I tempi erano maturi. Lo scandalo di Giugurta aveva addirittura infamato tutta la nobiltà storica. C’era in tutti un disgusto, una irritazione, un bisogno di cose, di uomini, di aria nuova. Mario accusò apertamente nei suoi discorsi il partito oligarchico e Metello di tirare in lungo la guerra apposta e promise, se eletto console, di finirla in poco tempo; il partito democratico lo prese per suo candidato; il popolino, contadini e artigiani, si dichiararono per lui; i cavalieri gli prestarono man forte. Non era Mario un cavaliere, e non prometteva di finir presto la guerra, come essi desideravano? L’elezione del console diventò un conflitto tra la nobiltà senatoria e gli altri ordini sociali. Mario fu eletto.
La elezione di Mario fu la prima riscossa del partito dei Gracchi. Giugurta aveva fatto le vendette di Tiberio e di Caio. Per colpa di questo oscuro regolo numida e dei suoi torbidi intrighi, l’aristocrazia, che aveva fondato e governato per tanti secoli Roma, era ora sospettata, infamata, umiliata, e forse, in buona parte, senza colpa; l’oscuro cavaliere di Arpino scalava trionfante il consolato e subito infliggeva al senato una seconda umiliazione. Già prima delle elezioni, nella speranza di frustrare la vittoria di Mario, il senato aveva assegnato le province, mantenendo Metello in Africa in qualità di proconsole. Una legge cassò quella deliberazione, e conferì a Mario il comando della guerra numidica. Mario doveva ora fare quel che aveva promesso: finire la guerra. E si mise all’opera, incominciando da una riforma militare, che ringiovaniva gli ordini militari di Roma troppo invecchiati, ma che capovolgeva pure uno dei principî su cui tutto l’assetto sociale della repubblica posava da secoli. Convertendo in regola l’espediente dei tempi difficili, Mario accolse nell’esercito non i soli cittadini censiti, ma quanti si presentavano; anche i proletari[76]. Non è difficile intendere la vitale saggezza e il pericolo mortale di questa riforma. Il vecchio esercito romano del IV e del III secolo, di cui facevano parte solo i cittadini possidenti, non bastava più per due ragioni: perchè il numero dei censiti era troppo piccolo per tante guerre e tante province; e perchè l’agiatezza era ormai cattiva stoffa da far soldati. Questi inconvenienti erano in parte tolti di mezzo, ammettendo nell’esercito gli uomini che non avevano altro capitale che le loro braccia. Non solo costoro erano più numerosi dei censiti; ma siccome la milizia, più che un peso poteva esser per essi una professione e il modo di campare la vita, e di assicurarsi per la vecchiaia, con il bottino di guerra, una certa agiatezza, era così più facile tenerli per lunghi anni sotto le bandiere, insegnar loro le armi e la guerra sul serio, e farli veri soldati. Ma se la riforma era vantaggiosa, non era neppure scevra di pericoli. Non solo l’antico esercito nazionale si convertiva in un esercito mercenario, simile a quelli di Alessandro e dei Diadochi; e il principio professionale sottentrava al politico, come fondamento degli ordini militari; ma le classi medie e agiate si disarmavamo e armavano le classi povere, che non possedevano nulla.
