Senonchè le apparenze mentivano. Proprio questo è il tempo, in cui il crudele tiranno dei primi anni comincia a mutarsi nel gran savio, che sarà l’imperatore Augusto. Non appena tornato a Roma, il 13 novembre, egli proclamò un’amnistia fiscale, condonando ai contribuenti gli arretrati delle imposte decretate dai triumviri; abolì alcune imposte; nominò augure supplementare un antico proscritto, restituì a diversi magistrati taluni poteri usurpati dai triumviri, cercò di evitare nuove confische nelle distribuzioni di terre ai veterani, restituì ai loro padroni tutti gli schiavi che aveva trovati nelle legioni di Pompeo, e tutti i navigli mercantili. Diede inoltre mano a estirpare il brigantaggio dalla penisola, e ordinò grandi lavori pubblici in Roma. Finalmente, in un pubblico e solenne discorso, si dichiarò pronto a deporre il potere triumvirale e a ristabilire la repubblica, giacchè le guerre civili erano terminate, e il triumvirato non aveva più ragione.

Come si spiega questo mutamento, che corrisponde così poco alla inclinazione della natura umana, sempre pronta ad abusare della fortuna? Il temperamento dell’uomo e le vicende dei tempi lo spiegano. Non ostante il sangue sparso e le violenze fatte agli uomini, alle tradizioni e alle istituzioni, il triumvirato non aveva compiuto nessuna grande impresa. Aveva soltanto regalato un po’ di terra e di denaro a parecchie migliaia di soldati; e non si reggeva che per la forza dell’esercito e del terrore: ben fragile sostegno, come la pace di Miseno aveva dimostrato. Inoltre l’entusiasmo cesariano delle legioni si raffreddava, anzi si mutava in un sordo malcontento, per gli stipendi irregolarmente pagati, per le fatiche delle continue campagne, per le promesse ancora non mantenute dopo tanti anni. I poteri dei triumviri potevano crescere negli editti; ma la loro potenza decresceva. Occorreva mettersi sulla via delle concessioni, placare l’opinione pubblica malcontenta, le classi agiate, lo spirito tradizionalista, che di nuovo ripigliavano forza. Ottaviano che, non ostante gli eccessi dei primi anni, era un uomo avveduto, ponderato, prudente, lo capì; e fu questa la principale ragione della meravigliosa grandezza a cui doveva salire.


42. Le donazioni di Alessandria e la politica orientale di Antonio (34 a. C.). — Mentre Ottaviano, in Italia, tentava di riconciliarsi con la tradizione latina e repubblicana, Antonio, in Oriente, s’ingolfava nella politica dinastica ed egiziana. Egli desiderava rifarsi della fallita spedizione partica, che gli aveva molto nociuto, in Oriente e in Italia: e difatti passò tutto il 35 a fare piani di rivincita, mentre Ottaviano faceva una spedizione in Dalmazia e nell’Illirico. Ma se quell’anno Antonio dovette soprattutto pensare a reprimere una rivolta, che Sesto Pompeo, rifugiatosi in Asia, gli suscitò contro, e quindi nessuno dei suoi progetti fu eseguito, crebbe invece — e il fatto non era di poco rilievo — la potenza di Cleopatra su lui. La regina era astuta e Antonio forse più violento che forte. D’altra parte, più egli si ostinava a voler dominare con la gloria e con le armi l’Oriente, e più aveva bisogno dell’Egitto e dei suoi tesori. Si aggiunga che l’Italia pareva allora rovinata per sempre. Non è dunque meraviglia che Cleopatra incitasse Antonio ad abbandonare la veste di proconsole e di magistrato romano, per parlare ed agire come marito di Cleopatra e re d’Egitto; a divorziare da Ottavia e a fondare in Alessandria una nuova dinastia che continuasse quella dei Lagidi; a ricostituire intorno all’Egitto un vasto impero, con province romane e territorî di sovrani vassalli e indipendenti. Ma Antonio resisteva, scorgendo il pericolo; cosicchè tutto il 35 passò senza che egli compiesse nessun atto d’importanza. Nel 34 si volse alla conquista dell’Armenia, primo passo alla seconda campagna contro i Parti e vendetta del tradimento commesso da quel re nel 36. Invase infatti e conquistò il reame con i suoi tesori; ma, compiuta questa impresa, acconsentì a dare una prima e grande soddisfazione alle aspirazioni di Cleopatra. Non solo celebrò il trionfo in Alessandria; ma subito dopo, nell’autunno del 34, in una festa solenne celebrata nel Ginnasio, proclamò Cleopatra, regina dei re, Cesarione, figlio legittimo di Cleopatra e di Giulio Cesare e partecipe del regno d’Egitto ingrandito agli antichi confini con l’aggiunta di Cipro e della Celesiria, proclamò Tolomeo, nato da lui stesso e dalla regina, di appena due anni, re della Fenicia, della Siria, della Cilicia; donò al fratello di lui, già di sei anni, Alessandro, l’Armenia e la Parzia ancora da conquistare, e, alla sua gemella, la piccola Cleopatra, la Libia e la Cirenaica, fino alla grande Sirti.

