a conquistare l’amicizia e l’aiuto di altre tribù limitrofe, non meno pericolose, quali i Mauri e i Getuli.


74. Caio Mario e l’ultima campagna contro Giugurta (107-106). — Le vittorie di Metello non placarono nè i rancori nè i sospetti delle classi popolari romane, che ad ogni indugio a stravincere non scorgevano altra causa se non l’oro di Giugurta e la corruzione dell’aristocrazia. Nè poco noceva ai cavalieri quella interminabile guerra, che chiudeva il paese a tutte le loro imprese. Il partito democratico fomentava il pubblico malcontento quanto poteva; e l’effetto si vide nelle elezioni consolari del 108. In quest’anno, pieno di tante agitazioni ed inquietudini, un uomo nuovo, un municipale di Arpino, un oscuro cavaliere fallito molti anni prima, riusciva ad ottenere il consolato e il comando della guerra di Numidia. Era costui quel Caio Mario, che abbiamo visto servir con onore agli ordini di Scipione Emiliano, a Numanzia. Dopo quella guerra egli aveva salito la scala degli onori, ma lento lento, faticosamente, non riuscendo a svincolarsi dalla ressa dei concorrenti, perchè troppo sollecito del bene pubblico e troppo poco dell’interesse di parte. Eletto tribuno della plebe nel 119, s’era inimicato il partito oligarchico, presentando una legge, che faceva segreti per davvero gli scrutinî dei comizi. Ma di lì a poco si era guastato con il partito popolare o di Gracco, interponendo il veto, quando un suo collega si era fatto avanti a proporre un ampliamento della legge frumentaria graccana. Inviso agli uni e agli altri, era fallito nelle elezioni all’edilità; e aveva dovuto ritirarsi per tre anni a vita privata; sinchè nel 115 era stato eletto pretore, e aveva governato con fermezza la Spagna ulteriore. Metello l’aveva condotto in Numidia come legatus, perchè Mario, a dispetto degli oscuri antenati, era un valente uomo di guerra.

Che Mario ambisse ora la suprema carica dello Stato era cosa legittima; in tanta scarsezza di ingegni, c’era in lui la stoffa di un grande console, valoroso in guerra, equanime e non fazioso negli affari civili. Ma un errore di Metello, che pure era anch’egli un uomo di animo eletto, sviò a un tratto questa virtù. Par che Mario fosse tra coloro che giudicavano troppo lento e prudente il guerreggiare di Metello. O che a Metello spiacessero queste critiche, o che l’offuscasse la sua alterigia nobilesca e la sua avversione contro l’ordine dei cavalieri, quando Mario gli chiese il congedo per recarsi a Roma a porre la propria candidatura al consolato per il 107, glielo negò. Mario non desistè dal proposito; ed insistette con tanta forza che alla fine Metello dovè annuire: ma all’ultimo momento, dodici giorni prima dell’elezione, se Plutarco dice il vero, Mario volò in Italia; ma, qui giunto, trovò il partito oligarchico solidale con Metello e concorde nel non volere console l’antico cavaliere pubblicano. Mario non era un uomo di parte; ma, oltraggiato a quel modo dalla vecchia nobiltà, che altro poteva fare se non buttarsi nelle braccia dei democratici?