Tuttavia la riforma fu lì per lì universalmente approvata. Lo Stato e i privati ne ricevevano egualmente vantaggio: così i poveri che trovavano un nuovo guadagno, come i ricchi e gli agiati cui più facile sarebbe ottenere la dispensa dal servizio, ed esser rimandati a casa a curare i propri beni o il proprio commercio. Accompagnato dunque dal favore popolare, Mario partiva per l’Africa, incaricando il suo questore, L. Cornelio Silla, di ultimare il reclutamento di uomini e di cavalli in Italia. Era questi un personaggio, di cui — a voler credere le fonti — fin allora non si sarebbero occupate che le cronache equivoche della grande città, il rampollo di un’illustre famiglia decaduta, vissuto fino a quel momento tra mimi, buffoni, cantori, danzatrici, e che solo negli ultimi anni aveva potuto rifare la propria fortuna — così almeno dicono gli scrittori antichi — con la eredità lasciatagli da una etera greca! Quanto a Metello, non aveva aspettato il suo successore: affidate le legioni a un suo luogotenente, era tornato a Roma, dove a compenso il senato gli aveva concesso il trionfo e il titolo di Numidico, Mario non perdè tempo; e con abili mosse, nel 106, riuscì a impadronirsi della Numidia, scacciandone Giugurta che si rifugiò presso Bocco, il Re di Mauritania, di cui era alleato. Ma mentre così finalmente la guerra di Africa si avviava verso la fine tanto desiderata in Italia, nuove calamità succedevano in Gallia. Qui i Cimbri, dopo avere sconfitto Silano, invece di invader la Gallia o minacciar l’Italia, si erano improvvisamente ritirati, cosicchè Roma aveva potuto per qualche tempo illudersi che il suo prestigio avesse, anche dopo una sconfitta, imposto rispetto ai barbari. Ma era una illusione: le due sconfitte che in pochi anni i Cimbri avevano inflitto alle armi romane, forse anche le lungaggini e gli scandali della guerra di Numidia avevano risvegliato il coraggio dei popoli gallici sottomessi da Roma e gli appetiti dei barbari che ronzavano intorno ai confini. I Cimbri si erano allontanati, per raggiungere i Teutoni, mossisi anch’essi dalle loro sedi, per piombare insieme sulla Gallia e sull’Italia; e, poco dopo la partenza dei Cimbri, nel 107, una popolazione, appartenente alla nazione elvetica, i Tigurini, incoraggiati dalla sconfitta di Silano, avevano invasa la Gallia Narbonese. Alla notizia dell’invasione una parte della Provincia era insorta; e a Tolosa il presidio romano era stato fatto prigioniero dalla popolazione indigena in rivolta. Il console Lucio Cassio Longino aveva dovuto marciare contro i Tigurini, che erano comandati da un giovane e abilissimo capo, di nome Divicone: ma al suo avvicinarsi, Divicone aveva fatto finta di ritirarsi e fuggire, traendosi dietro i Romani fin sui confini della Provincia, nel territorio dei Nitiobrogi: là si era ad un tratto fermato e voltato all’offesa, circuendo i Romani. Il console e la parte maggiore dell’esercito erano stati uccisi; i superstiti avevan potuto scampare solo grazie a una pace vergognosa. L’esercito distrutto, Tolosa perduta, mezzo il paese in rivolta, il dominio romano nella Gallia Narbonese vacillante sul finire del 107, fu necessario mandare, nel 106, dei rinforzi ed un console.
Questo console era il pontefice massimo Q. Servilio Cepione, uno dei partigiani più fieri del partito oligarchico. Basti dire, che di tutto il disordine che allora turbava lo Stato, egli voleva approfittare per proporre una lex judiciaria, che riconferisse ai senatori una parte del potere giudiziario da Caio trasferito ai cavalieri! Arrivato in Gallia, Servilio trovò che il pericolo tanto temuto era dileguato: i Tigurini, come i Cimbri, dopo la vittoria, se ne erano andati, come se in tutti i Galli il timore di Roma crescesse dopo le vittorie riportate su di lei: si volse dunque contro i Volchi per liberare Tolosa; se ne impadronì; e per punire la città ribelle, confiscò tutti i tesori accumulati nei templi dalla pietà dei fedeli[77]. Una preda ingentissima, se vogliamo credere agli antichi, ma che non giunse mai a Roma.... La scorta che l’accompagnava fu, secondo si disse, assalita e trucidata per via; i tesori rubati. A Roma, dove Cepione era molto odiato dai cavalieri e dai democratici, i più accusarono addirittura il console di aver rubato il tesoro — il che sembra un po’ difficile; si reclamarono inchieste, si intentarono processi; e insomma un nuovo scandalo, non meno clamoroso del giugurtino, sconvolse Roma. Il solo, che in mezzo a questo disordine grandeggiava nell’opinione del popolo su tutte queste brutture, era Mario, che con le armi e i trattati conduceva rapidamente a buon fine la guerra di Numidia. Dopo che Giugurta era fuggito in Mauritania, Mario, che non voleva impegnarsi in una guerra difficile e lunga contro Bocco, aveva ricorso alle arti diplomatiche: aveva per mezzo del suo questore Silla aperte trattative con Bocco, per indurlo ad abbandonare l’alleanza di Giugurta e a consegnargli il Re. Silla fu molto abile; Bocco, pur avendo esitato a lungo, si persuase alla fine che, se avesse continuato a tenere le parti di Giugurta, avrebbe corso pericolo di perdere anch’egli la corona e il regno; e alla fine, dopo lunghe e varie vicende, acconsentì a tradir l’alleato. Nella primavera del 105, Giugurta, fatto prigioniero durante un convegno, fissato per tutt’altro scopo, fu condotto al generale vincitore. La guerra era finita, dopo sei lunghi anni!
