Ma questo piano era così artificioso, che suggerì a Ottaviano, il quale pure non era un uomo arditissimo, l’idea di sorprendere nella primavera la flotta di Antonio nel golfo d’Ambracia e distruggerla. Grazie ad un abile stratagemma di Agrippa, Ottaviano riuscì nella primavera del 31 a sbarcare un esercito in Epiro, ma non a sorprender la flotta nel golfo d’Ambracia, poichè Antonio fece a tempo a raccogliere il suo esercito dalla Grecia e a metterlo a difesa della flotta in un vasto accampamento sul promontorio di Azio. A sua volta Ottaviano fu costretto ad accamparsi e ad ancorare la flotta a poca distanza: e da quel momento incominciò una lunga e bizzarrissima guerra. Ottaviano non attaccava Antonio, perchè non osava; Antonio non attaccava Ottaviano, perchè Cleopatra non voleva: tentativi di pace furono fatti, ma non riuscirono. Si sarebbe detto che i due avversari non volevan fare nè pace nè guerra. Senonchè gli eserciti non potevano stare immobili a guardarsi per l’eternità; i senatori romani, che avevano raggiunto Antonio, insistevano, perchè o si facesse la pace o si combattesse; Cleopatra voleva ritornare in Egitto con l’esercito intatto. Le discordie infuriavano più violente che mai intorno ad Antonio. Alla fine, negli ultimi giorni d’agosto, Antonio sembrò risolversi ad una grande battaglia navale. Era forse dubbio che la guerra potesse essere decisa sul mare: ma certo era invece che Antonio per la battaglia aveva preso posizioni bizzarre ed equivoche. Aveva ordinato che 22.000 soldati s’imbarcassero su 70 navi da carico; che il tesoro di Cleopatra fosse portato a bordo di 60 navi egiziane; che si caricassero le grandi vele, pesanti e ingombranti, destinate solo a lunghi viaggi, e che i vascelli, che non potevano uscire allo scontro, fossero bruciati, non risparmiando nemmeno una parte della flotta dell’Egitto. Si voleva impegnare una battaglia o fuggire? Il dubbio parve a molti così tremendo, che parecchi senatori autorevoli, come Domizio Enobarbo, passarono ad Ottaviano nei giorni precedenti la battaglia.

Finalmente spuntò l’alba del 2 settembre. Il segnale fu dato, e la battaglia infuriò accanita per la prima parte della giornata. Già le turrite e pesanti navi di Antonio sembravano prevalere sui più rapidi, ma più deboli e più leggieri, incrociatori di Ottaviano. Quando, a un tratto, il mistero di tanti mesi fu svelato: s’era appena levata la brezza del nord, che in quella stagione soffia tutti i giorni sull’Egeo, allorchè le due armate stupite videro i 60 vascelli egiziani di Cleopatra tendere le vele, passare audacemente tra le due flotte combattenti e filare sicuri verso il Peloponneso. Contemporaneamente Antonio balzava sopra una quinquereme e seguiva la regina. Era chiaro ormai che la battaglia era stata una finta; Cleopatra aveva vinto; Antonio rinunziava a combattere per restaurare la repubblica in Italia, e si ritirava nel suo impero egiziano con una parte dell’esercito, la regina e il tesoro. Un ufficiale fidato, P. Canidio, era stato incaricato di ricondurre il resto dell’esercito e della flotta in Egitto[36].

Il piano era ingegnoso; ma una difficoltà impensata lo fece fallire in pochi giorni. L’esercito di Antonio fu talmente offeso da questa fuga, che Canidio non osò palesare le istruzioni ricevute per ricondurre l’esercito in Egitto. Se Cleopatra e i suoi ministri avevano trionfato sotto la tenda del generale, l’esercito era tutto per Roma e per il partito romano. Canidio aspettò parecchi giorni, senza risolversi ad agire; l’esercito rimase in balìa di se stesso; lo scoramento s’impadronì dei soldati; cominciarono le diserzioni: prima i romani più autorevoli del seguito di Antonio, poi i principi orientali, i contingenti alleati, poi, dopo sette lunghi giorni di attesa, le legioni e l’armata passarono ad Ottaviano. Il 9 settembre Antonio non aveva più soldati nè navi in Occidente!

