Questa è l’idea — schiettamente latina e repubblicana — che ispirò la riforma costituzionale, discussa tra Ottaviano e gli uomini più eminenti del Senato durante il 28 a. C. e solennemente sancita il 13 gennaio del 27. Per la nuova riforma Ottaviano consentiva, assumendo il proconsolato di tutte le province nelle quali erano stanziati eserciti, a prendere il comando di tutte le legioni, in modo che i soldati e gli ufficiali dipendessero da lui e a lui rispondessero, anzichè a quella anonima, intermittente e fiacca autorità, che era il senato. Queste province, di cui Ottaviano assumeva il proconsolato, erano, nel 27, tre soltanto: la Siria, con Cipro, la Gallia Transalpina, la Spagna. Le altre invece, come per l’innanzi, sarebbero amministrate dai proconsoli e dai propretori. D’altra, parte, occorrendo anche in Roma un’alta autorità per sorvegliare i magistrati urbani, stimolare e riunire il senato, Ottaviano consentiva ad assumersi egli stesso questo incarico, ponendo ogni anno la sua candidatura al consolato. Egli sarebbe stato dunque al tempo stesso console e proconsole; avrebbe da Roma, per mezzo di luogotenenti, governato le sue province; o, quando si fosse recato colà, avrebbe continuato a governare Roma nella sua qualità di console. L’unione delle due magistrature — la consolare e la proconsolare — era più una rivoluzione che una riforma della antica costituzione: ma non era del tutto nuova, chè già Pompeo nel 52 aveva cumulato le due cariche; ma Ottaviano riceveva l’una e l’altra, dai legittimi poteri costituenti; e solo per meglio far operare le restaurate istituzioni della repubblica. Insomma si poneva a capo della repubblica Ottaviano come primo magistrato o presidente (princeps), ma con poteri legali e determinati, e per un decennio, proprio come Cicerone aveva consigliato nel De officiis. Nel tempo stesso Ottaviano restituiva tutti i poteri, di cui la legge Titia l’aveva investito come triumviro. Cosicchè anche quel cumulo di poteri eccezionali sulla persona del nuovo presidente appariva ai contemporanei, ignari dell’avvenire, come un ordinamento provvisorio, che sarebbe durato fino al giorno in cui la repubblica potesse essere ripristinata nella genuina sua forma antica.

Il vincitore non poteva essere più modesto, e il 16 gennaio era degnamente ricompensato. Quasi a imprimere il suggello di un carattere sacro alla magistratura, creata pochi giorni innanzi, il popolo e il senato gli conferivano quel titolo onorifico di Augustus, con cui egli passerà nella storia.


45. Le finanze. — Incomincia la nuova storia di Ottaviano e della repubblica romana: una storia, piccola nelle apparenze, grande nella sostanza. Un fermo proposito la domina tutta: soddisfare quanto più si possa le nuove aspirazioni tradizionaliste, che volevano ristabilire l’ordine nello Stato, nella famiglia, nelle idee, nei costumi, rinnovando i tempi più gloriosi della aristocrazia, il loro zelo civico, la loro concordia, la loro devozione, la loro semplicità di costumi, la loro disciplina; governare insomma con il nome e all’opposto di Cesare. Già nel 28, prima che la nuova costituzione repubblicana fosse approvata, Ottaviano aveva ridotto l’esercito a sole 23 legioni, e dato mano a ristabilire la disciplina, escludendo gli stranieri, i liberti e i provinciali, e ristabilendo le pene e le ricompense d’altri tempi. Nello stesso anno si era accinto a ricostituire per via di donativi la fortuna di molte famiglie senatorie, cadute in povertà. Diventato Augusto, fece approvare una legge che abbassava l’età legale per le magistrature affinchè i giovani potessero incominciare di buon’ora la carriera politica, come s’era fatto nell’età più gloriosa dell’aristocrazia, nel terzo e secondo secolo a. C.; e come era necessario fare, ora che il numero delle famiglie aristocratiche era così sminuito[39]. Fece approvare una legge, già imaginata da Cesare, che assegnava degli stipendi ai governatori provinciali e a tutti i magistrati di nuova creazione: riforma necessaria, perchè una parte della aristocrazia era troppo povera per poter far le spese delle cariche pubbliche, ma che contradiceva un principio della vecchia repubblica: la gratuità delle funzioni. Infine e soprattutto attese a riordinare le finanze.

