CAPITOLO SETTIMO LE CRISI E LA CADUTA DEL TRIUMVIRATO

(42-31 a. C.)

36. La guerra di Perugia (41-40 a. C.). — Le proscrizioni dell’anno 43 e le due battaglie di Filippi avevano decimato la nobiltà romana. Quella nobiltà, che aveva governato per tanti secoli Roma e che era scampata, sia pur con molte ferite, alla prima e alla seconda guerra civile, ricevette nella terza il colpo mortale, da cui non guarì più. La storia del primo secolo dell’impero, quella storia che sembrerà così oscura a tanti scrittori, racconterà soltanto l’agonia della nobiltà, che aveva fondato l’impero, ma che ormai non avrà più nè uomini, nè famiglie, nè ricchezze, nè ingegni sufficienti a governarlo, perchè di tutto aveva fatto getto nelle guerre civili. Ma la grandezza di questa rovina non si vedrà che a poco a poco. Per il momento, le proscrizioni e Filippi parvero soltanto annientare un partito. Il piccolo numero di superstiti, che avevano preso il mare, e Sesto Pompeo con le sue navi non potevano più sperar di mutare la fortuna della guerra. Filippi aveva confermato in suprema istanza Farsaglia.

Ciò non ostante, i triumviri si trovavano alle prese con tremende difficoltà. Occorreva pagare ai soldati i 20.000 sesterzi promessi e gli arretrati dello stipendio; ma il denaro mancava. Occorreva congedare una parte dell’esercito, ancora in armi; occorreva soddisfare, nei riguardi dei veterani di Cesare, le vecchie promesse, che il dittatore aveva loro fatte, e che i triumviri avevano riconfermate. Occorreva infine ristabilire l’autorità di Roma in Oriente, e l’autorità del triumvirato in Italia, ove (scandalo inaudito!) Lepido aveva abbandonato il governo a una donna, a Fulvia, la moglie di Antonio.

Si deliberò dunque di congedare le otto legioni dei veterani di Cesare; di ridurre l’esercito a 32 legioni, spartendole tutte tra Antonio e Ottaviano — 17 al primo e 15 al secondo — e togliendo quindi a Lepido le tre legioni, a cui sino ad allora aveva comandato. Si convenne poi che Antonio, oltre all’Oriente, prenderebbe per sè la Narbonese e Ottaviano la Spagna, che fin allora avevano appartenuto a Lepido. Lepido, dunque, per la sua inettitudine e debolezza e (si volle aggiungere, per giustificare la violenza usatagli) per certe sue pretese trattative segrete con Sesto Pompeo[32], doveva essere escluso dal governo delle province. Antonio andrebbe subito a pacificare l’Oriente e a cercarvi denaro; Ottaviano si recherebbe in Italia per debellare Sesto e per distribuire le terre ai veterani del padre. Ma non era questa un’impresa facile; poichè occorreva dare a 7 od 8000 uomini duecento iugeri, 50 ettari, a testa; ossia trovare da 3 a 400.000 ettari di buona terra in un paese, come l’Italia, dove di agro pubblico non esisteva quasi più vestigio. Come mantenere la promessa senza nuove violenze? Fu dunque stabilito di prendere nel territorio delle diciotto città d’Italia più belle e più ricche una parte delle terre a ciascun proprietario, risarcendolo nella misura che gli stessi triumviri avrebbero giudicata equa e quando avessero potuto.