Il triumviro romano ricostituiva l’impero dei Tolomei, e a spese della repubblica; tentava di creare di nuovo in Oriente uno di quei grandi potentati monarchici, contro i quali Roma aveva combattuto tanti secoli e in tante guerre. Che egli tentasse di ricostituirlo per fondare, come i generali di Alessandro, una dinastia in Oriente e non per i begli occhi di Cleopatra soltanto, è cosa che s’intende da sè. Senonchè Antonio non ruppe ancora definitivamente e apertamente con Roma e con il governo romano. Non solo egli, il consorte di Cleopatra, non si attribuì alcun potere sui territori donati, ma subito dopo inviò un rapporto al senato, chiedendo senza meno l’approvazione dei propri atti. Nè è difficile indovinare il perchè: per fondare la nuova dinastia, egli aveva bisogno di un forte esercito; e questo esercito egli non poteva reclutarlo che in Italia, e facendolo comandare da ufficiali italiani. Per il momento, dunque, se in Oriente egli poteva essere considerato come il sovrano dell’Egitto, in Italia doveva restare ancora il triumviro romano. Ma egli si andava con questa complicata politica avvolgendo in troppe contradizioni, tutte piene di pericoli. Intanto scontentava l’Italia e inquietava Ottaviano. Non solo Antonio aveva per Cleopatra abbandonato Ottavia, ma aveva dichiarato Cesarione figlio legittimo di Cesare; il che poteva anche voler dire che Ottaviano usurpava il nome e i beni del dittatore. Inoltre Antonio aveva elevato a 30 il numero delle sue legioni, e aveva ordinato nuove leve in Italia. Cosicchè egli, tra non guari, si sarebbe trovato a capo di un grande esercito, della propria flotta e di quella egiziana, padrone dei tesori dell’Armenia e dell’Egitto, e, se fosse riuscito nella conquista partica, signore di un impero parecchie volte più possente delle povere provincie occidentali. Non aveva Ottaviano che un modo per stornare il pericolo e impedire la conquista della Parzia: intralciare sin dagli inizi la pericolosa politica orientale di Antonio, facendo nascere un conflitto tra Antonio e il senato, a proposito delle donazioni di Alessandria, che l’opinione pubblica aveva vivamente biasimate. Infatti, nella seduta del 1º gennaio 33, Ottaviano stesso, quale princeps senatus, riferì sulle donazioni di Alessandria, dandone un giudizio avverso. Nel tempo stesso gli amici e gli agenti suoi cominciarono in Roma e in Italia una vigorosa campagna contro Antonio, esagerandone le colpe, colorendo le sue orgie, raffigurando il triumviro romano come l’umile schiavo di Cleopatra, svelando dei presunti disegni che egli avrebbe orditi a danno di Roma e dell’Italia. Questo atteggiamento di Ottaviano e queste accuse inquietarono Antonio a tal segno che, a mezzo il 33, sospese la nuova spedizione contro la Parzia, per la quale aveva fatto grandi preparativi, e volle risolutamente assestare le cose d’Italia, abbattendo Ottaviano. Il suo piano era abile. Il triumvirato, ormai ridotto a due, scadeva alla fine del 33. Egli proporrebbe al senato di rinunciare alla carica e di restaurare la repubblica, purchè Ottaviano facesse altrettanto: siccome sapeva che Ottaviano, non fidandosi di lui, non accetterebbe la proposta, egli sperava di apparire all’Italia come il difensore della libertà e della repubblica, calunniato da Ottaviano e dai suoi, e di prepararsi il più bel pretesto per fargli guerra. Antonio e Ottaviano insomma si disputavano il merito di voler restaurare la repubblica!