Dopo tante dilapidazioni, rapine e malversazioni, la riforma delle finanze era il primo farmaco di cui aveva bisogno l’ammalata repubblica. Senza denaro Augusto non avrebbe potuto nè intraprendere guerre, nè rimettere in buon assetto l’amministrazione, nè dare mano a lavori pubblici. Per ciò egli volse le sue prime e maggiori cure all’erario. Quali erano le entrate e le spese della repubblica? Per saperlo, Augusto organizzò presso di sè — per suo uso privato — una vera e propria contabilità di Stato, scegliendo all’uopo, tra i suoi numerosi schiavi e liberti, i più colti ed intelligenti. Come capo del senato, come console, come proconsole di tre grandi province, egli poteva avere in mano tutti i conti dello Stato e compilare un bilancio o almeno uno schema del bilancio[40]. Questo schema era anche più preciso e più particolareggiato che quello dei magistrati; e senza esautorare il senato e i praefecti aerarii Saturni che dell’erario avevano cura, Augusto si sarebbe servito di questo schema per studiare le nuove misure fiscali, per ammonire e biasimare, o far ammonire o biasimare dal senato, i magistrati che facessero spese inutili o negligessero le province, per far fruttare le proprietà dello Stato.

Ma conoscere le entrate non bastava; occorreva accrescerle. Ripigliando un disegno di Cesare, Augusto fece l’inventario del gigantesco patrimonio che la repubblica possedeva in tutto l’impero, e che aveva in ogni tempo sfruttato con profitto, ma anche con grandissimo disordine e sperpero. Si applicò inoltre ad accrescere i tributi di talune province, che negli ultimi anni erano state memo devastate, e che, al confronto di mezzo secolo innanzi, offrivano segni di palese prosperità, come la Gallia Transalpina, forse anche le province illiriche e taluni paesi alpini. Si sforzò pure di mettere in circolazione una più grande quantità di numerario. Durante il triumvirato, grandi quantità di oro e d’argento, spaventate dall’anarchia, erano sparite in tutto l’impero; cosicchè i triumviri avevano dovuto coniar monete di cattiva lega. Per rimediare alla scarsezza del medio circolante, Augusto pensò di conquistare dei territori auriferi, e con questo pensiero preparò le prime guerre del suo principato: la guerra contro i Cantabri e gli Asturi, nella penisola iberica, le cui miniere d’oro, nell’anarchia dell’ultimo secolo, erano state abbandonate, dopo una rivolta degli indigeni: e, insieme, la conquista della valle dei Salassi (Val d’Aosta) altrettanto preziosa, e per le stesse ragioni. Anzi la riorganizzazione delle finanze gli stava tanto a cuore, che nel 27 stesso deliberò di fare un lungo viaggio e di recarsi prima in Gallia a organizzare i nuovi tributi e in Spagna a riconquistare le miniere d’oro dei Cantabri e degli Asturi: non prima però di aver deliberato di fare a sue spese, e con il concorso dei senatori più ricchi e volenterosi, grandi lavori pubblici in Italia, come riparare parecchie strade, molti templi e monumenti pubblici, e costruire altri ex novo. Compiute rapidamente queste riforme, negli ultimi mesi del 27, egli partiva alla volta della Gallia e della Spagna.


