38. Il trattato di Taranto (37 a. C.). — Allorquando, nella seconda metà del 39, Antonio tornò in Oriente e sbarcò ad Atene, vi fu accolto da una buona notizia. I Parti che, sotto la guida di Labieno e del primogenito del Re, Pacoro, avevano l’anno prima invaso la Siria, erano stati sconfitti due volte da un suo generale, l’una presso il Monte Tauro, l’altra in una valle della catena dell’Amano, all’ingresso settentrionale della Siria. Il generale vittorioso era un uomo rimasto fin ora nell’ombra, quel P. Ventidio Basso che aveva tentato soccorrere Antonio nella guerra di Modena. Antonio aveva quindi fatto suo l’antico disegno di Cesare per la conquista della Parzia; e nei preparativi passò tutto l’inverno del 39-38. Ma a primavera non potè iniziare la spedizione, sia perchè i preparativi non erano ancora terminati, sia perchè i Parti lo prevennero, invadendo di nuovo l’impero; sia perchè Sesto e Ottaviano si erano di nuovo guastati e avevano ricominciato a guerreggiare. Egli di nuovo mandò contro i Parti Ventidio, che, nel giorno anniversario della battaglia di Carrae, inflisse loro una disfatta memorabile, nella quale cadde lo stesso Pacoro: cercò poi di impedire la guerra tra Sesto e Ottaviano, ma non ci riuscì; cosicchè nell’estate del 38 Ottaviano perdeva la maggior parte dell’armata in una battaglia, prima, e in una tempesta, poi. Frattanto i poteri triumvirali declinavano verso l’estinzione, poichè scadevano alla fine del 37, e Antonio astutamente pensò far suo pro di tutte queste contingenze, per costringere Ottaviano a cedergli una parte dell’esercito, che egli avrebbe adoperato per la conquista della Parzia, dandogli in cambio una parte della sua flotta, che sarebbe stata utile al collega per la guerra contro Pompeo: pensò insomma di abbandonar Pompeo alla vendetta di Ottaviano, purchè questi lo aiutasse a conquistare l’impero dei Parti; e di prolungare con il pretesto di queste due guerre il potere triumvirale. Ma Ottaviano, se voleva vincer Sesto Pompeo, non voleva troppo indebolirsi a vantaggio del suo collega; resistè, dunque, tirò in lungo, fece costruire da Agrippa una nuova armata, mercanteggiò. Cosicchè l’accordo, desiderato così vivamente da Antonio, non potè essere concluso che nella primavera del 37, a Taranto. Il triumvirato si sarebbe rinnovato per legge, per altri cinque anni, a contare dal 1º gennaio 37; Antonio avrebbe ceduto a Ottaviano 130 vascelli, e avrebbe ricevuto in cambio 21.000 uomini; gli accordi di Miseno con Sesto erano rotti, e Ottaviano aveva novamente mani libere contro quest’ultimo.
39. Antonio e Cleopatra: le nozze di Antiochia (36 a. C.). — Dopo gli accordi di Taranto, Ottaviano tornò a Roma, per far approvare dai comizi una legge, che prolungava i poteri dei triumviri sino al 1º gennaio del 32, e per preparare la guerra contro Sesto; Antonio ritornò in Oriente a preparare la guerra contro i Parti, una delle più grandi spedizioni, che Roma e l’Oriente avessero viste. Ambedue i triumviri avevan bisogno di rifare il loro credito e la loro autorità con qualche impresa fortunata. Il piano di Antonio contro i Parti era quello che Cesare gli aveva tramandato[33]; ma ad effettuare tanta conquista, che avrebbe eternato la potenza e la gloria di Antonio, occorrevano uomini, denari, armi in quantità. Per procurarseli Antonio si risolvè ad un atto che doveva generare gravissimi effetti: ad accettare le proposte di Cleopatra, che da tre anni non vedeva più, e a diventare re d’Egitto, sposandola, per attingere a piene mani nel tesoro dei Tolomei. Sul principio dell’anno 36, tra grandi feste, ad Antiochia, furono celebrate le nozze di Antonio e di Cleopatra; Antonio divenne re d’Egitto, e Cleopatra ebbe, quale correspettivo della sua alleanza col triumviro, oltrechè taluni dominî dei sovrani orientali vassalli di Roma, perfino dei territorî romani, che in altri tempi avevano appartenuto all’impero dei Tolomei: Cipro, parte della Fenicia, i ricchi palmizi di Gerico, parte della Cilicia e di Creta[34].