Il 31 dicembre del 33 i poteri triumvirali dell’uno e dell’altro terminarono. Antonio, che era fuori di Roma, conservava, secondo la costituzione, il comando dell’esercito come promagistrato, sinchè non fosse stato nominato il successore. Ottaviano, per conservare anche egli legalmente il comando degli eserciti suoi, dovette uscire di Roma. Ma appena egli fu uscito di Roma, il 1º gennaio del 32, il console C. Sossio, che era un amico di Antonio, come il suo collega Domizio Enobarbo, approfittò della sua assenza per attuare il piano di Antonio. Riferì al senato la proposta di quest’ultimo, e concluse con un’altra proposta, che gli storici antichi ci dicono mirasse diritto a Ottaviano: forse che questi abbandonasse subito il comando degli eserciti, invece di comandarli ancora come promagistrato. Un tribuno, amico di Ottaviano, interpose il veto; per parecchi giorni furono dispute, oscillazioni, incertezze; sinchè Ottaviano, vedendo che la sua inerzia incoraggiava i nemici, ritornò a Roma, alla testa di una schiera di soldati e di amici armati, entrò in senato, pronunziò un discorso violento contro Antonio e contro gli intrighi dei consoli, e concluse promettendo di provare in una prossima seduta, con documenti alla mano, le sue accuse contro Antonio.

Questa improvvisa uscita commosse vivamente Roma. Si ricominciava con le violenze e con i colpi di Stato, forieri di guerra civile? I consoli e numerosi senatori pensarono fosse miglior partito fuggire presso Antonio, che era ancora, non ostante le donazioni di Alessandria, il più potente e il più ammirato degli antichi triumviri, quello in cui l’Italia e il senato riponevano maggior fiducia. Antonio intanto era giunto ad Efeso; e vi raccoglieva da ogni parte dell’Oriente navigli carichi di grano, di stoffe, di ferro, di legname; i contingenti dei re, dei dinasti, dei tetrarchi d’Asia, che si mescolavano con i soldati delle 19 legioni, condotte da lui stesso; la flotta egiziana, che Cleopatra aveva condotta insieme col tesoro e con una lunga schiera di domestici. Per quale ragione Cleopatra fosse venuta, è facile immaginare: essa non voleva che Antonio si impegnasse in questa nuova guerra civile, al punto di essere costretto poi a ritornare, quando l’avesse vinta, in Italia come capo della repubblica. Essa voleva che egli tornasse in Egitto, per essere ad Alessandria il sovrano e il sostegno della nuova dinastia. Ma i senatori, che giungevano d’Italia, volevano invece che Antonio ritornasse in Italia ad assestarne le turbate faccende, o dopo aver vinto Ottaviano o dopo essersi inteso con lui. Incominciaron quindi subito aspri dissidi tra Cleopatra e i più eminenti amici di Antonio. Antonio titubava. Da un verso dava retta a Cleopatra, perchè aveva bisogno dell’Egitto; dall’altro doveva tener conto dell’Italia e dei desideri dei senatori accorsi a lui, perchè dell’Italia aveva bisogno come dell’Egitto. Se l’Egitto gli forniva denari e beni di ogni sorta, l’Italia gli dava la parte migliore dell’esercito.