Ne aveva però ancora in Oriente. Sebbene 19 legioni e la maggior parte dell’armata fossero state perdute dal triumviro e dalla regina; sebbene molte città greche e molti stati orientali si dichiarassero pel felice vincitore, Ottaviano non osò inseguire il nemico nel suo lontano rifugio africano. Anzi, come la guerra fosse finita, congedò buona parte delle sue milizie e incaricò Agrippa di portare le altre in Italia. Non Ottaviano, ma l’Italia volle che quella costosa guerra civile non rimanesse troncata a mezzo, per riaccendersi tra poco, quando Antonio si fosse riavuto; non Ottaviano, ma l’Italia volle subito riconquistare le province orientali, che erano le più ricche dell’Impero; e approfittare dell’occasione per conquistare l’Egitto, da tanto tempo cupidamente adocchiato. L’Italia reclamò unanime da Ottaviano, come punizione e vendetta, la conquista del regno dei Tolomei, e con tanta forza, che Ottaviano si lasciò alla fine trascinare nella via additatagli dal sentimento universale. Un grosso disordine, occorso nell’inverno del 31-30, dovette spronarlo ancora più: i soldati, congedati senza ricompensa, tumultuavano in Italia minacciando di saccheggiarla, se anch’essi non fossero stati trattati come i loro compagni. Soltanto la conquista di un paese ricco come l’Egitto poteva fornire i mezzi per rimediare a tanti guai!

Antonio aveva preparato una qualche difesa dell’Egitto. Con 11 legioni ancora fedeli, con una flotta, un tesoro, del tempo, egli avrebbe potuto far pagare cara ai suoi nemici la loro audacia. Ma il colpo di Azio l’aveva esautorato e disanimato, facendo palese anche ai suoi più fedeli la doppia ed equivoca politica che l’aveva condotto ad Alessandria. Ottaviano potè avanzare senza difficoltà sull’Egitto dalla Siria e dall’Africa, e marciare diritto, quasi senza colpo ferire, su Alessandria. Il 1º agosto del 30 le milizie e la flotta, apparecchiate alla difesa, passavano ad Ottaviano.

Il dramma era finito. Antonio si uccise; e quel giorno medesimo Ottaviano entrava in Alessandria, ove ordinava, fra gli altri, l’eccidio di Cesarione — il figlio naturale di Giulio Cesare — e quello di Canidio, che solo conosceva il segreto di Azio. Cleopatra si era rinchiusa nella sua tomba regale, deliberata a continuare a vivere da regina o a morire. Ma quando anche questa speranza le venne meno, la donna, al cui terrore la leggenda avrebbe attribuito la responsabilità della disfatta di Azio, si diede stoicamente la morte e fu ritrovata sul suo letto, adorna del suo più sontuoso costume regale, fra un’ancella già morta e un’altra che agonizzava.

L’Egitto non fu ridotto in provincia romana. Entrato in Alessandria, il vincitore dovè riconoscere che la politica orientale di Antonio non era soltanto il capriccio d’un ambizioso, ma, in parte almeno, una necessità politica. L’orgoglio nazionale e le tradizioni dinastiche della terra dei Faraoni e dei Tolomei non avrebbero tollerato che quel paese subisse la sorte della Gallia o del regno di Pergamo. Ottaviano credette opportuno di fingere di essere egli stesso, come aveva fatto Antonio, il nuovo re d’Egitto, il continuatore dell’estinta dinastia dei Tolomei; e a governare il paese destinò non già un proconsole, ma un praefectus, un suo personale rappresentante. Primo a quell’ufficio fu il poeta latino, Caio Cornelio Gallo, grande amico di Virgilio, che a lui aveva dedicato una delle sue egloghe più belle. Ma tutti gli Egiziani dovettero pagare un’imposta eguale al sesto dei loro beni; altre somme furono estorte ai più ricchi; l’immenso tesoro dei Tolomei, collezione meravigliosa di oggetti d’oro e d’argento finemente lavorati, fu tutto brutalmente fuso per trasformarlo in moneta sonante. Con questo tesoro furono finalmente pagati gli ufficiali e i soldati insoddisfatti, che avevano combattuto nelle campagne precedenti; con questo tesoro Ottaviano rifece di nuovo la sua perduta fortuna, e i suoi amici gli immensi patrimoni, che scandalizzeranno Roma per due o tre generazioni.

Tutto il resto dell’anno 30 e i primi del successivo, Ottaviano passò in Oriente. Nella primavera del 29 — finalmente! — egli tornò in Italia e il 13, 14 e il 15 agosto furono celebrate in Roma le feste solenni del suo ingresso trionfale.

Note al Capitolo Settimo.

[32]. Cfr. App. B. C., 5, 3.