75. I Cimbri e i Teutoni; i quattro consolati di C. Mario (105-101 a. C.). — Ma la gioia della vittoria durò poco. Nel 105 ad un tratto il ciclone, che da qualche tempo romoreggiava sulla Gallia, scoppiò. I Cimbri e i Tigurini ricomparvero ai confini della Gallia uniti e accompagnati da due altri popoli, i Teutoni e gli Ambroni. Chiaro era dunque ormai: i Cimbri e i Tigurini si erano ritirati dopo le vittorie solo per congiungersi e ritornare con nuove forze. Quanto grande apparisse il pericolo, è dimostrato dalle misure che il senato prese: più di ottantamila soldati furono mandati in Gallia sotto il comando del console Gneo Manlio Massimo e di Servilio Cepione, a cui fu continuato il comando con il grado di pro-console. La storia della guerra è mal nota. Pare che i due generali fossero poco valenti e che non andassero d’accordo, cosicchè nel discutere tra loro spesso trascendevano alle ingiurie. Il senato mandò dei commissari per metterli d’accordo, e di nuovo si fecero lunghi discorsi senza approdare a nulla. L’esercito, come tutti gli altri eserciti del tempo, che non avevano servito sotto gli ordini di Mario, era cattivo e poco disciplinato. Da questo disordine nacque alla fine una calamità. Il 6 ottobre del 105, ad Arausium, nelle vicinanze di Orange, l’orda barbara assalì i due eserciti romani, ciascuno dei quali sembra aver combattuto per proprio conto; e li annientò ambedue. Non scamparono, insieme con i due generali, che pochi avanzi. Il dominio romano nella Gallia transalpina era caduto; un esercito di barbari accampava vittorioso sulla grande via di comunicazione tra l’Italia e la Spagna, e aveva aperte innanzi a sè le strade che conducevano all’una e all’altra.
Non è difficile immaginare lo spavento e il dolore di Roma. Una sola speranza confortò in quell’ora tetra, la moltitudine sbigottita: Mario, che era rimasto in Africa ad ordinare il paese conquistato. Di questo un terzo, la porzione orientale della Numidia, era stata annessa alla provincia d’Africa; la porzione occidentale, consegnata, come prezzo del suo tradimento, al Re della Mauritania; il resto, largito a un cugino di Giugurta, un oscuro principe di nome Gauda. Mario non avrebbe potuto essere rieletto console, perchè il numero degli anni prescritti dalla legge non era ancora passato; ma il popolo non sentì ragione: come per Scipione Emiliano, approvò una legge che sospendeva per Mario la regola comune; lo elesse console per il 104; e con un’altra legge gli assegnò la Gallia. Cosicchè il 1º gennaio del 104 Mario potè entrare in Roma, trionfando, e iniziare il suo secondo consolato. Stava al suo fianco, partecipe del grande onore, il suo questore Silla: lo seguiva, tra il clangore delle trombe, gli urrà dei soldati e il plauso assordante della folla, lo spettro di colui che un tempo era stato Giugurta, in catene con i suoi figli, le sue donne, i suoi congiunti, i suoi cortigiani. Allorchè il trionfo fu celebrato, il vinto Re, nuovo Perseo, fu gettato nel carcere tulliano, e quivi lasciato morir di fame.
