[33]. Cfr. su questa guerra, lo studio pubblicato da Kromayer, in Hermes, 31, p. 70 sg. Cfr. anche Bouché-Leclercq, Histoire des Lagides, Paris, 1904, vol. II, p 258 sg.

[34]. Cfr. Porphyrius Tyrius, in Müller, F. H. Gr., 3, p. 724; e Letronne, Recueil des inscriptions grecques et latines de l’Egypte, Paris, 1842-48, vol. II, p. 90 sg. Su tutta la leggenda di Antonio e Cleopatra, cfr. G. Ferrero, Grandeur et decadence de Rome, Paris, 1908, vol. IV, Appendice (che manca nell’edizione italiana).

[35]. Svet., Aug., 17; Mon. Anc., 5, 3-4: juravit in mea verba tota Italia sponte sua et me bello quo vici ad Actium ducem depoposcit. — Su tutta la questione della conjuratio, cfr. G. Ferrero, Grandeur et decadence de Rome, IV, p. 84.

[36]. Sulla battaglia d’Azio e le ragioni per cui ne è stata ricostruita a questo modo la storia, cfr. G. Ferrero, Grandeur et decadence de Rome, IV, Appendice (che manca nell’edizione italiana).

CAPITOLO OTTAVO LA REPUBBLICA DI AUGUSTO

44. La restaurazione della repubblica (27 a. C.). — Ultimo superstite di tanti emuli che avevano gareggiato in tante guerre per il potere, Ottaviano restava finalmente signore ed arbitro della Repubblica. Tutte le legioni lo riconoscevano capo; il senato era concorde nell’ammirarlo e nel porre in suo potere lo Stato; Roma e l’Italia lo acclamavano salvatore dell’impero; le province gli ubbidivano. Nessun uomo aveva in Roma goduto di un’autorità maggiore e più sicura. Quale uso ne farebbe egli?

È dottrina comune a tutte le scuole del secolo XIX che Augusto si valse di tanta fortuna per fondare in Roma una monarchia, usando però l’accortezza di vestirla in vecchi panni repubblicani. Ma questa dottrina non ha fondamento nè nelle fonti nè nella ragione storica. Bisogna giungere a Dione Cassio, ossia ad uno scrittore orientale e al terzo secolo dell’impero, per trovare un antico che parli di Augusto come di un monarca. Degli scrittori più vicini a lui, nessuno sospettò mai Augusto di aver nascosto una monarchia nelle forme della vecchia repubblica. Nè è difficile dimostrare che Ottaviano non poteva fondare una monarchia nè a viso aperto, nè sotto la maschera repubblicana. Che voleva dire fondare una monarchia? Sostituire l’autorità propria e della propria famiglia a quella del senato e di quel piccolo gruppo di grandi famiglie che avevano creato e governato sino ad allora l’impero; sostituire a queste famiglie e alle magistrature repubblicane una burocrazia, scelta dal sovrano in tutti gli ordini sociali e in tutte le parti dell’impero, la quale avrebbe riconosciuto lui solo come fonte dell’autorità propria. Augusto avrebbe potuto fare questo rivolgimento soltanto se l’opinione pubblica dell’Italia avesse acconsentito; perchè il suo potere posava sulla fedeltà delle legioni, e le legioni erano composte di Italiani. La rovina di Antonio non aveva forse dimostrato quanto fosse pericoloso far violenza ai sentimenti e alle idee più tenacemente radicate nel ceto medio e nella plebe dell’Italia? Ma uno dei sentimenti più forti nell’Italia romanizzata era appunto la venerazione per il senato, per le secolari istituzioni della repubblica, per l’aristocrazia di Roma. Per quanto feroci fossero state le lotte delle fazioni a Roma, esse non avevano fatto progredire molto quelle che a noi sembrano le vere idee democratiche, in mezzo alla moltitudine. Il partito popolare era stato capeggiato da nobili di vecchia famiglia come il partito senatorio; il mezzo ceto e i poveri avevano cercato con quelle lotte di ottenere pane, terre, denaro, pensioni, leggi meno aspre e severe, non di conquistare le alte cariche dello Stato. L’uno e l’altro non ammettevano neppure che il comando in guerra e le magistrature della repubblica fossero attribuite ad altri che ai membri della nobiltà senatoria; tanto è vero che tutte le persone di origine oscura, cui era riuscito di entrare nel senato in mezzo al disordine delle guerre civili, erano assai mal viste, quando non avessero i meriti insigni di un Agrippa. Proprio nell’anno 28, mentre gli storici moderni gli attribuiscono l’intenzione di fondare una monarchia, Augusto era obbligato, per dare soddisfazione alla opinione pubblica, a rivedere la lista del senato, e ad invitare a dimettersi 200 tra i suoi membri più oscuri, proprio quelli che sarebbero stati gli strumenti più docili della monarchia. Se la condizione media e la plebe non acconsentivano neppure ad esser governate dalla propria gente, figurarsi se avrebbero obbedito a funzionari orientali, o di qualche altra provincia! Ci vorranno più di tre secoli, perchè l’Italia pieghi il collo al comando dei suoi antichi sudditi.