46. Le prime difficoltà del nuovo regime e la crisi del 23. — Augusto fece la prima tappa del suo viaggio a Narbona. Quivi egli aveva appositamente convocato i notabili della Gallia Transalpina, probabilmente per annunziar loro le misure, che dovevano preparare la riforma dei tributi, tra le altre, un censimento generale inteso ad accertare le nuove fortune della Gallia. Non a caso Augusto aveva messo gli occhi, per accrescere i tributi, sulla provincia conquistata da Cesare. Dopo la morte di Cesare, l’autorità romana era stata troppo debole in Gallia, da potere sfruttare tanto crudelmente il paese. Aveva soltanto potuto imporre un certo ordine e la pace, di cui il paese aveva largamente approfittato. Non più devastato dalle periodiche guerre civili; pagando alla potenza dominante pochi tributi, e forse nessuno; sbarazzato dalla nobiltà turbolenta e dalle bande dei cavalieri e dei clienti, che erano stati la sua piaga durante l’indipendenza, la Gallia si era arricchita, nel volgere di una generazione. Molti Galli erano divenuti artigiani, altri agricoltori, altri infine si erano arruolati negli eserciti dei triumviri ed avevano preso parte al saccheggio dell’impero, riportando in patria l’oro rapinato ovunque. In un paese come la Gallia, allora come oggi assai fertile, ben irrigato, coperto di foreste, ricco di minerali, gli effetti del nuovo regime apparivano ovunque dopo trenta anni. Già si cominciavano a scavare da per tutto delle miniere, si cercava l’oro sotterra e tra le sabbie dei fiumi: si scoprivano miniere d’argento; si mettevano a coltura nuove terre e si cominciava a piantare il lino, fino allora coltivato soltanto in Oriente. Incominciavano a fiorire persino delle industrie: la tessitura, la ceramica, la vetreria. I Galli cercavano di imitare gli oggetti fabbricati in Oriente e si studiavano di farne delle copie più rozze, ma di minor prezzo. Roma, dunque, poteva chiedere alla Gallia un tributo maggiore di quello che essa aveva pagato fino ad allora. Dopo essersi trattenuto in Gallia per predisporre il necessario a questo aumento di tributi[41], Augusto andò in Spagna per far guerra agli Asturi e ai Cantabri, mentre un suo legato conquistava la valle dei Salassi. Nella seconda metà del 25 egli era nuovamente di ritorno ai Roma. Neppur due anni erano trascorsi dalla solenne restaurazione repubblicana, e già se ne vedevano i difetti. Nel 25 non si erano trovati candidati in numero sufficiente per i 20 posti di questori; i servizi pubblici, in Roma e fuori, continuavano a procedere male come prima; lo stesso senato preferiva rimettere a Augusto tutte le decisioni, limitandosi soltanto ad approvarle e a ratificarle. Se tutti ammiravano a discorsi la repubblica aristocratica del buon tempo antico, pochi erano disposti a farla rivivere con sacrificio proprio. Le famiglie storiche dell’aristocrazia non erano più nè così numerose, nè così ricche, nè così devote alla cosa pubblica, da sobbarcarsi a tutta l’amministrazione di un così immenso impero. Nell’ordine dei cavalieri e nella plebe c’erano uomini che avevano ricchezze e voglia di servirsene per la pubblica cosa: ma a costoro mancava la preparazione e il nome. Il popolo non li avrebbe facilmente tollerati e obbediti, nè l’aristocrazia storica, ritornata in auge, era disposta ad accogliere in troppo numero degli uomini nuovi nelle sue file. Cosicchè, tra quelli che avrebbero potuto governare e non volevano, e quelli che avrebbero voluto e non potevano, l’amministrazione della repubblica procedeva alla meglio; e di ogni difficoltà tutti si scaricavano sopra Augusto. Augusto doveva pensare e provvedere a tutto. Il lavoro che ricadeva sulle sue spalle era tanto, che verso il giugno del 24 ammalò gravemente; e, guarito, ebbe una ricaduta più grave nella primavera del 23. Un brutto giorno Roma apprese che Augusto era morente, che egli aveva già lasciato ad Agrippa e al console collega, C. Calpurnio Pisone, tutte le sue disposizioni testamentarie. Tutta Roma agghiacciò di terrore: quali non sarebbero le ripercussioni politiche di quella morte?