Roma si era nel pericolo avviticchiata a Mario perchè lo salvasse dal nuovo Brenno. Se il salvar l’Italia fosse un’impresa molto difficile, noi non sappiamo; ma certo il pencolo non era così imminente come allora se lo immaginavano a Roma. I barbari, che percorrevano l’Europa per razziarla, prima di scalare la barriera delle Alpi e invader l’Italia, volevano, ora che avevan distrutto l’esercito romano della Narbonese che li minacciava sul fianco, depredar la Spagna e la Gallia. Difatti, quando Mario giunse, nella primavera del 104, nella Narbonese, il nemico si era allontanato: i Cimbri erano andati in Spagna e i Teutoni, tornando indietro, avevano invaso la Gallia. La Narbonese era dunque tranquilla, almeno a paragone degli anni precedenti; e fuori di pericolo, sebbene qua e là in rivolta. Ma Mario, che era un generale abile, astuto e prudente, non si lanciò punto sulle tracce del nemico; non solo lasciò i Teutoni invadere la Gallia, ma lasciò anche i Cimbri invadere e saccheggiare la Spagna, una delle più ricche province dell’impero. Anzi neppure si adoperò per ristabilire saldamente l’autorità romana nella Gallia Narbonese. Non si curò che di esercitare e migliorare l’esercito. Le informazioni raccolte annunciavano che i Cimbri tornerebbero dalla Spagna, nella primavera dell’anno seguente: bisognava dunque prepararsi a riceverli come si doveva. Mario aveva condotto seco una parte delle agguerrite milizie d’Africa, molte nuove reclute attirate dalla generosità con cui aveva spartito tra i suoi soldati il bottino d’Africa, contingenti chiesti a tutte le popolazioni soggette e alleate di Roma. Di questa varia moltitudine occorreva fare un esercito. Non solo Mario fece istruire ed esercitare, come soleva, con grande cura e rigore le nuove forze; ma, come sembra, introdusse anche, nell’ordinamento e nell’armamento dell’esercito, alcune riforme che dovevano sopravvivergli[78]. Sino allora la legione era stata divisa in trenta manipoli, i quali si schieravano a battaglia su tre linee, ad una certa distanza l’uno dall’altro. Ma un nemico come i Cimbri, temibile per l’impeto di un primo attacco, poteva precipitarsi nei vuoti e scompaginare, isolandoli, i troppo tenui manipoli. Mario portò l’effettivo della legione a 6000 uomini e la divise in dieci massicci corpi di 600 uomini ciascuno, che chiamò coorte dal nome delle unità delle milizie alleate. In tal guisa, non solo i cittadini e gli alleati italici si confusero nel nuovo esercito, ma la legione acquistò una compattezza maggiore, che doveva essere utilissima in tempi in cui i soldati erano in generale di qualità più scadente. Nè Mario trascurò di migliorare le armi. Abolì le lunghe lance e gli scudi enormi; diede a tutti i soldati la sottile arma da getto, propria allora delle prime linee, che era il pilum, col quale si poteva tuttavia trafiggere lo scudo e la corazza nemica, e il clipeus, il piccolo, rotondo e leggero scudo romano.