Il piano era ingegnoso, ma non facile ad attuare. Senonchè nessuno poteva prevedere che il primo e maggiore ostacolo si troverebbe nel triumvirato medesimo. Non però Lepido, che, uomo mediocre qual’era, non si lagnò della parte secondaria che gli avevano lasciata; ma la moglie di Antonio, Fulvia, e il fratello suo, Lucio, che era il console dell’annata. Lucio e Fulvia contavano ormai di governare soli e a piacer loro Roma e l’Italia, l’uno come fratello, l’altra come moglie del vero vincitore di Filippi. Cosicchè quando Ottaviano tornò in Italia e volle a sua volta comandare, subito nacquero tra il triumviro da una parte, Fulvia e Lucio Antonio dall’altra, violenti attriti. Questi attriti sì inasprirono rapidamente; e giunsero al punto che, quando Ottaviano incominciò a espropriare i possidenti italici per dare le terre ai veterani, Fulvia e Lucio presero apertamente la difesa dei proprietari, affermando che Marco Antonio non voleva quelle espropriazioni. Di nuovo popolazioni, partiti e soldati ricominciarono a muoversi; e anche questa agitazione terminò in una nuova guerra civile. Fulvia e Lucio Antonio poterono, aiutati dal grande prestigio che circondava il nome del triumviro, e promettendo largamente denaro, reclutare un esercito tra i possidenti o già espropriati o minacciati di espropriazione, tra i veterani di Cesare e di Antonio, tra i superstiti del partito pompeiano e aristocratico; e un bel giorno invitarono l’Italia a prendere le armi per rovesciare il triumvirato, e per ristabilire la libera repubblica. Essi affermarono perfino esser questo il pensiero di Marco Antonio, che frattanto riordinava lo Oriente. Ma dopo varie e poco chiare vicende, Ottaviano riusciva a chiudere Lucio Antonio, nell’autunno del 41, in Perugia, e assediava la città. Nel marzo del 40, Lucio, ridotto agli estremi, doveva arrendersi al generale di Ottaviano, che aveva diretto le operazioni dell’assedio, un giovane di cui sino allora non si era parlato che come di uno dei più accaniti persecutori dei congiurati, Marco Vipsanio Agrippa. Ottaviano non osò maltrattare il fratello del suo potente collega, lasciò Lucio libero, perdonò ai soldati; fece invece mettere a morte i decurioni della città, una parte dei senatori e dei cavalieri fatti prigionieri, e abbandonò Perugia al saccheggio delle sue legioni. Così la prima difficoltà ai piani dei triumviri per l’Italia era stata rimossa: ma a quale prezzo!

Ed era poi vittoria definitiva? Che cosa avrebbe fatto Marco Antonio, che frattanto si tratteneva in Oriente, tutto in faccende, per riassestarlo? Si sarebbero Lucio e Fulvia rassegnati? O avrebbero tentato di aizzare Antonio contro il pericoloso collega? Questa nuova incertezza tormentava l’Italia. Fulvia s’imbarcava a Brindisi per raggiungere in Oriente il triumviro, insieme con molti membri eminenti del partito di Antonio compromessi nell’ultima guerra civile: tra gli altri Tiberio Claudio Nerone, che in quei tremendi giorni salpava furtivamente da Napoli con la moglie Livia, la futura moglie di Augusto, e un fanciulletto di poco più di due anni, che sarebbe un giorno l’imperatore Tiberio. Che cosa nascerebbe da questo incontro? Una nuova e più terribile guerra civile, temevano molti. Ma Antonio non aveva mai approvato la guerra del fratello contro il collega, che era stata un colpo di testa contro i suoi veterani, contro i patti di Filippi, contro l’interesse generale dello Stato. Inoltre in quel momento egli volgeva altri piani nella mente ed era occupato da altre difficoltà. Dopo aver riorganizzato alla meglio l’Oriente, egli era andato a passare l’inverno dal 41 al 40 ad Alessandria, ospite di Cleopatra, che ripigliava con lui il piano già tentato con Cesare: persuaderlo a diventare, sposandola, re di Egitto e a trasportare la sede dell’impero ad Alessandria. Che egli già fosse stato allora guadagnato ai piani di Cleopatra, non sembra: ma più probabile è che già egli pensasse a riprendere il disegno di Cesare contro i Parti, i quali, del resto, nella primavera del 40, incitati da un agente di Bruto e di Cassio, il giovane Q. Labieno, figlio del luogotenente di Cesare perito a Munda, fecero una scorreria nella Siria. Si capisce dunque come egli, appena, reduce dall’Egitto, si fu, in Atene, incontrato con Fulvia e con i superstiti della guerra perugina, biasimasse vivamente la loro condotta e li disingannasse in tutte le loro speranze. E nulla sarebbe successo se Ottaviano, inquieto anch’egli, come tutta l’Italia, sulle vere intenzioni di Antonio, non avesse approfittato della morte del governatore della Gallia Narbonese, per sobillare e far passare alla sua parte le legioni che vi stanziavano e che erano sotto gli ordini di Antonio. Questo atto provocò la guerra. Antonio rivolle le sue legioni; accettò l’alleanza di Sesto Pompeo e gli aiuti che gli offerse un colpito dalla lex Paedia, un ex-alleato di Bruto e di Cassio, che, come Sesto Pompeo, sfidava, a capo della sua flotta, i fulmini del triumvirato: Domizio Enobarbo. A forze unite essi vennero ad attaccare le coste adriatiche dell’Italia, comparendo innanzi a Brindisi.