Ottavia fu il primo oggetto di questa grande lotta tra i senatori romani e Cleopatra. Cleopatra voleva a tutti i costi che Antonio ripudiasse Ottavia; i senatori romani si opponevano. Cleopatra vinse alla fine, nel mese di maggio del 32. Da Atene, dove era giunto con una parte dell’esercito, Antonio spedì a Ottavia la lettera di ripudio. L’atto spiacque; e quindi giovò ad Ottaviano, che ne approfittò per screditare quanto più potè l’avversario. Lo dipinse all’Italia come impazzito per l’effetto dei filtri propinatigli da Cleopatra; non rifuggì neppure dal costringere la Vestale Massima a consegnargli il testamento di Antonio, nel quale faceva ai figliuoli natigli da Cleopatra nuove donazioni e chiedeva che il suo corpo fosse consegnato alla regina d’Egitto e seppellito ad Alessandria; divulgò questo documento nel pubblico; infine approfittò del malcontento, suscitato da tutti questi atti di Antonio, per provocare quella che si chiamò la conjuratio dell’Italia. In che cosa propriamente abbia consistito questa conjuratio noi non sappiamo: pare che, sotto pretesto che il senato era ormai ridotto a pochi membri, gli agenti di Ottaviano persuadessero i magistrati delle principali città d’Italia a sostituirsi al senato e ad incaricare Ottaviano di mettersi alla testa dell’esercito e di far la guerra a Cleopatra, giurandogli fedeltà[35].


43. Azio (31 a. C.). — La giustificazione legale del suo comando era alquanto sforzata. Ma intanto incominciava una nuova guerra civile! Antonio e Ottaviano stavano per affrontarsi, ciascuno dicendo di voler difendere e restaurare la repubblica. Tuttavia Antonio era tanto più forte, per denari, armi e prestigio, che sicuramente lo avrebbe vinto, se Cleopatra non avesse intralciato i suoi piani. Cleopatra non voleva che Antonio combattesse ad oltranza contro Ottaviano; perchè l’impero egiziano che essa voleva fondare con Antonio, sarebbe caduto, non solo se Antonio fosse stato vinto, ma anche se fosse stato vincitore. In questo caso Antonio sarebbe stato costretto a ritornare in Italia, per riprendere il governo della repubblica. Essa quindi voleva che Antonio, invece di debellare Ottaviano per riconquistar l’Italia, ritornasse in Egitto, abbandonando l’Italia ad Ottaviano ed aspettando che Ottaviano venisse ad attaccarlo in Oriente, se se ne sentiva l’animo. E i suoi consigli non furono inutili. Antonio non si preparò affatto ad attaccar l’Italia con il grosso delle sue forze; ma, lasciate nientemeno che undici legioni a presidio dell’Egitto, distese, nell’autunno del 32, attraverso il Mediterraneo, una vera catena di presidi navali e terrestri, dalla Cirenaica all’Epiro: presidiò Cirene, Creta, il capo Tenaro e Metone; disseminò l’esercito in tutta la Grecia, fortificò Leucade, appostò il grosso della flotta nel golfo di Ambracia e gli avamposti a Corfù. Spiegate così le sue forze, attese nell’inverno a intrigare in Italia con le promesse e con l’oro per far ribellare gli eserciti di Ottaviano. È chiaro ch’egli mirava — e i consigli di Cleopatra non dovevano essere estranei a questo piano, altrimenti inesplicabile — a far cadere la potenza del rivale senza impegnar tutte le sue forze, che pure erano preponderanti, in una vera guerra.