Certamente coloro i quali avevano creduto che, appena arrivato in Gallia, Mario avrebbe polverizzato il nemico, furono un po’ delusi: ma intanto gli animi si rinfrancavano e aspettavano con maggiore fiducia il grande cimento per la primavera del 103. Senonchè, mentre le cose parevano un po’ quetarsi in Gallia, scoppiava una pericolosa rivolta di schiavi nell’Italia meridionale e in Sicilia; e nuove complicazioni nascevano in Oriente. Nel 104 i dinasti della Paflagonia vennero a Roma a chiedere aiuto alla repubblica, di cui erano amici e clienti, contro il regno del Ponto. Era questo un regno formatosi sulle sponde del mar Nero, al principio del terzo secolo avanti Cristo, tra i rottami dell’impero di Alessandro, e tra popolazioni diverse per lingua, costumi e razza, sotto la dinastia dei Mitridate[79], una nobile famiglia persiana ellenizzata. In questo Stato, sino allora quasi ignoto ai Romani, era salito al trono, nel 111, un giovane sovrano ambizioso e intelligente, il cui nome era Mitridate VI Eupatore[80]; e che, aiutato da un abile greco di Sinope, Diofante, era riuscito in pochi anni a salvare le colonie greche del mar Nero dalla dominazione degli Sciti, e a conquistare la Tauride; poi aveva cercato di ridurre in suo potere tutto il bacino orientale del mar Nero, di allargare il regno del Ponto sino all’Eufrate, di avviare relazioni con le barbare popolazioni dei Sarmati e dei Bastarni, vaganti tra il Danubio e il Dnieper, con le tribù galliche restate nella valle del Danubio, con i Traci e gli Illiri. I re Sciti, scacciati dalla Tauride, erano già accorsi l’anno prima a Roma, a domandar aiuto; ma Roma, atterrita dalle calamità della Narbonese, aveva fatto la sorda. Incoraggiato dall’inerzia di Roma, Mitridate aveva invaso e diviso con il Re di Bitinia, suo alleato, a quanto sembra, nella primavera del 104, la Paflagonia. Per la seconda volta, l’Asia chiedeva aiuto a Roma: a Roma che, essendo diventata una potenza asiatica, dopo l’annessione del regno di Pergamo, non poteva tener sempre chiusi gli occhi sui questi eventi. Per essere sicura della preziosa provincia d’Asia, Roma doveva vegliar che nessun’altra potenza troppo forte e ambiziosa le crescesse vicino.
Il partito democratico, infatti, allora potentissimo, si dichiarò subito avverso a Mitridate e favorevole ai piccoli principati da lui minacciati. Il partito oligarchico invece, per spirito di opposizione, assunse un atteggiamento, se non favorevole a Mitridate, più imparziale. Del resto, aspettandosi gli ambasciatori di Mitridate, nessuna deliberazione fu presa. La Gallia stava sola in cima al pensiero di tutti. Aspettandosi per la primavera del 103 il grande scontro, l’opinione pubblica voleva che il comando dell’esercito restasse a Mario: fu facile quindi al partito popolare di farlo rieleggere console per la terza volta, senza che egli si movesse dalla Gallia, a dispetto delle leggi e della nobiltà, per la quale i consolati di Mario erano una specie di muta, ma costante umiliazione. Mario, Mario solo, e non più il senato solo e le grandi famiglie, era la speranza, la spada e lo scudo di Roma! Le elezioni tutte furono favorevoli al partito democratico. Fra i tribuni della plebe per il 103 fu uno dei democratici più ardenti e più arditi, Lucio Apuleio Saturnino; e durante l’annata fu approvata la Lex Domitia, che faceva elettivi tutti i collegi sacerdotali — pontefici, áuguri, XV viri sacris faciundis, VII viri epulonum — i quali sino ad allora si rinnovavano per cooptazione[81]. Un altro privilegio delle grandi famiglie era distrutto! Nè meno vigorosa fu l’azione del partito, quando gli ambasciatori di Mitridate giunsero a Roma. Sia che veramente questi avessero tentato di convincere dei senatori con l’oro, sia che il partito democratico, un po’ viziato dal successo, volesse approfittare dei facili sospetti del pubblico per rifare lo scandalo di Giugurta, fatto sta che ci furono violente accuse e clamorose dimostrazioni popolari contro gli ambasciatori. Saturnino le capeggiò, e il senato, intimidito, ricorse all’espediente di mandare una ambasceria in Oriente a esaminar lo stato delle cose.