Fortunatamente, Augusto guarì; ma rimessosi dichiarò di aver bisogno di riposo e di volersi ritirare a vita privata. Lo sbigottimento di Roma fu immenso. Tutti temettero che, partito Augusto, si ricomincerebbe da capo con le guerre civili. Si insistè dunque e supplicò perchè restasse al governo. Augusto si arrese alla fine — e forse a questo voleva venire — quando il senato acconsentì ad approvare una nuova riforma costituzionale, che, pur lasciandogli una immensa autorità, avrebbe, nel suo pensiero, dovuto alleggerire la soma di lavoro che pesava su lui. Il princeps rinuncerebbe al consolato annuo, disinteressandosi così delle faccende di Roma, e dell’Italia, le più gravose e difficili, per attendere alle province. In queste egli riceverebbe un potere supremo di vigilanza e di controllo. Senonchè, se era possibile che le classi alte si rassegnassero a rinunziare a un console così autorevole e così benevolo, come Augusto, era ben difficile che le classi medie e minori di Roma e d’Italia fossero contente di vedere Augusto disinteressarsi interamente delle cose italiane. Dovette essere questa la grave ragione per cui Augusto, pur rinunziando al consolato, consentì ad accettare un nuovo potere o meglio un’astrazione di potere: la potestà tribunicia a vita, cioè tutti gli antichi diritti tribunicî — quello del veto, quello di far proposte in senato, di proporre leggi al popolo: potestà generica, sconfinata, e indefinita al tempo stesso, ma che gli avrebbe dato mezzo di intervenire, o piuttosto di mostrare, all’occasione, d’intervenire negli affari d’Italia[42].

Questa riforma fu approvata verso la metà dell’anno; e incominciò a confondere il concetto, in principio così chiaro, della restaurazione del 27. Ma nello stesso anno, poco dopo che la riforma era stata approvata, due avvenimenti vennero a dimostrare anche meglio che la repubblica aristocratica, non ostante gli sforzi di Augusto e degli altri per farla rivivere, agonizzava. Prima, un’ambasceria partica che giunse a Roma. Da circa un decennio, i Parti e Roma non avevano avuto più nessun rapporto tra loro. Era però accaduto che, in una guerra dinastica di quell’impero, il figlio maggiore di Fraate fosse stato fatto prigioniero e consegnato ai Romani, e che a Roma si fosse rifugiato il ribelle competitore del re dei Parti, Tiridate. L’ambasceria del Gran Re veniva ora a chiedere la consegna dell’uno e dell’altro: grossa difficoltà, perchè quella domanda riapriva la più pericolosa delle questioni orientali. Gli ambasciatori si rivolsero ad Augusto; Augusto, zelante osservatore della costituzione, li rinviò al senato, cui spettavano, secondo la costituzione, le questioni estere; ma il senato, dopo matura riflessione, rimandò gli ambasciatori ad Augusto, riconoscendo che Augusto potrebbe e saprebbe sciogliere quel difficile nodo meglio del supremo consesso della repubblica. L’altro avvenimento fu una carestia e una inondazione del Tevere. Subito il popolo senza pane e senza tetto insorse contro l’incuria dei magistrati, reclamò che Augusto riassumesse il consolato, o che, fornito di poteri dittatoriali, come Pompeo nel 57, s’incaricasse del vettovagliamento della città. Il clamore popolare fu tale, che Augusto dovette assumere i pieni poteri dell’annona. Ma il popolo non fu contento: la sua fiducia in Augusto era così grande, così vivo il desiderio di un’amministrazione più forte, che subito reclamò che Augusto assumesse subito o il consolato a vita, o la censura, o la dittatura; insomma, sotto qual si voglia forma, un’autorità rapida, energica ed assoluta. Augusto riluttava, sapendo per esperienza quanto le dittature fossero pericolose: ma gli animi erano così accesi, che fu forza venire ad un accordo. Il senato, pur non parlando di censure o di dittature, accordò ad Augusto il potere di emanare degli editti, come se fosse console, quando l’avesse creduto, in vista del bene pubblico. In altre parole, Augusto riceveva, ora, e per Roma e per l’Italia, quel potere discrezionale di sorveglianza, che poco prima aveva ricevuto per le province. La vecchia aristocrazia non reggeva più al peso del governo; un ordine sociale nuovo che la sostituisse non esisteva; tutto il peso dell’impero ricascava su Augusto, che, volente o nolente, doveva sobbarcarsi. Un solo anno — il 23 — aveva visto — e pochi mesi dopo che Augusto aveva fatto uno sforzo serio per ritirarsi a vita privata — il senato abdicare i proprii poteri sulla politica estera e concedergli quella facoltà di emettere editti, che sarà il germe da cui germoglierà il dispotismo monarchico[43].