40. La guerra contro i Parti e la guerra contro Sesto Pompeo (36 a. C.). — Questo matrimonio dinastico era un atto audace, poichè non quadrava punto con le tradizioni della politica di Roma. Antonio se ne rendeva conto, tanto è vero che non assunse il titolo di Re di Egitto, conservò quello di imperatore, non comunicò ufficialmente a Roma il suo matrimonio, e si guardò bene dal ripudiare la sua moglie legittima, Ottavia: venne cioè a mettersi in una posizione incerta ed obliqua, che sarà la principale ragione della sua rovina futura. Per il momento, invece, egli poteva compiacersi di aver tutto approntato, con l’aiuto dell’Egitto, per l’impresa contro l’impero dei Parti. Nella primavera del 36, infatti, mentre Ottaviano si accingeva alla guerra contro Sesto Pompeo, Antonio marciava verso le frontiere della Media, avviando il parco di assedio, due legioni e i contingenti dell’Armenia e del Ponto, agli ordini di Oppio Staziano, per la via più facile, ma più lunga — la valle dell’Arasse — mentre egli stesso col grosso della fanteria romana pigliava una via più breve, ma assai più aspra e difficile, giungendo alla fine di luglio ai confini della Media Atropatene. Senonchè qui giunto, Antonio, non sappiamo per quale ragione, commise il primo errore: senza aspettare l’esercito avviato per la valle dell’Arasse e il parco d’assedio, invase il paese, puntando sulla capitale. Accadde allora che, mentre Antonio giungeva alla fine di agosto, senza incontrare resistenza, sotto le mura della capitale, il re dei Parti, Fraate, attaccava alle sue spalle, a Gazaca, l’altro esercito romano; annientava le due legioni, il parco d’assedio, e costringeva il re di Armenia con la sua preziosa cavalleria — quella che doveva essere l’arma più efficace di Antonio — a ritornare nel suo paese.
Il colpo era forte. Antonio doveva o ritirarsi o continuare senza mezzi adeguati l’assedio. Egli scelse la seconda alternativa, forse perchè sperava di riuscire, minacciando la capitale, ad impegnare a battaglia campale il nemico e distruggerlo. Ma i Parti non erano i Galli di Vercingetorige, nè Antonio, Cesare. Intanto l’inverno si avvicinava; il vettovagliamento scarseggiava ogni giorno più; gli assediati resistevano; i soldati, subornati dal nemico, mormoravano e asserivano che i Parti erano disposti alla pace. Antonio dovè finalmente riprendere la via del ritorno. Ammaestrato però dall’esperienza di Crasso, scelse una via tra le colline molto difficile, ma inaccessibile alla cavalleria: probabilmente la via che oggi passa per Tabriz e termina a Iulfa sull’Arasse. Senonchè, non ostante la sua prudenza, l’esercito giunse in luogo sicuro sfinito dalla fatica, dalla fame, dalla sete e dagli incessanti attacchi nemici, dopo 24 giorni di marcia, e dopo aver perduto molti uomini. La grande impresa, eredità di Cesare, era fallita.
Ad Ottaviano invece era finalmente riuscito, nel 36, di vincere Sesto Pompeo. Per quanto egli disponesse di forze maggiori in terra ed in mare, i principî dell’impresa erano stati poco felici: ma dopo diversi e gravi insuccessi, Ottaviano era riuscito, alla fine del luglio, a sbarcare nell’isola un esercito. Sesto aveva allora tentato una disperata sortita, attaccando nelle acque di Nauloco la flotta avversaria. La battaglia era stata tremenda: ma il figlio di Pompeo aveva avuto la peggio: centosessanta vascelli distrutti o catturati; ed egli stesso fuggiasco, dapprima a Messina, e di là, con la figliuola e i suoi tesori, alla volta dell’Oriente.
41. La dissoluzione del triumvirato (36 a. C.). — Il buon successo dell’impresa di Sicilia, ingrandito dalla poca fortuna di Antonio in Oriente, giovò molto a Ottaviano nell’opinione dei più. Lepido gli giovò anche di più, tentando di suscitare una nuova guerra civile per rimettersi nel triumvirato alla pari con i due colleghi. I soldati di Lepido passarono ad Ottaviano; Lepido dovè ridursi a vita privata; e il giovane triumviro, a ventisette anni, si trovò d’un balzo a capo di 43 legioni, di 600 navi, di un impero, che abbracciava gran parte dell’Africa settentrionale, la Spagna, l’Illiria, la Gallia e l’Italia, e fornito di un’autorità quasi assoluta in una repubblica, che pareva incurabilmente disfatta.