37. Il trattato di Brindisi e l’accordo di Miseno (40-31 a. C.). — Ricominciava dunque un’altra guerra civile. Ma i due belligeranti comandavano a soldati, che fino a ieri erano stati compagni d’arme, e che, se vedevano di mal’occhio una guerra fra Antonio e Ottaviano, ancora più ripugnavano a versare il loro sangue per le ambizioni e gli interessi di un Sesto Pompeo o di un Domizio Enobarbo. I soldati si accinsero dalle due parti alla guerra con così manifesto malvolere, che Antonio e Ottaviano dovettero venire ad un accordo. Nell’autunno del 40, nella città di Brindisi, gli emissarî dell’uno e dell’altro definirono una nuova convenzione, che assegnava tutto lo Oriente — la Macedonia, la Grecia, la Bitinia, l’Asia minore, la Siria, la Cirenaica — ad Antonio con diciannove legioni e il diritto di far leve in Italia; l’Occidente, comprese la Gallia Transalpina e la Narbonese, ad Ottaviano con sedici legioni; e l’Africa sola a Lepido con sei legioni. Sesto Pompeo era abbandonato da Antonio. Ottaviano poteva dichiarargli la guerra. E la pace fu sigillata con un matrimonio. Fulvia era morta poco prima. Antonio avrebbe sposato Ottavia, sorella del suo collega e vedova da poco tempo.

Sesto dunque era abbandonato alla vendetta di Ottaviano. Ma c’era ancora, oltre i triumviri e le legioni, l’Italia, che lavorava e soffriva; l’Italia, che era stata dissanguata e scoiata dalle imposte e dalle confische; l’Italia, che cadeva in rovina da ogni parte e soffriva la fame. L’Italia odiava il governo dei triumviri, che nulla avevano fatto, se non distribuire terre a poche migliaia di veterani; che tutto avevano sacrificato agli appetiti delle soldatesche, anche gli interessi più legittimi di quella classe possidente, che aveva avuto il torto di lasciarsi disarmare dalla riforma militare di Mario. Intimorito dalla forza dei triumviri, questo malcontento s’era fino ad allora frenato e rimpiattato; ma scoppiò quando Ottaviano cominciò, subito dopo gli accordi di Brindisi, la guerra contro Sesto Pompeo; e per raccogliere il danaro necessario alla guerra, impose nuove tasse, tra le quali un’imposta sulle eredità e sugli schiavi. All’annunzio di queste imposte l’opinione pubblica insorse a favore di Pompeo. A Roma la popolazione, furibonda, lacerò gli editti triumvirali, proruppe in dimostrazioni tumultuose in favore della pace; e con tanta ostinazione e violenza, che non solo Ottaviano, ma anche Antonio si spaventò. Ancora una volta fu necessario ricorrere a pacieri. I negoziati tra Sesto Pompeo da una parte, Antonio e Ottaviano dall’altra, furono lunghi; ma alla fine, nel 39 a. C., un accordo fu conchiuso nel golfo di Miseno. Sesto Pompeo avrebbe avuto la Sicilia e la Sardegna, nonchè il Peloponneso per cinque anni; sarebbe stato console nel 33, avrebbe fatto parte del collegio dei pontefici; avrebbe ricevuto 70 milioni di sesterzi, a risarcimento delle confische paterne. In compenso, s’impegnava a non più molestare le coste d’Italia, a non offrire asilo agli schiavi fuggiaschi, a reprimere la pirateria. Nè basta: i proscritti superstiti, salvo i condannati per l’uccisione di Cesare, e tutti i disertori sarebbero stati amnistiati e reintegrati nel possesso di parte o di tutti i loro beni; tutti gli schiavi, soldati di Sesto, avrebbero ricevuto la libertà. La pace era dunque ristabilita, e, quel che appariva più notevole, non l’avevano imposta le spade dei veterani, ma la forza invisibile dell’opinione pubblica. L’Italia e la libertà repubblicana non erano dunque morte ancora? Il diritto e la giustizia non erano imbavagliate e incatenate per sempre dalla forza? Domande a cui, fra un decennio, risponderà Ottaviano, rimasto unico triumviro.