In quegli anni invece tutta l’Italia era agitata da una specie di fervore tradizionalista, di cui sono rimasti i documenti più solenni nella letteratura. Le guerre civili avevano fatto rinsavire gli uomini, e risospinto gli animi spaventati verso il passato. È questo il tempo in cui Tito Livio, che doveva diventare un grande amico di Ottaviano, incomincia a scrivere la sua storia di Roma, per glorificare l’antico governo repubblicano e gli uomini, che, come Pompeo, erano stati vinti nella guerra civile, per rimpicciolire i capi del partito vittorioso, Cesare non escluso[37]. È il tempo in cui, agli scrittori più illustri dell’età precedente, si preferiscono quelli antichi: Livio Andronico, Pacuvio, Ennio, Plauto, Terenzio. Il tempo in cui l’epicureismo, così in favore nella generazione precedente, perde terreno, scacciato dal pitagorismo e dallo stoicismo. Il tempo, in cui Virgilio si accinge a vergare il maggior poema morale e religioso della romanità, e già si è formato, e diventerà numeroso e minaccioso, un partito che vuole bandire da Roma a furia di leggi ciò ch’esso definisce la «corruzione», i vizi, portati dalla conquista, dall’orientalismo, dalla ricchezza: l’impudicizia delle donne, la compiacenza dei mariti, il lusso, l’amore dei piaceri.

In tempi simili nemmeno un nuovo Cesare sarebbe riuscito a fondare una monarchia. Immaginarsi se ci poteva neppure pensare un uomo come Ottaviano, che non era nè un gran generale nè un grande ambizioso, ma un amministratore probo ed accorto, un politico abile e prudente, e che aveva sposato da poco Livia, la madre del futuro imperatore Tiberio e la consorte divorziata del fuggiasco Claudio Tiberio Nerone: una donna di alto ingegno, di grande abilità, ma che incarnava lo spirito e le tradizioni della vecchia nobiltà romana!

Il disegno di Ottaviano era dunque più modesto e più semplice di quello che gli storici moderni gli hanno attribuito: restaurare, quanto e meglio che si potesse, l’antica repubblica aristocratica, rendere alle istituzioni l’autorità di cui il triumvirato le aveva spogliate, ma correggendo i difetti che avevano generato prima l’anarchia e poi le guerre civili, la dittatura di Cesare, e il triumvirato[38]. Tra questi i due difetti di maggior pericolo erano lo spezzettamento dei comandi militari e l’annualità e la collegialità delle magistrature. Dividendo l’esercito tra molti generali, ognuno indipendente dall’altro, e tutti dipendenti dal senato lontano, spesso debole e discorde perchè parteggiante per l’uno o l’altro dei generali, era accaduto che molti generali si erano serviti degli eserciti per le loro ambizioni, movendo persino in guerra contro il senato. Lo sdoppiare tutte le magistrature in due colleghi di egual potere e il rinnovarli tutti gli anni, se aveva garantito i cittadini contro gli abusi dell’autorità, aveva anche diminuito la continuità del governo e posto uno strumento pericolosissimo di disordine nelle mani dei partiti; perchè troppo spesso accadeva che i due colleghi appartenessero a partito differente e che ciascuno cercasse di intralciare ciò che faceva il collega. Se dunque era necessario ricostituire la repubblica, riconvocare i comizi, ridare gli antichi poteri alle magistrature, occorreva pure stabilire un’autorità forte abbastanza da contenere le fazioni, le magistrature, i comandi militari (le promagistrature), per modo che non abusassero del loro potere, non si intralciassero a vicenda o non trascurassero il proprio dovere. Cicerone aveva già dimostrato nel suo De Republica, svolgendo un’idea attinta a Polibio e ad Aristotele, che negli Stati in discordia occorre un magistrato supremo e unico, soggetto alle leggi comuni, e di conseguenza repubblicano, ma investito di un potere più duraturo e più ampio che i magistrati ordinari, il quale possa e sappia costringere questi a non fare nè più nè meno del proprio ufficio.